La pagina bianca

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di Pasquale de Lucia | La pagina bianca. Il luogo sul quale si manifesta l’ambizione smodata di riuscire a far assumere una forma ai pensieri. Serve silenzio. All’inizio si muovono nella carne i tremori di un desiderio irrefrenabile: riversare nella finitudine di un foglio quello che vive accovacciato all’ombra della coscienza. Non è un desiderio geometrico, definito, non v’è un disegno precostituito, ma solo un bisogno. Non sai quali vertigini riuscirà a creare la tua penna nell’atto di violare quel biancore, non sai quali immagini plasmerà il pensiero che si definisce nelle parole. Immagini scomposte, prive di armonia pulsano nelle cavità della mente e tu sei chiamato a scegliere a quale dare il privilegio di esistere. È atto creativo, processo poietico che ha il potere di solidificare un frammento fuggevole di illusione. E lo scrittore è colui che trasceglie nel vortice del possibile ciò che sopravvive al tempo di un pensiero. A cosa dare la vita? Alle labbra roride di una ragazza distesa sui sassi di una spiaggia mentre il mare consuma sullo sfondo una battaglia di suoni ed odori? Ad una sera vuota in cui vacilla il senso delle cose sotto la luce incerta di un lampione? Agli occhi liquidi di un vecchio che scioglie in ricordi sfocati una esistenza che sta per svanire? All’odore che si avverte nelle corsie degli ospedali, quello che si addensa come una nebbia nello stomaco per rilasciare un tremito di paura, assieme alla sensazione distinta dell’ineluttabilità delle cose? Ad una musica che si fa materia e cade solida sul petto di chi ascolta, privandolo della facoltà di respirare dinanzi alla meraviglia? Ad un respiro greve che gonfia il petto e poi abbandona il corpo per sempre? Alla solitudine che percuote le profondità dell’anima per far riecheggiare un silenzio senza fine? Ai colori, tempestosi  ed irruenti, che si frangono sugli occhi quando si dischiudono le nuvole? Ad un sorriso, unica voragine di luce nel buio di una esistenza?

A volte, l’unica cosa che conta veramente è scrivere. È l’atto demiurgico, divino, non il suo contenuto più o meno definito. Il pittore perde il senso del limite e precipita in una vertigine di onnipotenza quando lascia scivolare il pennello sulla tela, non quando osserva la sua opera inchiodata ad un muro bianco e privo di emozioni. In quell’attimo è solo uno spettatore, un comune mortale. La pagina bianca, come la tela, è un preludio che ha il compito di accogliere la potenza creatrice che si sta per sprigionare, quella per la quale lo spazio ed il tempo si annullano mentre colui che crea si tramuta in un essere metafisico lontano da ogni realtà.

Questo è, in fondo, una pagina bianca per uno scrittore: ciò che raccoglie l’eterno che è dentro di noi.

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