Per aspera sic itur ad astra

Edward Hopper Autoritrattodi Martino Santillo, writer di Legenda Letteraria | Era una strada simile a tante altre, una di quelle che attraversano i paesini da una parte all’altra, costellata di sampietrini che le danno un’aria di ordine antico. Fosse stato un sabato, o una domenica, sarebbe stata piena di ragazzi sui motorini e ragazze su tacchi vertiginosi. Quella sera di mercoledì, invece, c’era solo un uomo che camminava, con le mani in tasca e lo sguardo fisso dinanzi a sé. La città si muoveva davanti ai sui occhi, scorrevano vetrine, portoni, lampioni e auto, ma non il tempo, che sembrava sospeso, immobile. Quelle ultime ore del giorno, per Paolo, sembravano non passare, ma sciogliersi nei suoi pensieri. Il tempo s’era fermato al giorno prima, alle parole che gli erano state comunicate al telefono e continuavano a ripetersi di continuo: «Purtroppo le relazioni e i bilanci trimestrali hanno confermato quanto temevamo. Questi mesi si chiudono per il gruppo con ricavi complessivi al di sotto del preventivato. Stiamo perdendo solidità e competitività in ambito domestico e le percentuali dei rami internazionali non compenseranno almeno nel prossimo triennio. Le condizioni di incertezza evidenziate dai mercati internazionali già nei precedenti periodi continuano a costituire un elemento di criticità per le imprese come la nostra. Inoltre, la crisi finanziaria europea ha avuto rilevanti effetti sul nostro sistema creditizio e si è riscontrata una concomitante pressione speculativa che ha colpito i tassi di interesse». Interesse, preventivi, speculazioni, bilanci, ricavi… le parole fluttuavano nella mente di Paolo. Mentre cercava una spiegazione, una trama, una soluzione, non faceva altro che inciampare in se stesso. Si accusava d’aver sbagliato, si riconosceva un fallito, per aver creduto che fosse arrivato il suo momento. Il peso d’una intera sezione partendo da zero. Si ricordò dell’entusiasmo con cui aveva sottoscritto il progetto che ora era la causa della sua fine. Esubero… risuonò di colpo con la stessa odiata e serpentina flemma con cui venne pronunciata al telefono. Con quella cornetta in mano gli era sembrato tutto uno scherzo, ma, in pochi secondi, era diventato tutto dannatamente vero. «Siamo in esubero e tra i nomi segnalati c’è anche il suo»: fredde, sottili e dirette, furono pronunciate in un attimo. «Accompagnarla fino alla pensione è un costo che non ci possiamo permettere, quindi cominci a guardarsi intorno». Un’età che è pur sempre esperienza, stabilità, conoscenza e affidabilità, magari per lui, ma non per il resto del mondo.

I polmoni gli si gonfiarono per un sospiro profondo, ma, per quanta aria inspirasse, non riusciva a colmare la sensazione di vuoto. «Cercheremo di procurarle colloqui di lavoro nei prossimi sette mesi». Fu la beffa: «Sì, io che ho cinquant’anni, dove vuoi che vada? Maledizione».

Gli si bagnarono gli occhi. Quegli occhi assenti, come obiettivi chiusi. Si fermò davanti a una vetrina e stette lì immobile, mentre in testa ancora gli risuonavano esuberi, profitti, bilanci. L’immagine leggera, riflessa nel vetro che gli stava avanti, era immobile, sbiadita, tronca. Gli occhi si muovevano come cercando qualcosa. Il suo nome, bilanci, non ce lo possiamo permettere, profitti. Poteva essere un negozio qualsiasi, vi potevano essere salami o anche scarpe di camoscio: quegli occhi non avrebbero visto nulla.

Riprese a camminare sotto lampioni d’una luce arancione e, mentre qualche cono di luce s’interrompeva, il flusso di pensieri continuava a scorrere sempre uguale, vorticoso. Cercava in quel suo incubo, a cui forse ancora non credeva e che non accettava, il punto di non ritorno, quel momento della sua storia da cui non sarebbe stato più possibile tornare indietro. Eppure non riusciva a non pensare che avrebbe rifatto tutto nello stesso modo. Le sue scelte nel lavoro, come in tutto il resto, erano state lente e mai veri salti nel vuoto. Profitti, esubero, perdite. E, intanto, i suoi passi continuavano inesorabili, in quell’aria sospesa. Solo quando una luce diversa ruppe quell’armonia creata dai lampioni e dalle ombre che vi s’interponevano, si creò un buco anche in quell’armatura di pensieri che l’aveva completamente estraniato. Fu l’insegna d’un bar a farlo trasalire. Qualcosa lo spinse a entrare, quasi un’esigenza. Quel pavimento bianco gli diede un senso di realizzazione.

Edward Hopper Nighthawks at the diner

 All’interno del bar c’era solo un ragazzo e non si sentiva nulla se non un ronzio fastidioso, forse il motore del frigo aperto che il ragazzo stava pulendo.

«Salve» disse entrando. Il ragazzo mise la testa fuori dal frigo e guardò l’uomo: aveva le mani in tasca e il volto stanco, indossava una giacca tutta spiegazzata. Il ragazzo ebbe un brivido nel sentire quel secco salve, poiché a quell’ora poteva significare solo guai, ma la vista di quella figura lo rasserenò. Mentre si puliva le mani con uno straccio, rispose al saluto e aggiunse che stava per chiudere: «Non posso farle nemmeno un caffè perché ho appena pulito la macchina. Mi dispiace». Paolo annuì.

Dando uno sguardo in giro, si avvicinò a una vetrina doppia, praticamente vuota se non per due calzoni. «Prendo questi calzoni, e una bottiglina d’acqua» disse, mettendo mano al portafogli. Il ragazzo gli sorrise. Entrambi sembravano più sereni di qualche attimo prima. «Glieli riscaldo perché sono un po’ secchi. Questo posso farlo, tanto abbiamo il microonde». Paolo non aggiunse nulla. Chiuso e programmato il fornetto, il ragazzo cominciò a guardare Paolo nuovamente da capo a piedi. «Posso chiederle una cosa?». «Non ho tanta voglia di chiacchierare» rispose Paolo, ma il ragazzo continuò «Lei non è di qui vero?». Paolo allungò una banconota sul bancone e senza guardare il ragazzo rispose «No non sono di qui. Sono di Urbino». «Infatti, si sente nella voce che non è delle nostre parti. Che cosa ci fa qui?». Paolo, rimettendo le mani in tasca, disse: «Eh cosa ci faccio. Ci lavoro. Almeno per ora». «Di che cosa si occupa?», continuò il ragazzo. «Sono responsabile di un’agenzia che offre servizi finanziari e consulenza aziendale. Insomma, mi dia questi calzoni e il mio resto». «Deve essere un momento difficile per voi, con tutto quello che si sente in Tv. Le borse bruciano milioni». A queste parole un po’ ingenue del ragazzo, Paolo rispose con uno sbuffo d’ironia. “Cosa vuoi che ne sappia un ragazzo di quello che sta succedendo. Gli sputano addosso notizie e paroloni che non saprebbe nemmeno pronunciare”, pensò.

«Parlano tutti quanti di questa crisi. In questo bar, caffè continuo a farne tutte le mattine, e gente ne vedo in giro. I soldi sono sempre quelli, ma qui i soldi e il lavoro sono sempre mancati, quindi non posso dire nulla su questa crisi». Detto questo, il ragazzo cacciò fuori i calzoni dal microonde, li mise in una bustina, prese una bottiglina d’acqua e il resto e passò tutto a Paolo, che, raccogliendo le monete, disse: «Ce l’ha davanti qualcosa da dire sulla crisi. Paolo Corboli, quarantotto anni, due figli piccoli, una moglie e nessun futuro. Sono stato praticamente licenziato, dopo anni di lavoro in cui mi sono distinto come un leader di riferimento per tutti i miei colleghi. Avevo un pacchetto clienti da far invidia e muovevo fino a un anno fa centinaia di migliaia di euro ogni settimana. Ero un simbolo di affidabilità. Mi sono impegnato e messo in gioco ancora una volta, ho fatto il grande passo e mi sono caricato il peso d’una intera sezione, creata praticamente da me, su un territorio difficile, dove finanza, politica e malavita sono una cosa sola, e questo primo anno sembrava andare bene, con poco sono riuscito a creare molto. Ma a quanto pare questo non significa nulla. Paolo Corboli è solo un nome, e i nomi possono essere cancellati con un clic!». Il ragazzo restò fisso con gli occhi su quell’uomo, che in un attimo assunse un colore e una figura precisi. Il peso di tutta quella storia s’impose sul giovane come un macigno, che l’immobilizzò con un senso d’oppressione. «Buona notte» disse Paolo, uscendo dal bar e ricominciando a camminare.

Attraversò quella sorta di piazzetta, che non era altro che una rotonda cittadina. I passi continuarono il loro sordo fluire in sospensione. Gli occhi si alzarono un attimo al cielo e si sentì solo. Un pensiero stava per raggiungerlo, quando inciampò in qualcosa. Un triciclo lasciato lì in strada, tutto di plastica, un po’ ammaccato e con una delle ruote posteriori sfondata. Ne aveva regalato uno dello stesso colore al figlio. Riprese a camminare, quando i ricordi cominciarono ad accavallarsi. Le labbra del figlio, che si allargavano incurvandosi sotto le guance rotonde, e gli occhi che brillavano alla vista del gioco nuovo. L’urlo di spavento e le grida, quella volta che col triciclo cadde sugli scalini di casa. Quell’urlo secco, incisivo e penetrante, gli salì fulmineo nella schiena. Sentì una fitta improvvisa alla mandibola e si portò una mano al mento. Si fermò, posò la bottiglia d’acqua e il sacchetto a terra, e si strinse forte le tempie. Era insopportabile quel dolore, s’incuneava quasi come se gli scavasse il cranio. Aprì la bocca cominciando a fare smorfie col viso e, a poco a poco, il dolore sembrò scomparire, ma sentì subito il palato tremendamente secco e le labbra quasi spezzarsi. Aveva bisogno di bere. D’un tratto, l’immagine del figlio piangente gli si parò di nuovo davanti. Ma non era più sul triciclo. Era disteso a terra, solo e irraggiungibile. L’impossibilità di dargli una mano a rialzarsi gli fece mancare il respiro. Raccolse la bottiglia d’acqua, tolse il tappo e butto giù un sorso. Quando staccò le labbra dalla bottiglia, riprese fiato in modo affannoso e stanco, come se fosse scappato via da qualcosa. Paolo non capiva cosa stesse succedendo, e decise di sedersi prima di sentirsi mancare. Si guardò intorno e vide delle panchine.

Sedutosi, rimase un attimo a misurare i propri respiri, poi aprì il sacchetto e tirò fuori uno dei calzoni, ormai nuovamente freddi. Masticando e inghiottendo, sentì che tutto il corpo si rilassava e il respiro si faceva più regolare. Mentre riacquistava lucidità, la sua attenzione si spostò dall’interno all’esterno e, guardandosi attorno, si rese conto d’essersi fermato a poca distanza dall’anfiteatro romano. V’era passato davanti molte volte in macchina e, in quel momento, non poté che accennare un sorriso per l’ironia di non aver alcun motivo di correr via. Si alzò dalla panchina e si diresse verso quell’antico scheletro.

Vi era un piccolo cancelletto chiuso, ma entrare di nascosto fu decisamente semplice. Portatosi dentro, attraversò le arcate fermandosi nell’arena. Guardò quelle rovine dall’interno e, nel silenzio della notte, gli parve che i mattoni risuonassero all’unisono col battito nel suo petto. Chiuse gli occhi un istante solo, prima di scoppiare a piangere. I nervi erano ormai distrutti e la sua resistenza era esaurita. Lacrime d’un pianto liberatorio gli solcarono il volto. Pari ad esse, anche il corpo si lasciò cadere. Si portò le mani al volto e, rannicchiato sull’erba, continuò a piangere.

Stette lì a terra un tempo indefinito, e quando i suoi occhi erano ormai secchi, ricominciò a guardare il cielo. Ora non era più spento, brillavano dei puntini lontani e flebili. «Chi c’è? Chi c’è lì?». Una voce gli urlò contro, rompendo il silenzio. Voltatosi, vide delle luci muoversi freneticamente. Due uomini gli si avvicinavano. S’alzò e cominciò a correre nel senso opposto. S’infilò sotto le gradinate e scese nei sotterranei. Gli uomini lo rincorsero; scesero anch’essi. La fuga non fu lunga. Terminò di fronte a un cancelletto che dava sull’esterno degli spalti; un pesante lucchetto ne impediva l’apertura. Quando fu raggiunto dai guardiani stava ancora strattonando il cancello. «Ehi chi sei? Chi sei?», continuò a chiedere la voce di prima. Paolo si voltò, mettendo una mano davanti agli occhi per ripararsi dalla luce delle torce. Allungò la mano in aria davanti al volto, ma non riuscì a distinguere le due figure. Avvertiva solo quella voce picchiargli negli orecchi, mentre la luce gli impediva di vedere. Alzò lo sguardo e, attraverso un’arcata di marmo, vide una stella brillare più forte delle altre. Avvenne tutto in un attimo. «Chi sei?», continuava imperterrita la voce, e lui dentro si ripeteva la stessa domanda. Cercò un nome. L’unica risposta sensata, il suo nome. Tante volte era stato pronunciato, incastonato tra titoli d’una qualche valenza, ma ora non riaffiorava più. “Chi sei? Chi eri?” continuava a pensare, guardando quella stella. «Ehi!» gli urlarono. Le sue labbra si piegarono in una smorfia e, abbassato lo sguardo, disse: «Sono un uomo».

[Racconto pubblicato dalla Webzine Sul Romanzo n. 3/2013, Le tentazioni della cultura.]

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