Dear Jane

 

Picasso,_Donna_che_legge,_1932[1]Oggi è la mia giornata.

Oggi incontro la mia Jane. Jane Austen.

È con cuore trepidante che mi avvicino a una delle figure più prestigiose e a mio avviso più affascinanti della letteratura inglese, vissuta tra fine Settecento e inizio Ottocento.

La scrittrice, almeno fisicamente, mi appare corrispondente a quelle poche immagini che avevo visto di lei. Indossa un vestito azzurro polvere, stretto in vita che cade morbido sulla sua figura, lasciando intravedere le sue forme. I capelli sono raccolti in un grazioso chignon e qualche ricciolo ribelle sfugge alla crocchia e si posa sulla nuca.

La guardo da lontano e mi accingo ad entrare nella sua stanza. È proprio come la immaginavo: il suo amato scrittoio, i suoi volumi, carte, carte ovunque, appunti, blocchi e bigliettini sparsi in ogni angolo.

Mi accoglie sorridendo con garbo, movenze eleganti e, indicandomi la poltrona, mi fa gesto di sedere.

«A cup of tea, darling?» mi chiede con un’aria un po’ stanca, lasciandosi abbracciare dalla poltrona.

Si sa: non si può rifiutare una tazza di english tea, anche se fuori ci sono quaranta gradi. Accetto e, sorseggiando lentamente il mio tè, rigorosamente amaro, mi appresto a parlarle.

Mi interrompe.

«Come preferiresti parlare, Vera?»

Con stupore mi accorgo che parla un buffo italiano con un caricaturale accento inglese.

Le spiego che preferisco dialogare in italiano, se non le dispiace, per facilitare così ai lettori la comprensione. Lei mi sorride annuendo.

Le dico che salterò le solite domande di rito, quelle che le avranno fatto, prima di me, fino alla nausea. Non le chiederò quale sia la sua eroina preferita, quale il suo autore d’ispirazione o il suo libro del cuore. Non le chiederò in quale delle sue figure femminili ella si ritrovi.

Le chiederò di perdonare il mio ardire nel vedere in lei, in questo breve frangente, solo una donna intellettuale e un’amica preziosa da cui poter carpire qualche consiglio ricco della sua secolare esperienza.

«Sono una donna innamorata, Jane. Innamorata, ma soprattutto ferita. Vivo una condizione difficile in cui sono combattuta tra i sentimenti che mi legano e le avversità che mi allontanano».

«Oh, dear! Non puoi amare meno qualcuno solo perché ti ha ferita. A meno che non fu con costui tutta sofferenza, null’altro che sofferenza. Ma, mia cara, se fosse stata sola sofferenza, saremmo qui ora a parlarne? I sentimenti non possono provarsi a metà, i sentimenti sono eccessivi, è nella loro stessa natura. Le avversità si superano, bisogna essere capaci di grandi sacrifici e tolleranza».

«Come faccio? Come faccio, Jane, a capire qual è il limite di questi sacrifici, di questa tolleranza?»

«I sacrifici che sei disposta a fare, incondizionatamente, per qualcuno sono la misura dell’amore che provi. È paradossale, mia cara, io lo capisco: più un sentimento è ingestibile, impossibile, arenato e impantanato in situazioni ingarbugliate, tanto più è solido nell’essenza del rimanere. Amare fa rima con restare, nonostante tutto».

«E l’orgoglio, che fine fa l’orgoglio?»Pablo_Picasso,_La_ragazza_allo_specchio,_1932[1]

«L’orgoglio è ciò che noi pensiamo di noi stessi, la vanità è ciò che vorremmo gli altri pensassero di noi: non confonderti. Pur di non perdere l’orgoglio sei disposta a perdere la tua persona? Se l’orgoglio batte l’amore, forse non è amore come credevi fosse».

«Eppure, Jane, nel film tratto dal tuo romanzo…» Lei mi interrompe.

«Film…? Quale film? Hanno trasformato i miei libri in pellicole?»

Non percepisco il tono, ma mi sembra curiosa, così le spiego che in quest’ultimo periodo le sue storie, i suoi personaggi hanno subìto una ribalta mediatica anche un po’ commerciale. Le chiedo, timidamente, cosa ne pensa.

«Vedi, cara, spesso una metà del mondo fatica a capire i piaceri di un’altra. Io ho sempre creduto che i miei mal di gola fossero peggiori di quelli degli altri. Allo stesso modo c’è chi troverà deliziosa la patina commerciale che riveste le mie storie e chi invece, la troverà disdicevole». Sorride.

«E tu, tu non ti sei mai sposata. Mi sono sempre chiesta perché una donna così affascinante, colta e con un dono così coinvolgente avesse scelto di restare da sola. Perché è una scelta la tua, vero?»

Lei abbassa lo sguardo e incrocia le mani sul ventre, serra le labbra e inspira. Si ferma come a pensare bene la sua risposta.

«Nel tempo in cui ho vissuto io scrivere era già un immenso privilegio. Non si possono avere due amori nella vita. Ero promessa sposa, ma se sei indecisa tra due passioni, è bene scegliere la seconda: se fossi stata innamorata della prima, la seconda non l’avrei nemmeno guardata. E invece ho guardato alla scrittura per tutta la mia vita. Lei è stata il mio amore, il mio rifugio da me stessa e dalle offese della vita. Lei ha tamponato le mie ferite, lenito i miei dolori e ricucito i miei squarci d’animo. Ho rivissuto attraverso le mie ragazze. Ho dato loro voce, corpo, animo e volontà: le ho rese immortali. E cos’è l’amore se non un sentimento immortale?»

Scorgo una luce nei suoi occhi mentre mi parla.

D’istinto l’abbraccerei, ma sarebbe troppo poco inglese. Le sorrido, la ringrazio ed esco fuori, piena d’amore dentro.

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