Chi è la più bella del Reame?

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di Veronica Iorio | Ne era certa. Era cambiato qualcosa dal giorno prima. Quel blu brillante, vanto di uno sguardo che aveva sedotto principi e re, era sbiadito ora. E i capelli. Dannazione, i suoi capelli lucenti. Li vedeva spenti, opachi. Pensò fosse giunto il momento di provare qualche diavoleria cosmetica.

E poi la vide. Nello specchio che implacabile non si stancava mai di ricordarle chi era la più bella del Reame. Eccola. Acerba, bianca, giovane. Le doleva il cuore. Le doleva ogni battito. Per un attimo chiuse gli occhi cercando di dimenticare, quasi sperando di sentir arrivare dalle viscere l’ultimo respiro.
E la sentì. Alle sue spalle. Si era appena svegliata. Forse l’aveva ascoltata mentre affrontava la sua diatriba quotidiana con lo specchio indisponente. Questo pensiero la turbò.
Eccola. Era dietro di lei. Ne sentiva il profumo mieloso della carne fresca. Sembrava che l’aria si colorasse di una maledetta primavera quando entrava lei. E in un attimo capì.
Doveva farlo. Per se stessa, certo. Ma in fondo, anche per lei.
Si voltò, con la consapevolezza ritrovata di saper cosa fare.
La guardò.

Biancaneve sbadigliò, grattandosi la testa. Le rivolse uno sguardo annoiato.

«Hai finito, maestà? Che avevi da blaterare tanto con quello specchio antipatico e puzzolente? Non credi sia ora di rimodernare un po’ l’arredamento? Che so, mettere un po’ di colore magari. Buttare via le cose vecchie.»

Aveva messo un accento sull’ultima parola. Ne era certa.

«Taci, infante ineducata! E non pronunciare più quella parola! Nulla è vecchio in questo castello, chiaro?»

E la vide. Mentre si tormentava i capelli con le forbici.

«Ma cosa fai? Sei forse impazzita?»

«Mi si sono annodati i capelli cadendo in un cespuglio di rovi: a proposito, credo che il giardiniere debba essere redarguito! Devo riuscire a tagliare queste ciocche annodate che mi danno fastidio… Non hai qualcosa di più affilato?»

Sembrava davvero spontanea in quella sua follia. Non poteva crederci. Doveva fermarla.

«Vuoi sciupare i tuoi capelli? Non capisci che non saranno mai più così belli, così lunghi, così… giovani? – Questa parola le salì alle labbra con una sofferenza che aveva dimenticato di poter provare. – Non dovresti essere così sbadata, insomma, inciampare nei rovi! Potevi farti male sul serio.»

«Maestà, non hai ancora visto sotto il vestito! C’erano tante di quelle spine che si sono infilate dovunque. Graffi profondi come trincee. Una mappa geografica. Ma il giardiniere me la paga, eh! Pensa che mi sono rotta anche il vestito nuovo. A brandelli, proprio. Ti pare possibile? Uno pensa di circondarsi di professionisti!»

Stava impazzendo lei o la ragazza era in preda a un delirio? Era inorridita da quello che le sentiva dire.

«Graffì, cicatrici. Sciocca ingrata! Ingrata! Questo corpo non è tuo! Non ti appartiene. Non puoi trattarlo così, devi averne cura. E se ti restassero i segni? Sulla tua pelle di pesca… Non voglio nemmeno pensarci.»

Sentì di nuovo dolore al cuore.

«Che saranno mai due cicatrici, maestà? Tu non ne hai?»

Ancora quel dolore sordo.
«Sei forse uscita di senno? Ho vissuto tutta la vita in una torre d’avorio. Nemmeno un raggio di sole, per non sciupare la pelle. Nemmeno un angolo appuntito per non rischiare segni indelebili. Nemmeno un contatto umano per non rischiare l’amore.»

La ricordava bene la sua infanzia, la sua adolescenza. Votata all’apparenza. Alla perfezione. A discapito di tutto, nonostante tutto, oltre tutto.

«Sei felice ora? Senza una cicatrice che ti ricordi una caduta buffa, senza una ruga che possa disegnare il disco giallo del sole in un giorno di primavera. Sei felice anche se non conosci il sapore del tuo sangue? Hai mai provato a strapparti i vestiti? O a scompigliarti i capelli?»

Cosa stava dicendo con quelle labbra di zucchero?

«Zitta, scialba ragazzetta!»

«Ascolta. Prova a pensare, se tu potessi avere una vita vera! Senza torre d’avorio, senza specchio. Senza nascondere il tempo. Perché non sorridi? Potresti scoprire un’altra bellezza. Tu mi vedi bella, più bella di te, perché sono giovane. Ma sai che ti invidio gli occhi, così azzurri! Se tu non passassi tutto il tempo a fissarli nello specchio, potresti colorarli ancora di più del cielo. – Vide il pensiero nei suoi occhi prima ancora di leggerlo sulle sue labbra. – Regina, rompiamo lo specchio.»

Il cuore si fermò. Lo sentì arrestarsi.

«No! Ferma. – Il respiro mozzo. – Io ti ammazzerò Biancaneve. Ti ammazzerò. Non m’importa dei ricordi, dell’amore. Mi importa di me. Io non posso respirare se ti vedo. Ti ammazzerò. Perché non meriti questo dono che è la giovinezza.»

Vomitò le parole. Sputò il veleno. Ingoiò tutta l’amarezza.

«Ammazzami pure! Dopo di me ci sarà un’altra Biancane…»

«Taci!!»

«Un’altra Biancaneve, sì. E poi un’altra e un’altra ancora. Schiere di Biancaneve che ti sbatteranno in faccia la loro gioventù. Mentre tu le ammazzerai, una per una, altre cento ne nasceranno. E tu, maestà, non sarai solo vecchia. – Quell’accento, di nuovo. – Ma brutta. Brutta di ingordigia, di invidia, di tempo. Nessuna Biancaneve potrà colmare il tuo vuoto.»

Tossico. Ovunque. Sotto le dita, le unghie. Non ci vedeva più. Afferrò la forcina d’argento che le teneva su i capelli. Tossico. Ovunque.

Un attimo. Lo doveva fare. La colpì. Al centro del petto. Un foro minuscolo. Percettibile appena tra le pieghe del vestito. Si colorò di rosso.

«Ti avevo detto di non pronunciare quella parola. Io non sono… vecchia. E tu non sei più nulla ora. Muori.»

Tirò via la forcina dal suo petto, pulì il sangue.
Non esisteva più. C’era di nuovo solo lei. Gettò via la corona. Non le serviva. Era pesante. Guardò il volto di Biancaneve, sembrava già più pallido. Sorrise. Afferrò quel ridicolo fiocco rosso che usava portare tra i capelli. Sciocca Biancaneve. Lo sistemò sulla sua testa e si guardò allo specchio. Le stava bene. E lo chiese un’ultima volta.

«Chi è la più bella del Reame?»

Ma non volle udire la risposta. La conosceva già. Era lei, Grimilde, la più bella.

La più bella.

[Riadattamento dallo spettacolo teatrale Fuor di fiaba]

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