Donna Laura

di Mariele Gioia Papa | «Chiedo in sposa vostra figlia, la principessa Carlotta D’Aragona.» Il rifiuto del re Federico è un buon pretesto da unire all’ambizione. «Il Principato di Capua sarà mio, anche senza quella donna.» Capua è protetta dal fiume, è ricca, forte come le mura che la cingono, è preziosa. «Una perla del regno di Napoli, non posso rinunciarvi.» 1501, luglio è alto come il sole a mezzodì, Cesare Borgia inizia il suo cammino verso la città con l’esercito francese del generale Aubigny  a seguirlo. Si ferma alle sue porte e comincia l’assedio. «Vi priverò della potenza che tanto vi fa onore.» Capua si difende fino allo stremo, undici giorni lunghissimi, è sfinita. «4000 ducati, in cambio la pace.» La città è così stanca che non coglie l’inganno, apre al Duca le sue porte. Luglio inizia a tramontare, ma il sole è ancora alto e si riversa nelle strade. Ore 15, Piazza dei Giudici. Una spada punta il cielo, è la mano di Cesare. «Quel sole diverrà un enorme grumo di sangue.» Grida spietate rompono il patto, cominciano la carneficina. Capua viene sventrata, nessuno può sottrarsi alle lame delle milizie indemoniate.  «Voglio le donne più belle, togliete le vesti persino alle monache.»  Le sceglie una ad una e le rinchiude nella torre del Castello Normanno, luogo eletto alla violenza. Quell’alta finestra senza porte diviene il varco fatale da oltrepassare, per custodire nella morte l’indissolubile nobiltà. Altre donne scappate alla cernita, si gettano nei pozzi. Altre ancora, prede da catturare, sfuggono ai soldati scegliendo il Volturno. Una di loro fu la nobildonna Laura Antignano. «Continua pure il tuo incendio, duca, Capua si rialzerà dalla cenere. Oggi non brucerà anche la mia ricchezza, la tua spada non squarcerà la mia bellezza. La mia virtù morrà con me.»

Tiziano, Flora

Mai un fiume mi fu così amico.

Scelsi l’acqua

scelsi me

al corpo estraneo e nemico.

Cercai la morte

per lasciarmi vita,

forza di donna

di purezza gremita.

Non avrei altresì permesso

che il mio ventre accogliesse sommesso

la sporca linfa malata

dell’ostile maschio soldato,

né mai avrei lasciato scurire

la mia intima carne preziosa

per compiacere la brama meschina

d’una spinta bestiale criminosa.

Io, donna Laura

di casata Antignano

trovai salvezza sul Ponte Romano

della mia fiorente madre Capua,

col cielo stampato d’un sole rovente

che intingeva l’aria

di dorata speme

e chiedeva ai miei occhi un ultimo raggio.

Lucide lacrime caddero

nel fiume, donando l’azzurro

Al Volturno rubino.

Nel vitale tumulto

che imposi al mio spirito

riuscii ad avverare

il mio più caro anelito:

prima d’unirmi all’acqua

nella stretta mortale,

per tre istanti,

con dolcezza

imparai a volare.

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