Di te conosco l’attesa

di Chiara Alessandra Piscitelli

Fabio Marigliano, Sfuggire alle mosse di questa scacchiera umana

Di te conosco l’attesa che passa negli occhi
muta
decide quando ti incontrerò.
Così, capita che io debba prendermela con un cappello in lontananza
o con un passo svelto che scivola dal tram,
non il tuo.
Su queste crudeli, seppur piccole illusioni,
cresce la mia consapevolezza di te
– persa –
come chi crede e non prega.
Delle attese fissarne gli inizi
svilirne i contorni,
giocare a rincorrerti a campana sempre un turno indietro.

Chiara Alessandra Piscitelli vive a Santa Maria a Vico, in provincia di Caserta. Ha 22 anni e studia Giurisprudenza. I suoi versi sono arrivati fino a Rimini: venerdì 25 luglio Chiara li raggiungerà, per cantarli nel castello malatestiano che ogni anno, da 11 anni, ospita Parco Poesia.
È il primo festival in Italia dedicato alla poesia esordiente; un osservatorio nato nel 2003, da un’idea di Isabella Leardini, in cui la bellezza della poesia contemporanea unisce chi legge e chi scrive, chi è alla ricerca di talenti da far crescere, ma anche di nuovi autori da scoprire.
Nei prossimi giorni, Chiara condividerà con noi la sua esperienza di giovanissima autrice della provincia: restate sintonizzati sulle nostre #interferenze!

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7 pensieri su “Di te conosco l’attesa

  1. Aggiungo i miei complimenti, ma sento di dover dissentire dal commento di Giuseppe.
    La ricerca lessicale fatta da Chiara, gli oggetti della quotidianità e le immagini che inserisce con freschezza e leggerezza nei suoi versi liberi sono profondamente lontani dallo stile di Montale. Io la vedo molto vicina alla Szymborska e al Tarkovskij poeta; percepisco anche delle influenze da parte di alcuni giovani cantautori italiani. Ma forse sto sbagliando, ed è comunque bello che ognuno legga in una poesia qualcosa di diverso! 🙂

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    • Giuseppe ha detto:

      E’ vero, lo stile di un autore è omogeneo, soprattutto se parliamo di un grande autore. Ma omogeneo non significa “monolitico”. Se rileggi le poesie di Montale, potrai trovare dei versi che sono sorprendentemente attuali e molto più vicini alla quotidianità di quanto si possa attendere da tale autore. Ora confronta questi versi di cui ti parlo con quelli di Chiara; aggiungi poi il fatto che il poeta ligure è famoso per insistere sulle negazioni “non chiederci la formula…questo solo possiamo dirti : ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (ci sono esempi anche da “Le occasioni”) e Chiara dal canto suo mette in evidenza in tre versicoli tre negazioni “muto” “non il tuo” “persa”; la nostra autrice usa pure il correlativo oggettivo (tipico espediente montaliano) “giocare a rincorrerti a campana sempre un turno indietro”…insomma cosa vuoi di più? E poi sostanzialmente è la musica dei versi di Chiara che mi ricorda molto l’andamento ritmico della poesia-in-prosa del premio nobel.
      E poi scusami, Francesca, non so chi siano questi autori russi che mi hai citato, ti faccio tanto di cappello per la tua vasta conoscenza letteraria, ma come si possono fare raffronti stilistici tra opere in lingue diverse?

      Tutto questo per dire che ho avuto le mie ragioni a scrivere quello che ho scritto…siccome però non sono un critico letterario e le premesse non sono buone, visto il modo in cui Francesca mi ha smontato, torno a godermi i bei versi di Chiara, alla faccia di Montale, Tarkovskij e di qualche altro mostro sacro dei bei tempi andati.

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  2. Giuseppe, non era mia intenzione smontarti: il blog è nato per far nascere tra noi un dibattito, ed è bello trovare persone all’altezza del confronto. Non vorrei mai che un'”interferenza” (nome scelto per i contributi che ci vengono inviati) si zittisse una volta pubblicata, perché questo rappresenterebbe un piccolo fallimento per me e, credo, anche per Vincenzo.
    Tornando alla poesia, mi spiace, ma continuo a non vedere la somiglianza. Specialmente perché mi hai citato Le occasioni, raccolta estremamente moderna nel presentare il dissidio del poeta in epoca fascista, ma dove ci sono rimandi alla mitologia greca e allo stilnovismo tramite Clizia – donna-angelo metamorfica che appare e scompare – che innalzano per forza di cose il registro: il lessico di Montale non è molto semplice, se ci pensi, mentre Chiara vuole arrivare a tutti, senza aver bisogno di parafrasi. Non capisco, inoltre, perché definisci negazioni gli aggettivi “muta” e “persa”. E pure il verso “giocare a rincorrerti a campana sempre un turno indietro” per me è una metafora, non un correlativo oggettivo.
    Sono d’accordissimo con te, però, quando parli di “poesia in prosa”, che mi sembra un’espressione calzante per definire lo stile di Chiara. Infatti la Szymborska ha questa stessa caratteristica. È polacca, quindi non posso comprenderne fino in fondo lo stile, però mi affido alla capacità dei traduttori di renderne la poetica… altrimenti si dovrebbero fare solo confronti tra connazionali, non trovi? Comunque, te la consiglio!

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    • Giuseppe ha detto:

      Cara Francesca, le tue buone intenzioni mi fanno stare più tranquillo. Felice di potermi confrontare con una persona così preparata come te!

      Questa somiglianza tra Chiara e Eugenio Nobel la intuisco, quindi razionalmente non saprei spiegartela. Mi sembra quasi che essenzialmente (quindi anche al di là della forma) le due poetiche si somiglino. Prova a intuire anche tu, forse non è solo una mia fantasia…
      Ti ricordo però, come ho già detto, che ne “Le occasioni” ci sono passi di grande semplicità, sebbene il lessico e la sintassi siano generalmente elevati. E’ con questi passi che voglio fare il confronto. Leggili: troverai che alcuni versi potrebbero anche essere scritti per esteso, quasi come in un’opera di narrativa.
      Inoltre, in questa raccolta, il poeta ligure si apre alla quotidianità e il lessico accoglie anche termini prosaici, a differenza di quanto accade negli Ossi.

      Quando ho parlato di negazioni, mi riferivo all’uso che di tali negazioni si fa per definire qualcosa. A volte per definire qualcosa, non serve affermare che una cosa è x, ma serve piuttosto dire che questa cosa non è x. L’attesa è muta, cioè non è fatta di parole, il cappello e il passo non sono i tuoi, la consapevolezza di te, sebbene cresca, non so dire dove sia – è persa. Negazioni che definiscono.

      Nel giocare a campana, io vedo un correlativo oggettivo e non una semplice metafora, perché quel gioco può essere un’esperienza vissuta durante l’infanzia, magari sognando già allora, proprio durante il gioco, l’amato. E il ricordo di questa esperienza diventa il mezzo per raccontare e interpretare un’altra esperienza, che è però anche esperienza interiore dell’inafferrabilità.

      Il problema delle traduzioni, poi, non voglio affrontarlo perché ci sarebbe troppo da scrivere…e non voglio abusare del tuo blog per esporre le mie sole idee.

      Per concludere, ciò che intuisco magari un giorno saprò spiegarlo in maniera convincente…per ora posso solo dire che rileggendo la poesia a voce, mi ricordo di certe “occasioni”…mancate!

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