Si va a vivere

di Martino Santillo, writer di Legenda Letteraria | L’attesa per le 14:00 può essere pesante come un colpo. In un preciso punto di Cosenza, e per alcune persone, quel colpo sembra non arrivare mai, per poi crollare inesorabile. L’autobus era lì, con i portelloni alzati, in attesa di valige, borse e zainetti.

Uno degli autisti era in strada, e quasi già stanco aiutava i passeggeri a disporre i bagagli. Gli si avvicinò, con passo indeciso, il giovane Lorenzo e appena l’uomo si accorse di lui, questi si presentò.

«Salve, sono il ragazzo del giornale. Non so se l’hanno avvisata?» disse tirando su col naso e aggiustandosi gli occhiali col dito medio.

«Salve, sì sì me l’hanno detto… per l’intervista giusto?»

«Esatto. Se per lei non ci sono problemi, inizierei subito. Va bene?»

«Sì, sì cominciamo, però vieni più in qua!», rispose l’uomo spostandosi, e facendo segno al ragazzo di seguirlo.

«Bene, accendo il registratore allora. Come si chiama?».

Van Gogh, Scarpe

«Alfonso De Nitto.»

«Quanti anni ha?»

«Ho trentasette anni.»

«Di dov’è lei?», disse, avvicinando il registratore all’autista.

«Di dove sono? Eh… che ti dico? Sto così in giro che a volte non lo so manco io di dove sono.»

«Scusi dove vive?», chiese, incuneando le labbra sotto la guancia destra.

«Allora, io vivo a Cosenza, cioè sono napoletano ma vivo a Cosenza. Ci siamo trasferiti qui quattro anni fa.»

«Ha famiglia?»

«Sì, sì! Siamo io, mia moglie, Salvatore di cinque anni, e il secondo in arrivo. Ci siamo trasferiti qui a Cosenza per loro: per i bambini. Quando ci siamo sposati, infatti, io lavoravo a Napoli.»

«Ha sempre fatto questo lavoro?»

«No prima no.»

«E da quanto tempo lavora con gli autobus?», chiese mentre appoggiava la spalla sinistra sul fianco dell’autobus.

«Uhm più o meno sono tre anni il prossimo mese. Non ho sempre fatto questo… lavori ne ho fatti tanti, e spesso a nero come manovale. Quello più a lungo che ho fatto però è stato il panettiere.»

«Il panettiere. Per quanto tempo? Aveva un negozio?», incalzò stupito.

«No no, magari! Ero dipendente d’un’azienda. Lavoravo vicino ai forni, poi per fortuna servì un camionista per le consegne, e mi presi la patente.»

«Perché dice “per fortuna”?»

«Eh! Perché: uno, non stavo vicino ai forni che sono micidiali; e poi perché così sono diventato autista.»

«Scusi ma lei guida gli autobus turistici, ma ha la patente per i camion?»

«No ho anche la patente per gli autobus, perché un amico mi consigliò di prenderle tutte e due. Mi disse: “Dato che ti trovi, prendile entrambe ché non si sa mai!”. Me lo ricordo come se fosse ieri!», disse, agitando la mano destra.

«Quindi è andata così?»

«Sì. Infatti, quando ci siamo sposati, facevo il camionista, poi il proprietario della ditta ha chiuso e io sono rimasto senza niente. Allora siamo scesi a Cosenza, dai genitori di mia moglie che hanno un banco al mercato. Un anno sono stato a spasso, poi per i chilometri fatti coi camion ho trovato lavoro con i pullman.»

«Ha sempre fatto questa tratta?»

«Sì sempre all’estero. La ditta fa solo questo. C’ha parecchie tratte, però io faccio soprattutto la Germania».

«La quantità di corse che fa è variata ultimamente?»

«Auf, alla voglia! All’inizio era raro riempire il mezzo, ma ora ci sono dei casi in cui devi combattere con la gente per non farli salire, ché stanno le famiglie intere e giustamente vogliono salire.»

«Ha mai fatto salire più persone di quanto potesse?»

«Non so se posso dirlo, però è facile a capire che succede. Spesso ci sono mamme coi bambini piccoli, e come fai a dire di no?»

«Eh… immagino sia difficile. Chi sono solitamente i suoi passeggeri?», chiese, scorrendo gli occhi sulla lista di domande che aveva preparato in precedenza.

«Guarda ti potrei dire che sono sempre gli stessi, perché c’hanno tutti la stessa faccia. Io poi evito di guardarli troppo, devo guardare la strada. Evito, però, pure perché… mi fa una cosa. Ci stanno molti anziani che vanno dai figli, e quelli sono i più belli perché si lamentano dall’inizio alla fine, è vero, però ci scambi due parole, una chiacchiera, ti raccontano una storia, e ti mettono non dico allegria, ma ti fanno tenerezza. Sono di solito tutti orgogliosi che vanno a trovare i nipotini. I figli sono andati a cercare lavoro e si fanno la famiglia là. Poi ci stanno quelli che hanno la famiglia qua e il lavoro là. Questi dormono perché il viaggio lo fanno spesso, lo conoscono. Ci sta pure chi scende e va direttamente a lavorare, che sta vicino alla stazione. Gli stranieri sono pochi: gli africani, gli arabi, e quando ci stanno non parlano assai. Quelli più tristi sono i ragazzi: alcuni sono proprio piccoli. Glielo leggi negli occhi che non sanno dove stanno andando. Vanno tutti a fare i camerieri, e molti piangono.»

«Anche ragazzi molto giovani fanno questo viaggio?», chiese, alzando di scatto gli occhi dalle sue domande.

«Sì, sì e a piangere sono soprattutto le femmine, ma pure i maschi. Quelli che si nascondono sotto i giubbini per dormire lo vedi quando scendono, come fai a non capirlo: tengono gli occhi rossi e la faccia della paura. Come si fa? E come vuoi fare? Fortunatamente, nella maggior parte dei casi, quelli che se ne vanno tornano contenti a pigliarsi il fratello, la ragazza, però quando partono ti giuro pare che ti strappano un pezzo dal fianco. Come si dice… è un morso allo stomaco, mi piange il cuore. Mi ricordo ancora la prima volta che ho fatto questa esperienza. Arrivati al capolinea scendo per prendere le valigie dei passeggeri, se ne vanno tutti quanti però mi resta una borsa, era una sacca nera, di quelle da palestra. Non avevo capito di chi fosse. Il collega che stava con me torna sopra a controllare, e trova un ragazzo di sedici, diciotto anni. Il collega comincia a insultarlo e quello scende. Gli do la valigia ma non se ne va. Non se ne andava. Teneva una faccia. Hai presente quando uno c’ha paura, così tanto che lo vedi tremare. Era maschio però era piccolo piccolo, magrolino, e infatti all’inizio l’avevo preso per una femmina. Teneva i tratti gentili… e pareva che dicesse “Non ve ne andate, voglio tornare a casa”. Il collega continuava a urlare, io però lo guardavo chiedendomi che cosa avesse. Stava con le mani nelle mani, e con le spalle chiuse raggomitolato su se stesso. Aveva la faccia bianca, bianca come i tedeschi, e stanca. Mi sembrava la faccia della morte. Alzava a tratti gli occhi e guardava il mio collega. Quegli occhi… eh! Tremolavano quegli occhi e tenevano da dire qualcosa, ma non ce la facevano. Il mio collega urlava e il ragazzo ributtava giù lo sguardo. Ma quello che poteva starci in quegli occhi. Me lo porto ancora qua nello stomaco.»

«Come si è sentito difronte a quel ragazzo?». disse, comprendendo che in quelle parole c’era più di quanto si fosse aspettato.

«Mi pareva di non essere più uomo. Me ne volevo andare. Quando il ragazzo si è allontanato, ce ne siamo andati anche noi. Ho guidato io… e guidavo pure veloce perché me ne volevo andare. Ti giuro non volevo tornarci più lì! Né in pullman, né in nessun modo. Ti giuro che non sono riuscito a dormire fino a che sono tornato a casa, e pure nel letto vicino a mia moglie quasi mi veniva da piangere. Se chiudevo gli occhi rivedevo la strada e la faccia di quel ragazzo; tutta la memoria tornava indietro. Ogni volta che chiudevo gli occhi ritrovavo la faccia di quel ragazzo.»

«Cosa l’ha spinta a continuare con questo lavoro?»

«Eh!… e come si fa a cambiare? C’hai le bollette, il mutuo, le tasse, devi mangiare, pensare ai bambini. E se molli che fai? Te ne vai pure tu? A fare i viaggi dalla Germania alla Calabria? Chi ci deve venire? Sai come chiamiamo quelli che tornano in Italia?»

«Come?»

«Campusantaru

«Perché scusi?»

«Perché quando vengono in Italia, sono come quelli che vanno al camposanto. Vengono a controllare che tutto stia lì dove l’hanno lasciato. Vedono che sta tutto fermo, si ricordano che contro la morte non possono fare nulla, e se ne tornano in Germania.»

«Eh… » sospirò storcendo il naso, impotente alle parole dell’autista, e mentre avvertiva su di sé gli occhi dei passeggeri, avvicinatisi attenti all’intervista.

«Perché non è così? Se vai a trovare un morto ci puoi portare i fiori, ci levi la polvere, ma quello sempre morto resta.»

«Da quello che mi sta raccontando, si capisce che a lei questo lavoro non piace.»

«Senti… hai presente quello che succede in Sicilia coi clandestini, no? Ci stanno ’sti disgraziati che non sanno a cosa acchiapparsi, pigliano e vengono qua. Chi ce li porta? Ce li portano gli scafisti, altri disgraziati che sanno che se li beccano sono i primi a finire male.»

«Scusi ma che c’entra? Non è proprio la stessa cosa.»

«Sicuramente, però secondo te questi disgraziati che guidano le navi ci provano gusto? Secondo te si divertono? Ma immagina che vuol dire vedere gente che piange, che cade in mare e muore. Subito a dire che sono dei mostri. Io su ’sto pullman ho capito che è sempre tutto più complicato. Magari fosse facile! Voi ci fate vedere la faccia di uno, ci dite che è arrestato, la gente lo chiama mostro e finisce là. Ma non è così!»

«Come è allora secondo lei?» chiese spazientito, non riuscendo a vedere un reale nesso tra le parole dell’autista.

«La verità è che io sto viaggio maledetto lo faccio con loro ogni volta. Sul pullman io non sono altro che il primo dei passeggeri. Mi vengono a dire che però io lavoro in Italia. Ah si? Chi io o il titolare? Io o il titolare? L’azienda sta in Italia, e forse chi sa. Io sicuramente non lavoro in Italia. Come quelli che passo a prendere, io non ho alcuna altra scelta se non quella di salire su questo pullman e imboccare l’autostrada. E guardi non parlo a vanvera; lo so bene che un giorno in futuro uno di quei ragazzi che scende a Francoforte sarà mio figlio. E ce lo accompagnerò io. Ma qua che dobbiamo fare? Che ci sta da fare? O acchiappiamo coi denti quello che possiamo, e lottiamo per sopravvivere, o siamo tutti morti!»

«Perché non cerca anche lei un lavoro in Germania?», chiese a quel punto, come fosse la cosa più naturale del mondo. Lorenzo ormai non si curava più dei passeggeri spazientiti, ed era fisso solo sull’autista, affascinato dal suo accendersi per le convinzioni.

«Eh… te l’ho detto, sapessi quante volte c’ho pensato. A volte mi è stato pure proposto di andare a lavorare come camionista per un’azienda tedesca. C’è un amico che fa l’operaio lì, e mi darebbe una mano a sistemarmi per i primi tempi.»

«Cosa la ferma?», disse.

«I bambini», rispose, distendendo la fronte.

«In che senso scusi? Dalle sue parole, pare che chi se ne va non rimpiange poi di essersene andato.»

«Guardi, quando torno a casa, dopo essere stato fuori tre, quattro giorni, e vedo quel monello che mi corre incontro ringrazio Dio di tutto quello che mi ha dato. Mio figlio, e mia moglie sono la mia forza. Ho bisogno di tenerli vicini. Se me ne andassi, chissà quante volte all’anno potrei stringermeli. Per ora mi va bene così, il bambino è piccolo e c’è l’altro in arrivo. Inoltre voglio che, fino a che possibile, crescano qui.»

«Guardi che si sta contraddicendo. Prima ha detto che siamo tutti morti, forse questo non vale per i suoi figli?», chiese, riprendendo un atteggiamento distaccato, distante e inquisitorio.

«No, no guarda che io parlo seriamente», disse, mettendo le mani avanti. «I miei figli non sono fuori delle mie parole, anche loro sono nati qui, devono imparare e capire che cosa significa. Devono rendersi conto di quello che c’è intorno alle loro vite, devono conoscere la rabbia che si portano dentro tutti quanti. Questo vuol dire che al tempo giusto me ne andrò, ma non da solo, mi porterò dietro la mia famiglia, e sarò pure io un camposantaru.»

Plinio Nomellini, Piazza Caricamento a Genova

«Ma non è troppo semplice così? Soprattutto non sarà crudele per i suoi figli: fargli conosce una vita per poi sottrargliela?», si fece scappare, con una punta di malizia.

«Mi sa che abbiamo finito», rispose nervoso, mentre guardava l’orologio del suo cellulare.

«Veramente avrei ancora un paio di domande da farle» replicò tendendo la mano verso l’uomo, il quale troncò in modo deciso la chiacchierata.

«È tardi e dobbiamo metterci in marcia. Se vuoi aspetta, tanto quando torno qua mi trovi.»

«Uhm… la ringrazio del tempo, e delle risposte… allora buon viaggio.»

«Eh… buon viaggio.»

[Racconto pubblicato nella webzine Sul Romanzo n. 1/2014]

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