La suprema menzogna

LA SUPREMA MENZOGNA
ovvero
PROLEGOMENI A UN SAGGIO DI TANATOLOGIA LETTERARIA CHE NON SCRIVERÒ MAI

Foto x articolo Antonello

di Antonio Antonello Miele | «E che fine farebbe Dio se l’uomo fosse immortale?»

Non stavamo parlando di filosofia, né di religione, si parlava semplicemente di morale in generale. Niente di impegnativo, quel genere di discorsi che servono per colmare gli imbarazzanti silenzi che si creano inevitabilmente quando qualcuno ti chiede di dare un passaggio in macchina a un conoscente «Visto che sei di strada».

«Eh?», ho capito benissimo ma cerco di prendere tempo, non per dare una risposta definitiva ma almeno per non sembrare un emerito cretino.

«Dicevo: che ce ne faremmo di Dio se non esistesse la morte? Credi che continueremmo a riporre la speranza nell’esistenza di qualcosa di superiore?»

Sono in imbarazzo, come si fa a rispondere a un quesito del genere? Potrei fare una faccia di circostanza, dire una frase generica ed uscirne in maniera non dico pulita, ma almeno dignitosa. Potrei, se non fosse che il mio interlocutore si chiama Alfonso, ed è un frate di robusta formazione gesuitica, passato poi all’ordine benedettino e infine diventato francescano, il che è come iniziare la carriera da astronauta, fare l’ingegnere nucleare e alla fine scoprire che la tua vocazione era di aprire una salumeria in provincia di Campobasso. Le alternative sono due: dire al frate quello che penso e cominciare una diatriba che potrebbe protrarsi per ore e costare a entrambi ettolitri di saliva; mentire a un religioso per non urtarne al sensibilità. Opto per la seconda possibilità.

«Beh, al di là della morte, l’uomo ha comunque bisogno di Dio» dico cercando di essere quanto più convincente possibile. Tuttavia devo avere troppa autostima per pensare di riuscire a mettere nel sacco un gesuita, che alza un sopracciglio e mi dice: «Accosta qui, per favore».

«Guardi padre, parliamone, sa, la questione è complessa, non volevo offenderla».

Frate Alfonso mi guarda fra lo schifato e lo stupito. «Ma che hai capito? Accosta qui, che sono arrivato, vedi?». Mi dice indicandomi le mura del convento. «Comunque non le sai proprio raccontare le balle» aggiunge prima di scendere, stando bene attento a non far uscire dall’abitacolo anche il sommo interrogativo che mi ha lanciato addosso come una zavorra.

Ora ci sono la mia vergogna per la figura con frate Alfonso, un lungo rettilineo e tre semafori che mi separano da casa.

I SEMAFORO

Tanto per cambiare è rosso. Le parole di frate Alfonso continuano a circolare nell’auto come aria viziata. Se l’uomo fosse immortale. Che cosa assurda! Certo però che, pensandoci, sarebbe davvero un bel problema a livello etico-morale. «Toh, piglia ’ste regole e vedi che poi, alla fine e molto con calma, avrai la ricompensa», tutte le religioni si basano su questo cardine. Ma se il problema non fosse tanto la ricompensa, quanto la mancanza di una fine? La nostra scala di valori, quanto verrebbe modificata sapendo che non esistono limiti né una qualche autorità suprema che un giorno ci giudicherà? Tamburello con le dita sul volante e penso a tutti i crimini commessi in nome della religione: dagli assiro-babilonesi fino a Charles Manson e comincio a pensare che l’inesistenza di Dio e l’immortalità dell’uomo sarebbero forse un bene. Ma questo è un pensiero banale, roba da gente che legge solo i titoli degli articoli sul web, qua per uscirne in maniera dignitosa devo almeno cercare di grattare un pochino la superficie e vedere la questione da un’altra prospettiva.

Il semaforo è ancora rosso e sulle strisce sta attraversando una vecchina con un rosario appeso al collo. Già, la religione è un gran conforto per chi deve aggrapparsi a qualcosa in un momento di disperazione. Ma quando stiamo bene e, per certi versi, ci sentiamo immortali? Faccio appello ai miei ricordi di una polverosa saletta nella sagrestia dove una maestrina uscita dal libro Cuore ci faceva catechismo, cercando di far emergere da qualche parte del mio subconscio i Dieci Comandamenti. Quante volte li ho rispettati? Quante persone conosco che li rispettano? Quante persone conosco che li rispettano per timore dell’ira di Dio? Mi sto rendendo conto che il Signore avrebbe fatto meglio a chiamarli i Dieci Suggerimenti. «Mosè, qua ci stanno le tavole con degli appunti che ho buttato giù. Regolatevi di conseguenza». Insomma, vivo in un’epoca in cui gente pluridivorziata si presenta come paladino della famiglia tradizionale. Tradizionale per un mormone, forse. C’è stato un tempo in cui la religione aveva una maggiore influenza sulla morale? Epoche di pace e prosperità il mondo ne ha conosciute poche, non ci voleva Machiavelli per suggerire ai principi di essere al di sopra la morale per raggiungere uno scopo. Bravo, Niccolò, poi tienici aggiornati su come procede la scoperta dell’acqua calda.

A ben guardare la morale dettata dalla religione non si è concentrata tanto sul vogliamoci tutti bene, quanto sul terrore di fornicare e quindi alla fine se l’uomo fosse stato realmente immortale non avremmo avuto le strade piene di morti, ma di gente che ci dà dentro come se non ci fosse un domani.

II SEMAFORO

Guasto. Lampeggia giallo. Al centro dell’incrocio c’è un vigile che fa volteggiare la paletta con gesti ampi ed eleganti. Ma che intendeva poi padre Alfonso per immortale? Stiamo parlando di una cosa tipo Christopher Lambert in Highlander, oppure con invecchiamento e artrosi reumatoide fino alla fine dei tempi? Immortale nel senso di essere impermeabile anche alle coltellate, alle fucilate, agli avvelenamenti e via dicendo?

Sembra una questione di lana caprina ma è importante se guardiamo la questione sotto il profilo storico. Come la mettiamo con la storia? Ci vorrebbe un’immaginazione molto, molto spinta per figurarci, che so, Hammurabi ai giorni nostri. Ecco, allora ammettiamo che i vari capi tribù, principi, imperatori, duchi e baronesse abbiano volontariamente lasciato il potere nel momento in cui sono effettivamente passati a miglior vita. La storia ne avrebbe risentito in qualche misura? Se guardiamo le cose da questa prospettiva apparentemente no, ma è la prospettiva giusta? Voglio dire, quanto la storia è stata influenzata non dalla morte di un capo di stato ma dalla paura della morte? Nel corso della storia dell’umanità si è conquistato, assoggettato, bombardato non solo per una questione meramente economica. Spesso si è andati in guerra per la gloria eterna di qualcuno, per paura che la propria esistenza su questa terra passasse inosservata, che non lasciasse alcuna traccia. Probabilmente un Alessandro Magno immortale nemmeno si sarebbe tolto le pantofole per uscire di casa e la stessa cosa Giulio Cesare o Cesare Borgia. Del resto il mito della bella morte è roba vecchia, risale ad Omero, passa per i Romani, la troviamo nei cicli cavallereschi medievali e scende giù giù fino al Novecento e all’attentato dell’11 settembre. La ricerca della gloria quindi assumerebbe tutto un altro significato, sarebbe roba da gente zelante che, in assenza di morte, voglia farsi ricordare durante la pensione. A ben vedere però di conquiste e guerre dettate dall’amor proprio non è che ce ne siano state tantissime. Prendiamo Hitler: è vero che c’era quella menata dell’impero millenario, tuttavia fu la situazione economica dell’epoca a spingere i tedeschi ad appoggiarlo, se ci fosse stata pace e prosperità probabilmente gli avrebbero riso in faccia con la storia dell’Anschluss e dello spazio vitale.

Probabilmente quindi, a queste condizioni, la storia avrebbe certamente deviato il suo corso ma non in maniera tanto significativa da risultarne completamente stravolta. Alla fine, forse, gli avvenimenti si sarebbero succeduti proprio nel medesimo ordine, come un fiume che serpeggia nel suo letto, come la colonna di auto che sta davanti a me e a cui il vigile fa cenno di avanzare.

III SEMAFORO

Finalmente un semaforo verde. Mi devo fermare comunque. L’incrocio è occupato da un corteo funebre. Quello nella bara è un uomo, lo capisco non perché abbia capacità sensitive, semplicemente in prima fila c’è la vedova accompagnata dai figli che quasi la sorreggono tenendola per le braccia. Le parole di frate Alfonso sono ancora qui che mi girano intorno come il calcinculo alle feste di paese.

Certo che poi ci sarebbe anche il problema dei figli. Non dico il sovrappopolamento, anzi l’esatto contrario: perché fare figli, quindi dare continuità al proprio patrimonio genetico, quando sai che puoi vivere per sempre, che sarai tu stesso a mantenere viva la tua memoria? La memoria, già. Dalle mie parti si usa ancora dare il nome dei nonni ai nuovi nati, in modo da perpetrare la memoria degli anziani, per garantirgli una briciola di immortalità. E cosa rimarrebbe della letteratura nel momento in cui non ci sia più la necessità di tramandare la memoria?

Parliamoci chiaro, morte e letteratura sono talmente connesse che mi meraviglio che non sia stata ancora fondata la tanatologia letteraria: lo studio dell’influenza della morte sulla letteratura. C’è poco da fare, si scrive fondamentalmente per via della morte. No, qua non sto parlando solamente dell’Odissea, dell’Eneide, del Libro delle Tre Scritture o della Commedia, cioè delle opere che hanno per centro la catabasi, la discesa negli inferi. Qui si parla di tutta la letteratura. In fondo cos’è che spinge uno scrittore a mettere la penna sul foglio se non la paura di morire, il terrore che con la sepoltura, la cremazione, l’inumazione finisca tutto, l’angoscia di aver trascorso una vita anonima, che nessuno ricorderà le tue idee, i tuoi progetti e perfino le tue ansie?

Sì, è vero, c’è lo slancio artistico, c’è la voglia di raccontare, di inventare che è presente anche nei bambini, tuttavia sono fermamente convinto che avremmo avuto molti meno scrittori se l’uomo fosse stato immortale. Innanzitutto non avremmo dovuto sorbirci le versioni di Cicerone, le memorie di Cesare, i viaggi psichedelici di Dante e le ansie di Petrarca. E tutta la poetica di Leopardi sarebbe andata a farsi benedire, senza contare che D’Annunzio avrebbe avuto poco da fare lo sprezzante. E con molta probabilità non avremmo avuto una sola riga di Joyce, Svevo, Woolf, Campana, Kafka, Pavese, Pessoa e Levi se su di loro non ci fosse stata l’ombra del Tristo Mietitore. Perché in definitiva pochi sono gli scrittori e i poeti che hanno messo nero su bianco i propri pensieri per il gusto di raccontare, molti sono invece quelli che l’hanno fatto perché ossessionati dall’oblio.

Poco prima di morire Antonio Tabucchi disse che l’epoca in cui viviamo ha completamente cancellato l’idea della morte, si vive come se non si dovesse morire mai, come se si fosse destinati ad una giovinezza eterna ed è per questo che, rispetto al passato, sopportiamo molto male gli eventi luttuosi. Tabucchi viveva da anni in Portogallo e forse non sapeva della direzione che ha preso l’editoria italiana, del fiorire delle case editrici che pubblicano a pagamento e del numero di “scrittori” che supera di gran lunga quello dei lettori. Non so, forse se Tabucchi fosse stato aggiornato in tal senso avrebbe aggiunto che anche questo è un sintomo della paura di morire: scrivono in tanti (e molto spesso male) per lasciare un ricordo, per ritagliarsi una effimera fetta di immortalità. Per raccontarsi che attraverso la letteratura si potrà vivere in eterno, essere immortali, senza però fare i conti col fatto che questo è un destino riservato a pochi, per la maggior parte degli “scrittori” si tratta solo di una suprema menzogna, come quest’auto, frate Alfonso, la vecchina col rosario, il vigile, la vedova con il corteo funebre e i tre semafori che mi separano da casa.

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