Gabriella Kuruvilla, essere donna e scrittrice migrante

di Teresa d’Aniello | Un corpus, ormai, complesso e variegato è quello della cosiddetta letteratura italiana della migrazione, in cui un numero rilevante di scrittrici si offre allo sguardo del lettore e del critico letterario, in una condizione di apparente parità di genere. Oggi la scrittura femminile rappresenta circa la metà della produzione totale della letteratura della migrazione, un dato molto particolare, soprattutto se confrontato col numero delle autrici donne presenti nella Letteratura Italiana Contemporanea. Ma la condizione femminile nella migrazione rende questa situazione di differenza più ampia, e spesso si traduce in emarginazione e solitudine: la scrittrice migrante sperimenta infatti una duplice forma di esclusione, per il suo essere donna e straniera allo stesso tempo. Le scrittrici sono accomunate, e si distinguono rispetto ai loro colleghi uomini, soprattutto dall’alto livello d’istruzione, e poi perché possiedono tutte una grande padronanza e consapevolezza della lingua italiana, appresa senza difficoltà (in particolar modo dalle scrittrici di seconda generazione). Ma utilizzare la dicitura “scrittura femminile” sembra fornire un’etichetta semplicistica che associa il femminile a qualcosa di predefinito e fisso. Vorrei, invece, trasmettere l’idea dell’impossibilità di racchiudere in spazi circoscritti le donne, che siano esse personaggi o autrici. Dalla lettura dei testi letti è emerso, infatti, come le tradizionali opposizioni tra maschile e femminile, in riferimento alla scrittura, non abbiano alcuna ragione d’essere.

La scrittrice migrante mostra sempre una particolare attenzione nei confronti della condizione femminile nell’ambito delle diverse culture con cui entra in contatto; rappresenta il conflitto tra le diverse generazioni di migranti. Gran parte di queste scrittrici immigrate proviene spesso da paesi con forte tradizione patriarcale come l’India, l’Algeria o l’Iraq; l’emigrazione è stata un trauma, soprattutto per quante provenivano da paesi arabi e da una cultura che non permetteva di esprimersi liberamente. Dunque, l’esperienza della scrittura significa uscire dal silenzio e conquistarsi il diritto a parlare come soggetto: rappresenta una possibilità di attribuire ordine e senso alle esperienze vissute in prima persona, e un mezzo con cui costruire finalmente una propria rappresentazione della soggettività femminile e del mondo in generale.pecore nere È quello che accade, per esempio, in Pecore Nere (Editori Laterza, ndr), raccolta di racconti rigorosamente al femminile (le autrici sono quattro) che sceglie di far convergere il punto di vista delle donne e un’ulteriore condizione atipica: lo stato di immigrate. Conciliare la cultura di origine (africana, araba, indiana…) con quella del Paese adottivo (in questo caso l’Italia) è spesso problematico, conflittuale, un passaggio dolorosamente irrisolto pure a distanza di anni. Nel caso particolare di queste scritture, esse nascono o comunque traggono spunto dal vissuto delle loro autrici e acquisiscono rilievo in quanto collocate in un particolare periodo storico, oltre che nel contesto spaziale. Appare evidente che quel complesso e sfaccettato fenomeno che è la migrazione segna, più o meno inconsapevolmente, la loro scrittura e rappresenta dunque un background che non può essere ignorato e che, senza fare forzature, può contribuire all’analisi.

Un caso emblematico è quello di Gabriella Kuruvilla, che pur essendo definita autrice di seconda generazione, in realtà è nata a Milano, da madre italiana e padre indiano, e da italiana appartiene a quella nuova generazione di autrici che rappresenta proprio la spinta propulsiva verso l’interculturalità della società italiana, allargandone gli orizzonti intellettuali, sociali e linguistici e mostrando come due diversità si possano integrare in una individualità e da quella poi diffondersi ad un’intera società. La scrittura costituisce l’impegno più consistente verso tale strada dell’interculturalità e per questo, per presentarvi la scrittrice, ho deciso di parlarvi del suo racconto India, in cui il tema dominante è quello della doppia identità: una prima di desideri, vita, comportamenti, modi di essere, di pensare, di relazionarsi e l’altra condizionata dal colore della pelle. Sono due identità che non si integrano, una interna e l’altra esterna. Una voluta, accettata, vissuta; l’altra rifiutata anche se ritualmente rivisitata nel tentativo di riconoscerla, ma riscoperta sempre più ostile, sempre più ingombrante. Le due identità dell’autrice hanno permesso di evidenziare fondamentali questioni, di carattere, forse, più sociologico che letterario, differenze che convivono all’interno della sua scrittura e che evidenziano il rapporto dell’autrice con il nostro paese. Il racconto India è autobiografico, ma qui la biografia romanzata costituisce lo strumento che l’autrice usa per ricostruire le tappe dell’essere indiana. Scrivere racconti significa, infatti, avere la possibilità di dare significato alla propria esperienza biografica e trasporla in un testo unico, all’interno del quale si concentrano più voci, che con succinta efficacia sappiano descrivere e scrivere ciò che vogliono trasmettere, mettere in luce incroci di esperienze inedite, sfidando con consapevolezza e lucidità luoghi comuni e stereotipi: l’autrice deve mostrare, e fare in modo che il concreto metta in chiaro le sue idee. Nel racconto la protagonista Marly, a trent’anni, compie un viaggio in India con il suo fidanzato Davide, nel tentativo di riconsiderare la possibilità dell’accettazione della propria ascendenza geografica. Una realtà che non le appartiene ma che sente necessaria per il completamento della sua identità, e non riuscendo più a comunicare con il suo corpo «composto da due metà che non si integravano», decide di tornare nell’altra metà, l’India. Lo scontro con la realtà indiana avviene nell’animo della protagonista; il conflitto e l’ostilità che prova nei confronti del paese d’origine del padre cresce ogni volta che si sente fissata dagli uomini indiani, che ridono tra di loro per il suo essere occidentale. Nonostante tutto lei desidera essere considerata una di loro, uguale a loro, ma sbattendo loro in faccia la sua diversità (indossa canottiere e pantajezz attillati, ha capelli ricci slegati, fuma sigarette in luoghi pubblici e indossa bikini in spiaggia):

E io odiavo e amavo quel popolo, che condensava in sé molte delle difficoltà da sempre vissute, e sofferte, con mio padre. E pretendevo da loro, come da lui, che si adeguassero a me. Mentre chiudevo gli occhi davanti a una cultura millenaria. Comportandomi come se quella cultura non esistesse.

Vuole essere accettata per come è da un intero popolo, che dovrebbe mettere da parte le sue tradizioni e i suoi dogmi.

Gabriella KuruvillaIl racconto presenta una parte in cui la narratrice si focalizza in particolar modo sul profondo senso di diversità che ancora oggi esiste tra la nostra e la cultura indiana. La letteratura diviene un mezzo per denunciare ciò che accade nella cultura musulmana, il racconto è il modo attraverso cui si può narrare e arrivare al lettore, e l’autrice lo fa attraverso un’anaforica descrizione di sensazioni visive e uditive in cui condensa, efficacemente, quella situazione di profonda inferiorità che la donna indiana vive nel suo paese. Lo fa attraverso la ripetizione di ciò che ha visto, cercando con forza di mantenere lo sguardo, ciò che ha sentito e che ha letto, restando sbigottita nei confronti di usanze e tradizioni (e in alcuni casi leggi!) di una terra alla quale, come donna occidentale, non sente di appartenere. A tal proposito, riporto un breve passo dal racconto India:

Ho visto la bambina sporca, con i vestiti stracciati e i capelli arruffati, che camminava per la strada di una grande città, chiedendo l’elemosina e portando in giro un topolino legato a una corda-guinzaglio. E ho visto i commercianti che le sputavano addosso. E ho distolto lo sguardo perché mi sentivo troppo simile a lei, e temevo che tutti se ne accorgessero. Ho visto le donne che facevano il bagno in mare tenendo addosso il sari e che, una volta uscite dall’acqua, cercavano di asciugarsi alla luce del tramonto un corpo ancora avvolto dai vestiti. E probabilmente sarebbero salite in macchina, umide, insieme ai loro uomini, asciutti. E ho mantenuto lo sguardo, per sentirmi assolutamente diversa da loro, e volevo che tutti se ne accorgessero. Ho sentito un giovane marito dire della bambina che aveva appena avuto dalla moglie: “Purtroppo è una femmina”. Purtroppo? “Purtroppo dovremo preoccuparci della dote”. La nascita di una figlia è prima di tutto l’apertura di un debito. Quella stessa giovane moglie era stata costretta, il giorno prima di partorire, a cucinare per noi tutta la mattina per offrirci un pranzo a cui non avrebbe partecipato: perché, nei villaggi del Sud agricolo e povero, le donne non mangiano con gli uomini, e con le donne straniere.

Non posso dilungarmi in una disamina sulla condizione della donna nei paesi musulmani; basta menzionare il “codice di Manu” per pensare alla condizione di inferiorità subita dalle donne. E da donna italiana, la protagonista Marly sfida continuamente l’India; ma anche in Italia avverte quel senso di inferiorità vissuto dagli immigrati e per questo si commuove, perché ogni volta che vede uno di loro vede una persona strappata alla sua terra e vede in loro la sofferenza e lo sradicamento di suo padre.

Non possiamo non affermare che la cultura patriarcale dell’islam abbia reso “senza voce” le donne indiane, schiacciate da regole interne che impediscono loro di esprimersi e oppresse da una visione dall’esterno che le banalizza considerandole oggetto erotico-esotico. In questa situazione, dunque, scrivere in un’altra lingua, in una qualsiasi altra lingua, diventa per l’autrice, e per tutte le donne, l’inizio di un processo di svelamento. Per tutte queste ragioni, Gabriella Kuruvilla, costituisce un vero e proprio caso letterario, un personaggio che cerca di comporre un puzzle senza averne i pezzi, che attraverso l’uso della parola, scava dentro di sé, lavora sulle sue esperienze e lo fa utilizzando metafore, rimandi, contrapposizioni, un linguaggio comico e ironico al contempo riuscendo a dar voce ai suoi pensieri e alle sue esperienze.

Donne indiane con sari

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