L’impatto della guerra nella vita quotidiana

Un punto di vista storico privilegiato è sicuramente quello di inquadrare il corso degli eventi non da un osservatorio a posteriori, ma rintracciando considerazioni, usi e costumi di chi l’ha vissuta in tempo reale.

La I Guerra Mondiale ebbe una durata di 4 anni, un periodo lunghissimo durante il quale i paesi partecipanti ricorsero al riassetto degli equilibri economici per sostenerne le ingenti spese. Allo stesso modo, l’Italia fu costretta ad uscire dall’orbita dello stato liberale, o stato leggero, per dirigersi verso un programma di pianificazione economica. Tutte le risorse dovevano convogliare nella produzione di armi, nell’àmbito di un processo di razionalizzazione che portò all’esaurimento delle possibilità per il libero mercato.

In tale contesto, le donne svolsero un ruolo fondamentale, sia nel mantenimento della casa e degli equilibri familiari che per il lavoro svolto nelle industrie, anche belliche. Al termine della guerra, esse riceveranno il diritto di voto in Germania e poi in Inghilterra [legge del 2 luglio 1928]. La figura femminile è legata anche all’esplosione dell’industria tessile, forte durante la guerra per confezionare divise militari. Tuttavia, proprio perché impegnate in attività solitamente svolte dagli uomini, non possiamo parlare di emancipazione femminile. Le corrispondenze, tra l’altro, ci documentano del malessere di queste donne, esasperate dall’insostenibilità di mandare da sole avanti la famiglia e in fervente attesa del ritorno del marito a ricoprire il ruolo che ritenevano gli spettasse, quello del capofamiglia. Per tale motivo, le attività svolte dalle donne in tale arco di tempo non rientrano in un processo di evoluzione dei costumi, bensì vanno lette in una situazione in cui era impossibile agire diversamente, pena la sopravvivenza.

Donne in fabbrica di Armi - CopiaDonna in una fabbrica di armi durante la IGuerra Mondiale

Piuttosto, gli uomini, soprattutto contadini, si trovavano al fronte, a costituzione delle truppe italianee al comando dei cosiddetti ufficiali di complemento, arruolatisi come volontari. Questi civili, entrati a far parte dell’esercito appositamente per partecipare alla guerra, avevano anche possibilità di fare carriera durante il conflitto, in seguito alla morte dei superiori. Numerose erano le funzioni a cui assolvevano, che non dovevano essere esclusivamente di carattere militare. Ad esempio, i soldati erano soliti inviare lettere alle mogli. Data la loro larga analfabetizzazione, essi ricorrevano alla mediazione dell’ufficiale, persona in grado di leggere e scrivere. Allo stesso modo le mogli, in caso di risposta, si rivolgevano alla figura del parroco. Questo meccanismo, tuttavia, poteva portare, in molti casi, a una censura da parte dei capitani delle truppe, che insabbiavano le cattive notizie per preservare il morale dei propri soldati.

Il 1 Settembre 1939 iniziò la II Guerra Mondiale, con l’occupazione della Polonia da parte dei tedeschi. L’Italia era legata alla Germania dal Patto D’acciaio, un’alleanza non solo difensiva ma anche offensiva. Questo non impedì a Mussolini di rinviare l’ingresso in guerra delle truppe italiane. Il capo del fascismo, inizialmente, non nutriva fiducia riguardo un esito vittorioso della Germania. Pensava che questa sarebbe crollata come accadde già per il primo conflitto mondiale, allorché cedette la spugna per il termine delle scorte dovuto alla chiusura delle vie di rifornimento da parte degli inglesi.

Con l’evolversi delle dinamiche, Mussolini decise di entrare in guerra il 1 giugno del 1940 perché la Francia aveva avviato i negoziati di resa. Non aveva previsto che il primo ministro inglese Winston Churchill non era assolutamente intenzionato a mollare. Il duce credette, invece, ad una fine prossima del conflitto a favore dei tedeschi.

In Italia meridionale vi fu, inizialmente, accettazione riguardo l’entrata in guerra dell’Italia. Si consolidò in quest’area l’idea di una facile e rapida vittoria. Inoltre, il teatro di guerra era lontano. Il duce, a piazza Venezia,  parlò di una “guerra breve e vittoriosa”. Buona parte degli italiani nutriva piena fiducia in Mussolini. Lo stesso non si può dire per il fascismo. I podestà e gli esponenti locali del partito erano, infatti, a più riprese accusati dalla popolazione delle peggiori nefandezze.

Quando l’Italia entrò in guerra aveva una scorta di grano per sole quattro settimane, cosa che portò inevitabilmente ad un razionamento del cereale e quindi del pane per ogni nucleo familiare. Tale situazione fece emergere i primi malcontenti circa lo stato di guerra nella penisola italiana.

Il conflitto non fu affatto breve e soprattutto l’esercito si mostrò tutt’altro che temibile, raccogliendo due sonore sconfitte in Grecia e in Nord Africa. Tutto ciò contribuì ad impressionare in modo negativo gli italiani, ma non al punto tale da mettere in discussione l’operato di Mussolini, ritenuto ancora persona astuta, abile nell’allearsi con lo schieramento dato per vincente.

Un cambiamento di opinione si verificò con l’intervento americano all’interno del conflitto, in seguito all’attacco alla base navale di Pearl Harbour da parte dei giapponesi. Anche se le élites della penisola italiana non erano pronte a scommettere sulle proprie capacità militari, la popolazione, soprattutto del Sud, aveva bene impressa in mente l’immagine dell’America conosciuta attraverso le lettere dei parenti emigranti: la rappresentazione di un mondo prospero e potente.

Con lo sbarco alleato in Sicilia, in poco tempo Mussolini passò dall’essere mito all’essere additato come unico responsabile del crollo italiano, quando fino a qualche tempo prima tutte le colpe venivano scaricate addosso ai collaboratori del duce, considerati cattivi consiglieri e approfittatori della sua benevolenza.

Corriere della sera del 9 settembre 1943Prima pagina del Corriere della sera del 9 settembre 1943

La data dell’8 Settembre 1943, giorno in cui venne annunciato l’armistizio da parte del generale Badoglio, può essere considerata la prima volta in cui gli italiani furono chiamati a scegliere da che parte stare e non ad ubbidire ad ordini insindacabili. Perché è questo che fu il fascismo, un regime di polizia con pretese totalitarie e non un regime totalitario, come in Germania o in Russia. Anche in questo caso si possono ricavare elementi dalla vita quotidiana che lo confermino.

Nella Russia sovietica la visione di un film portava con sé sempre, alla fine, una morale. La scelta di proiettare queste pellicole, nella fattispecie nelle campagne dove risiedevano i contadini, era propriamente pedagogica, funzionale ad educare il buon compagno. Lo stesso non si può dire per l’Italia. Innanzi tutto perché per accedere alle sale cinematografiche bisognava pagare. I film non avevano alcuna funzione di propaganda. Anzi. Gli italiani andavano al cinema per guardare soprattutto film americani, di cui idealizzavano l’armonia della vita. Il sogno di una realtà di benessere si riscontra anche nel refrain di questo brano canoro del 1939:

Se potessi avere mille lire al mese,

farei tante spese, comprerei fra tante cose

le più belle che vuoi tu!

 

Ho sognato ancora, stanotte amore l’eredità

d’uno zio lontano americano!

Ma se questo sogno non si avverasse,

come farò…. il ritornello ricanterò!

 

Il quadro delle aspirazioni del popolo italiano, che si venne a consolidare in tale periodo storico, sembra portarci a ritenere giusta l’opinione secondo cui il fascismo abbia effettivamente preparato il terreno adatto all’ansia da consumo del cosiddetto miracolo economico italiano degli anni ’50 e ’60.

Ciò che, infatti, si verificò in questi anni può essere considerato come un vero e proprio paradosso dei consumi, laddove i prodotti non necessari al consumatore erano posti sul mercato ad un prezzo nettamente inferiore rispetto a quelli ritenuti fondamentali al vivere quotidiano. Una condizione, questa, a cui diedero manforte, tra tutti, le maggiori industrie italiane, le quali, attraverso un piano di emulazione dei processi di produzione provenienti dall’estero, introdussero nel paese modelli che cozzavano con lo stile di vita degli italiani.

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