Lettera d’addio a una ragazza

Robert Doisneau

Dalla finestra osservo la coreografia dei palazzi che si intersecano con le strade, mentre sullo sfondo c’è un cielo di fine ottobre con lo stesso colore dei tuoi occhi quando diventavano tristi. Ripenso alle parole senza peso che abbiamo depositato nel vento e che ora sono disperse, come tutte le cose che trovano la grazia nella loro leggerezza. Ci sono delle auto parcheggiate nel silenzio, come la mia quando racchiudemmo in un abitacolo tutta la forza dei nostri desideri. Queste, però, sono vuote. Gli alberi tagliati male, che cercano inutilmente di accendere con i colori questa giornata grigia o questa periferia inesistente, mi ricordano quelli che affollavano maldestramente il parco abbandonato in cui ci dicemmo addio, per la terzultima volta. Avevi i capelli sciolti per coprire gli occhi assenti ed un quaderno su cui avevi appuntato con una biro le mie parole, per rileggerle nei giorni in cui sarei scomparso. Come se le mie parole non fossero quelle di un deficiente. Ci guardammo e ci fu un sorriso smorzato che copriva il desiderio di fuggire via da qualcosa che non capivamo e che non avremmo mai capito. Tu eri sempre meravigliosa, riflessa nella convessità dei miei occhi spenti. Quando abbassasti lo sguardo per la timidezza capii che la bellezza può esplodere anche tra i calcinacci sparsi e l’erba. Capii che la bellezza può ferire. Già allora avevamo commesso tutti gli errori possibili, poi abbiamo voluto strafare. Sono stati i nostri viaggi all’estero a cambiarci i connotati dell’anima. Eravamo irriconoscibili. E il ciclo dei nostri ritorni eterni si è arrestato per sempre.

Le cose accadono e le vite si allontanano verso destini diversi, senza una ragione, inevitabilmente. Adesso starai leggendo un libro o affondando il dolore tra le braccia di qualcuno, con la speranza vana che la felicità abbia a che fare con il ritmo dei cuori. Qui inizia a piovere con la stessa prevedibilità di quando ci siamo detti addio per l’ultima volta. C’era un freddo assurdo e quel rumore mi sussurrava ritmicamente che settembre era finito davvero, che la nostra estate era finita davvero, che l’amore era finito davvero.

Addio,

P.

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