580 anni dopo la scoperta dell’America

di Francesca Palladino | Nel 2079 i frigoriferi non fanno più rumore.
Nel 2025 non era così. Lo so perché mio padre era insonne e scriveva lunghe lettere per me che sarei dovuto nascere di lì a poco.

Mi raccontava la sua battaglia contro il frigorifero che era nella stanza accanto la camera da letto: «Achille, quando sarai grande e avrai una famiglia tutta tua, ricordati che la cucina deve stare necessariamente dall’altro lato della casa perché il frigorifero fa rumore la notte. Se poi erediti l’insonnia da me, ti ci fissi».
Mio padre aveva sicuramente ragione. L’insonnia l’ho ereditata da lui, la cucina sta dall’altro lato della casa, ma i frigoriferi non fanno più rumore. Avrebbe avuto 83 anni oggi, ma a parte i frigoriferi silenziosi, di questo nuovo mondo non gli sarebbe piaciuto niente.
Odilon Redon, Occhio in mongolfieraUn altro giorno grigio come ieri, e come il giorno prima ancora, è pronto ad aspettarmi fuori dalla porta di casa mia.
Come ogni mattina sono obbligato a prendere pillole per combattere il malessere che mi affligge.
Quando ero a scuola, e studiavo la storia, mi piaceva molto la parte introduttiva ad un nuovo periodo: «I cambiamenti non avvengono mai in poco tempo, ci vuole circa un secolo prima che si verifichino realmente e diventino riconosciuti. Scegliere una data per far iniziare una nuova età storica non è altro che una convenzione della storiografia. Niente di più, niente di meno».
Così ripetevano i professori che si susseguivano anno dopo anno nell’insegnamento della materia.
Ma nessuno di loro aveva visto il futuro. Nessuno di loro poteva mai immaginare cosa sarebbe accaduto di lì a qualche anno: altro che secolo, altro che date come convenzioni!
Il 12 ottobre del 2072, cinquecento ottanta anni dopo uno degli eventi più importanti della storia chiamato “scoperta dell’America”, il mondo era destinato a cambiare nuovamente. Stavolta non si scoprirono nuovi continenti, ma tutto il globo poteva essere soprannominato “Nuovo Mondo”.
Si parlava di nuovo moderno in un mondo nuovo, dove c’era un nuovo google su cui cercare nuove notizie, nuovi lavori, nuovi tipi di famiglie.
Nuovi mezzi di trasporto, nuovo tipo di affetto, nuovi governi, nuovi cervelli, nuovi figli. Tutto era da sostituire.
Altro che era consumistica, questo era molto di più. Da un giorno all’altro qualcuno dai piani alti aveva deciso per noi. Aveva deciso che le nostre vite, grame o piene che fossero, avevano bisogno di essere rinnovate. I nostri tagli di capelli erano obsoleti, il nostro modo di camminare, di parlare, di muoverci o di studiare era diventato passato. C’era il futuro. Ed era lì, era ora, era presente.

Quella mattina il cielo era sereno, limpido, di quelli senza nemmeno una nuvola, che li guardi e l’occhio si spaventa per tutta quell’immensità. E paura dovevamo provare noi, popolo di ogni parte del mondo, per quello che era stato deciso. 

La mattina del 12 ottobre del 2072 ci svegliammo pensando che fosse un giorno come un altro, in cui il sole ti dava una ragione in più per essere grato di quello che avevi. Non sapevamo che sarebbe stata l’ultima volta.
Ogni strada, ogni quartiere, ogni zona della città era stata chiusa. Per ogni 10 famiglie c’era uno specialista del nuovo mondo, una specie di tuttologo istruito da chi di dovere su quello che dovevamo imparare e cambiare da quel momento in poi.
Ci spiegò che le nostre macchine elettriche erano state sostituite con delle “capsule”, una sorta di ovulo gigante che si apriva con il comando vocale dal nostro cellulare e che ci portava ovunque volevamo andare.
I nostri capelli furono omologati, un taglio per la donna, un taglio per l’uomo, un taglio per i bambini, maschi o femmine che fossero.

Divise per tutti, finalmente non si perdeva più tempo a decidere cosa indossare per essere alla moda. Anche la dieta doveva essere la stessa. Nei supermercati di tutto il mondo sarebbero stati venduti solo alimenti standard. Cibi liofilizzati che sintetizzavano solo quello di cui avevamo bisogno. La giusta quantità di proteine, di carboidrati, zuccheri non raffinati, di sale. Finalmente ognuno poteva inseguire il suo sogno. Essere uguale all’altro che invidiava, essere magro, alla moda, con gli stessi vestiti, gli stessi atteggiamenti di quelli che avevano deciso. E se avevano deciso di sicuro contavano qualcosa. Per questo eravamo felici.
Ci sembrava di vivere un sogno. Il nuovo mondo lì, all’improvviso, per ognuno di noi. Senza doverlo desiderare, invocare, pagare. L’avevamo avuto così come lo volevamo.
Poi nel pomeriggio iniziarono i controlli psicologici di tutta la famiglia. Ci tenevano del tempo a parlare con loro, facendoci diverse domande, spesso anche banali. Alla fine della giornata fu montata una grande bacheca di legno per ogni quartiere.
Eravamo curiosi.  Pensavamo agli incarichi nuovi che ognuno di noi avrebbe dovuto svolgere e non vedevamo l’ora di iniziare. Invece su quella bacheca c’erano i nomi nostri e dei nostri figli, con accanto l’idoneità o la non idoneità al nuovo mondo.
Per quanti bambini lessi la frase: “Non idoneo al nuovo mondo (troppa fantasia)”.
Dei miei due figli rimase solo Carlo che aveva dodici anni. La piccola Camilla fu portata via, ne aveva solo sei.  Ancora oggi non so cosa le sia stato riservato per essersi mostrata colpevole di un reato troppo grande, per essere così diversa da noi, esseri perfetti che non riuscivano neanche più ad immaginare.
Le case poi furono tinteggiate tutte di bianco, all’interno gli elettrodomestici furono sostituiti quasi tutti, ad eccezione di quelli che le famiglie avevano comprato da poco.
Il divano venne abolito dal nuovo mondo.
Fuori ogni quartiere si vedevano montagne di cuscini e di strutture, avvolti nel cellophane, con la scritta “INUTILE”.
Stessa cosa avvenne con i libri, con i film in dvd, con i pupazzi.
Ogni bambino fu dotato di un tablet, che era il suo unico strumento di studio e di svago.
Gli fu spiegato che dal giorno successivo sarebbe iniziata una nuova scuola, dove per loro sarebbe stato tutto più bello. Nessuno avrebbe perso più tempo a fare paginette di A, di B, o di tabelline. L’importante era saper scrivere attraverso i tablet, calcolare attraverso i programmi, saper programmare  e creare nuove app.
Le penne furono distrutte.
Oggi sono passati sette anni da quel giorno e in un cassetto di sole prese ho trovato un foglio bianco e una bic.
Non so come abbiano fatto quel giorno a lasciarlo qui, come sia sfuggito ai controlli, e anche alla mia coscienza convinta che questo nuovo mondo sarebbe stato meglio per tutti.
Così ho scritto due righe, e ho ricordato come potevamo essere.
La domanda che mi sono posto più spesso in tutti questi anni è stata: Come hanno fatto a cambiare tutto in una notte?
Ora, dopo sette anni di nuovo mondo, mi tornano in mente le parole dei miei professori di storia e ripenso a quanto siamo stati ciechi a non vedere che il nuovo mondo lo costruivamo tutti noi giorno dopo giorno, che per cambiare le cose ci vuole davvero un secolo e più, ma noi ce ne accorgemmo solo nel momento in cui ci sembrò tutto compiuto. Non pensammo di aver contribuito, non credemmo che il 12 ottobre del 2072 fu solo una convenzione temporale per dare la possibilità di capire a tutti, anche a chi non se ne accorgeva, che avevamo ridotto tutto in frantumi: le nostre famiglie, i nostri lavori, i nostri figli, le nostre case.
Solo oggi mi accorgo che se non avessi comprato il frigorifero che non faceva rumore, ma semplicemente spostato quello vecchio, forse potrei stringere ancora fra le braccia mia figlia che disegna con i pastelli a cera.

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