Non mi è mai piaciuto scrivere

di Dotty Ivir | Per me si tratta di fare questo, adesso. Tu, lettore, ti chiederai perché. Lo faccio per saggiare la mia ormai arrugginita fantasia nello scrivere: terrore mai superato, di spingere una penna sulla carta. Non mi è mai piaciuto scrivere, perché lasciare una parte di me su un foglio volante l’ho considerato sempre troppo frivolo e di certo meno caldo di una stretta di mano, di uno sguardo o di una battuta piena di sarcasmo. Picasso, Les deux saltimbanquesLa carta, invece, ti imprigiona in un vortice di sistematica puntualità e coerenza che a lungo andare ti divorano. Diventano prove tangibili di quello che hai detto, fatto, pensato e ti inchiodano selvaggiamente. Ti inchiodano come un avviso in bacheca. E tu sei lì, solitario e un po’ ingiallito che quasi diventi un post-it un po’ spiegazzato: un semplice promemoria per chi non ti conosce e una garanzia per chi ti ama. Ma alle volte è anche bello essere il contrario: essere una garanzia per chi non ti legge, ma per chi ti guarda e ti ascolta: come quando sei seduto al bar con il tuo compagno, e un’altra persona seduta al tavolo affianco sorride, sentendo il racconto delle tue giornate spensierate; la garanzia di trovare anche in uno sconosciuto un dispensatore di sorrisi.  È per questo che non mi piace scrivere: perché quando lo fai le mani sono occupate; la mia destra di solito scrive, esercitandosi a praticare lettere più belle e rotonde, mentre la sinistra e sistematicamente martoriata dai miei denti che affondano nella carne viva delle mie cuticole. Invece quando parlo, le mie mani si muovono energicamente nell’aria e disegnano le immagini che accompagnano le mie parole e i miei denti sono occupati a pronunciare consonanti che compongono il mio pensiero e non più a torturare le mie stanche dita. Eppure se non scrivessimo e se non l’avessero fatto prima di noi, non avremmo avuto un’identità, un porto sicuro dove ricercare noi stessi. Alle volte penso che dovrei fare come in quei film americani dove seppelliscono in giardino delle piccole scatole di latta, come una sorta di capsula del tempo, riempiendola di oggetti che parlano della propria memoria accompagnati da lettere scritte da me ventenne ad una futura me quarantenne.

Cerco di convincermi del fatto che domani lo farò: comprerò una scatola di biscotti, li mangerò tutti e riempirò il mio piccolo scrigno di oggetti e piccoli aneddoti sulla mia vita.

Ma per farlo avrò bisogno di scrivere… ed ecco che i miei denti già stanno mordendo e le mie dita sanguinando.

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