Arrivederci amore, ciao

Henri Cartier-Bresson, In un treno (Romania, 1975)

Dearest,

Ti scrivo perché vorrei provare ad aprirti una finestra sui miei pensieri di questi ultimi giorni, su una parte di me.
Tu lo sai io non so parlare: mi arrotolo intorno alle parole, faccio mille giravolte e quasi mai riesco a dire ciò che vorrei.
Quando scrivo è come se il flusso di pensieri che sento aggrovigliato avesse uno sbocco, un percorso da seguire e una foce in cui, finalmente, liberarsi e scorrere.
Così eccomi. È facile parlare di come ti squarci l’anima un amore consumato, un legame in cui credevi poi naufragato tra silenzi e bugie, una storia di sesso che credevi fosse amore. Tanto è facile, che sulle lacrime e i cuori infranti ci hanno costruito secoli di letteratura.
Oggi perciò vorrei parlarti della felicità del nostro inizio, della consapevolezza di abbandonarsi a un sentimento che ti fa paura, che non sai gestire, ma che ti sostiene, ti cura, salvifico, bello. Bello che proprio non puoi farne a meno. Perché, ti starai chiedendo, voglio scriverti dell’inizio. Alle volte, dopo esserci urlati contro, mi arrabbio per averti detto tutti quei sì, mi chiedo perché cazzo mi trovo a questo punto, perché devo sentire così tanto dolore. Poi mi fermo un attimo, ricordo il perché e mi comprendo. È tutto spiegato lì: nel nostro inizio.
Come avrei potuto non innamorarmi di te?
Io e te insieme si è come le parole, quelle belle, che insieme diventano poesia. Improvvisamente poi viviamo momenti in cui non riusciamo a stare in una stessa frase, ci distruggiamo, ci allontaniamo, ma mai abbastanza da non poterci trovare più.
Avrei voluto che vedessi i tuoi occhi, mentre si specchiavano nei miei e mi dicevi quelle parole quella notte, nudi coi vestiti addosso.
Come avrei potuto non crederti? Io ti guardavo nell’anima, si è svelata a me. Un’anima fragile, come sono tutte le cose più rare, più belle. Delicata che te ne devi prender cura, stare attenta a non spingere troppo ché lì è tutto in equilibrio precario, ma la luce sotto le tue macerie, io l’ho vista: era accecante, risplendeva. Eri tu, il vero te.
Con tutti gli altri indossavi una maschera, ma con me eri te stesso: eri bellissimo. Quella bellezza che il tempo non cancella, un bellezza che si annida nel cuore e ne fa dimora.
Potrei spiegartelo con parole povere, ma quando parlo di te, anche le parole si arricchiscono di quella passione che ci ha legati, dell’amore che ci ha stretti.
Noi ci si sarebbe innamorati anche se ci fossimo conosciuti tra gli scaffali della Feltrinelli, camminando per le vie del centro, su un autobus o all’Università. Se non ci fossimo conosciuti di sfuggita quella sera umida e nebbiosa sotto al portico, la vita ci avrebbe concesso altri primi incontri, con gli stessi occhi tuoi bassi, le tue spalle curve e le mie mani sudate, nervosamente passate tra i capelli.
Credo che si possa fuggire da tante cose: da un lavoro che non ti piace, da una città che detesti, da una paura che non vuoi affrontare, da alcune persone. Quello che so è che non puoi scappare dall’amore. Non puoi scappare da quello che senti.
E noi non siamo scappati. Il nostro inizio è stato bello perché coraggioso. E l’amore è coraggioso: chi ama non si arrende.
Ma io, io non ci ho creduto più all’amore che supera ogni cosa: credo nel costruire quotidianamente, nella fiducia incondizionata, totale e credo nell’impegno. Ci si sceglie ogni giorno. Credo che l’amore sia la base da cui parte tutto ma da solo non basta, resta solo un bel sentimento. Un sentimento di cui poter scrivere poesie, narrativa o testi di canzoni.
Ho lottato, mi sono fatta a pezzi, li ho rimessi insieme e sono andata avanti. Non ci riuscivo perché vivevi in me, così sono tornata e ho dovuto raccogliermi ancora e ancora. Ho rilegato i miei brandelli e ci ho creduto di nuovo, senza riserve, senza remore. Non mi sono voluta arrendere, ma ho imparato che, per certe storie, arrendersi non equivale ad aver fallito.
Alle volte tocca rimboccarsi le maniche e salvarli, certi amori. Altre, sei costretta a distruggerli, prima che siano loro a distruggere te.
Ogni volta che ascolterai quella canzone passare per caso alla radio, o che la luna sarà alta e piena. Ogni volta che vedrai i palloncini dei bimbi in una qualche anonima piazza, ogni volta che ti affaccerai da quella terrazza. Ogni volta che pioverà forte, la tua macchina e i miei libri.
La vita ti ricorderà il nostro inizio, travolgente che ci ha sconvolto la quotidianità, ma ci ha tenuti insieme a lungo, lei lo farà meglio di quanto abbia fatto io stasera. Ci penserà la vita a ricordarti quello che lei ti aveva donato, mentre tu avevi sempre altro, boh, non so, altro.

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