Cronaca dalla pompa di benzina

di Raffaele Sabatino | Stasera voglio mantenere la promessa di fotografarti come si deve e quindi sono venuto con l’armamentario necessario. L’armamentario necessario consiste nelle mie mani, nella macchina fotografica, nel cavalletto e in un interruttore per pose B. Ma non è solo per questo che sono venuto, veramente. Volevo raccontarti – a te che sei così paziente e mi aspetti ogni settimana sapendo che prima o poi verrò – una cosa. Forse è perché sei così che lo voglio raccontare proprio a te, starei per dire paradossalmente a te, visto che le pompe di benzina sono notoriamente sorde e mute, almeno nell’ambito dello spettro di frequenze udibili dagli umani, mentre quello che io voglio dirti ha a che fare proprio con le parole, che notoriamente servono per comunicare e quindi vanno dette scritte e udite.

Non so da dove cominciare e ultimamente sono poco lucido e perciò scusami se prima che sia troppo tardi (funziona infatti solo facendolo molto rapidamente) ricorro al mio solito giochino di ripercorrere i pensieri all’indietro fino adFotografia urbana di Gabriele Basilico arrivare al primo anello della catena che è poi il pensiero originario e cioè quello di venirti a raccontare queste cose, in cui spero di trovare più dettagli da dirti: orribile palazzo all’angolo – tutto bagnato – mio nonno alla fermata del pullman con l’ombrello e io che tornavo da scuola – profumo di pini – bello quando pioveva – chissà se piove per strada – pompa di benzina ancora – freddo fuori – caldo – tappeto a casa – morbido – dura e fredda – macchina fotografica – otto lettere – prendere.

Ecco, essenzialmente volevo dirti che ciò che noi parlanti (tu inclusa, perché dopo quanto detto prima mi piace pensare che esista, invece, una banda di frequenze usata da voi pompe di benzina per comunicare tra di voi e forse anche con altri, e mi piace credere che anche voi usiate vocaboli o qualcosa di simile) adoperiamo per esprimerci, e cioè le parole, pur essendo infinite nel senso delle incalcolabili combinazioni di esse che si possono adoperare per dire una certa cosa, in realtà in sé o più esattamente nella misura in cui possiedono una lunghezza finita sono finite.

Tu per esempio sei finita: supponiamo che tu ti chiami pompadibenzina, ebbene tu saresti finita a quattordici, perché quattordici sono le lettere che compongono ciò che noi umani usiamo per definirti. Allo stesso modo, se ti chiamassimo distributore saresti finita a dodici.

A contare le lettere che compongono i vocaboli iniziai per istinto da bambino quando guardando fuori dal finestrino o attraverso il deflettore anteriore di una cinquecento mi correvano incontro scritte di ogni genere: “Panificio da Tilde”, “Gommista”, “Cartoleria”. E io pensavo subito “16”, “8”, “10”. E così attraverso altre scritte su altre insegne e altri cartelli passare a intere frasi fu abbastanza naturale. Leggevo o ascoltavo sequenze di vocaboli, spesso dovevo stabilire regole, decidere come contare le parole elise (ma non sapevo definirle così), e quelle con l’apostrofo, per esempio. Poi mi dicevo il numero, ricontrollavo, era giusto. Dopo un poco smisi di controllare.

Forse dio era una sequenza di lettere, una lunghezza complessiva da cogliere prima che fosse troppo tardi e la verità venisse sommersa dalla frase successiva. Un dio per esseri svelti. Io, uno o due secondi e ci riuscivo. La pacificazione dei conti che tornano sempre, l’armonia nascosta, l’equilibrio. Mi faceva sentire bene. Non lo dicevo a nessuno.

Certo sarebbe interessante (e certamente svariati accademici si saranno affaccendati a simili argomenti) sapere quale tra il concetto di numero e la capacità di esprimere i concetti verbalmente sia nato prima nel nostro cervello quando ancora galleggiavamo incerti tra pietre e scimmie. Perché appare abbastanza ovvio che sapere quanti lupi stessero attaccando il gruppo attorno al fuoco deve essere stato altrettanto importante (dovrei qui dire, data la situazione che sto evocando, urgente) quanto sapere non solo mimare ma urlare o dire agli altri che tipo di animale feroce stesse per attaccare.

Ma certamente l’esigenza di tramandare i concetti è venuta dopo, forse quando l’uomo o scimmia o mostro o combinazione di tutte queste cose ha iniziato a pensare di essere diverso dagli altri animali e a volere lasciare qualcosa di sé, dopo zanne di predatore malattia o colpo di clava del nemico, disegnandola su una rupe, la sagoma del lupo assalitore; e dopo, solo molto tempo dopo egli deve avere cominciato ad organizzare memorie secondo segni codificati e ripetibili che prescindessero dalla raffigurazione, e quindi a scrivere “lupo” su roccia legno o cera, nell’illusione o speranza che per i posteri tutto ciò sarebbe stato di qualche interesse e riponendo in questo interesse immaginato l’idea di immortalità o sopravvivenza.

Però ora quello che mi preme dirti non è questo – ci basti partire dal fatto che esistono parole e lettere – piuttosto il fatto probabilmente banale che esiste una particolare classe di parole costituita da quelle che esprimono il concetto numerico (24 è un numero, ventiquattro la parola che vi corrisponde), e volevo anche dirti essendo ancora e sempre sicuro che nel tuo silenzio di vetro e acciaio ti interessi alle mie considerazioni che a un certo punto, sempre da bambino, misi insieme i pezzi: parola – lunghezza – numero – parola che esprime il numero. 24 è un numero, ventiquattro la parola che vi corrisponde, ventiquattro misura 12, 12 vale dodici, dodici misura 6, e così via. Non ricordo più quando successe, ma deve essere stato un bel momento e forse quel giorno non mi sono rosicchiato le unghie né infilato aghi nella pelle superficiale del palmo delle mani, dove non fa male.

Le parole, e le parole che si usano per misurare le parole, e le catene che ne derivano.

Devi sapere, anche, che da grande dopo il liceo ho fatto studi scientifici (della loro scientificità non sono in realtà più molto sicuro), e quando per la prima volta lessi del sistema binario, capii che lo usavo già istintivamente per fare quelle operazioni-scacciapensieri di contare le lettere dato che la mia testa divideva le frasi che stava sentendo in gruppi di otto lettere, e questi in sottogruppi di due, per calcolare i “resti”. “Panificio da Tilde” era facilissimo, due soli gruppi da otto, totale sedici, senza resti. Forse dio era binario, lui di qua e il resto di là. Uni e zeri, e infinite le loro combinazioni. E non amava i resti ai multipli di due. O i numeri dispari. Forse si riposò per questo, la domenica, pensando alle catene di parole che si sarebbero scambiate le proprie creature di lì in avanti, possibilmente tutte di lunghezze pari e senza resti (qui si potrebbe ipotizzare che pari è bene e dispari è male, per esempio, oppure il suo esatto contrario, oppure che divino è un poema perfetto di rime pari e multiple di otto).

Insomma esistono delle catene, se uno si prende la briga abbastanza maniacale di saltare continuamente da un gruppo di vocaboli definito frase alla lunghezza complessiva di tale insieme e ancora dal vocabolo che esprime tale lunghezza alla sua lunghezza, e tali catene sono tutt’altro che infinite, in questa accezione.

Non solo, ma esiste un punto di accumulazione (credo direbbero cosÌ i matematici) e questo punto è tre. L’unica parola per cui concetto e misura coincidono. Il punto in cui tutto si ferma. Anche dall’infinito vi si arriva. Non so se hai colto il punto, perciò te lo riformulo: partendo da una qualsiasi frase, per quanto lunga, si arriva sempre a tre. Anche da questa che ti ho appena detto.

Partendodaunaqualsiasifraseperquantolungasiarrivasempreatre fa 59; cinquantanove fa 13; tredici fa 7; sette fa 5; cinque fa 6; sei fa 3; e tre fa 3. Fine. In cinque salti. Tu in quanto pompadibenzina ci arrivi in cinque salti: pompadibenzina fa 14; quattordici fa 13; tredici fa 7; sette fa 5; cinque fa 6; sei fa 3; e tre fa 3. Fine. In quanto distributore ci metti molto meno, solo 2 passaggi: distributore fa 12; dodici fa 6; sei fa 3; e tre fa 3. Fine.

Una volta mi sono messo anche a pensare come caratterizzare il numero di salti da fare per arrivarci e a chiedermi se per caso (qui ho scelto la locuzione per caso con molta attenzione) non esista uno o qualche gruppo di parole per cui questo salto sia minimo, oltre che inevitabile (starei per dire inevitabile come la morte perché a te come a chi legge queste cose che vado scrivendo potrebbe sembrare che io stia parlando della morte, ma è pure vero che a chi fosse in una differente predisposizione d’animo – starei per dire pacificata o ottimistica – tutto ciò potrebbe richiamare il concetto di equilibrio; o di dio, per un mistico o fanatico religioso, ad esempio, come d’altra parte è già accaduto a me, poco prima). Un supergruppo di vocaboli, vicinissimi alla propria fine, o pace, o essenza. Vicinissimi a tre. Per il quale tale distanza è nulla. Eletti, o angeli, più di tutti vicini alla luce-trinità.

Dopo un po’ ho lasciato perdere, matematicamente non è così interessante, e poi ultimamente non ho voglia di elucubrazioni e forse non sono così capace e poi il tempo è così poco, facendomi bastare l’idea (ora sto astraendo il concetto, come si deve fare in poesia, o in filosofia, o in fisica, o se si è semplicemente nella predisposizione di farlo) che nella nebulosa magnifica delle espressioni verbali potesse esistere, in un certo dominio, come un equilibro nascosto, che ci potesse essere cioè inevitabile un punto a cui si arrivi, da qualsiasi concetto si parta, qualunque cosa si esprima, per quanto breve o lunga questa cosa sia. Starei per dire essenza. Chi fosse innamorato, direbbe forse amore, ma non ne sono sicuro. Rassicurante, come un lieto fine.

Però volevo aggiungere altro e dirti che a un certo punto ho iniziato ad avere paura di quest’ordine che nella mia mente (decisamente predisposta alle generalizzazioni esagerate) pareva davvero universale e ho provato a fuggirlo, cercando rifugio in altri idiomi. L’inglese è ancora monoteistico, se vogliamo ricorrere a un termine del genere, ma il superpunto è four, unico per il quale la sostanza coincide con la forma.

Il tedesco è più originale. Potrei sbagliarmi, e non importerebbe ai fini di quello che credo di stare dicendoti, ma qui ci sono due dèi o superpunti, vier e fünf. Tutta la misura del dicibile si riduce all’uno o all’altro, in questa speciale visione di salti da un mondo all’altro, per rimanervi per sempre. Milioni di frasi (tutte le infinite combinazioni di frasi e frasi di frasi e frasi di frasi di frasi che si possono creare) convergono a 4, altri milioni a 5. Chissà quanti all’uno e quanti all’altro.

Il francese parrebbe avere addirittura quattro superpunti: 3, 4, 5 e 6. Essi però non fanno altro che palleggiarsi la responsabilità, come spesso facevano le capricciose divinità antiche, se sei una pompa di benzina di natura moralistica e vuoi vedere la faccenda così. Quello che viene detto, qualunque cosa e per quanto corta o lunga sia, dopo un poco non trova più pace e si ingarbuglia in un vortice matto. 3, trois misura 5, cinq, che misura 4, quatre, che misura 6, six, che misura 3, trois, e così via. Qui dovresti immaginarti (e sono certo che ne sei capace, nella tua anima lucida di metallo e vetro) quattro cerchi uniti da frecce. Un inferno, o un purgatorio senza sosta, o un buco nero, o un imbuto.

Cronaca dalla pompa di benzina

Ed è ora e qui, di fronte a te, che mi piace pensare che esista almeno una grammatica in cui l’espressione di qualsiasi idea o concetto o sentimento non sia più misurabile e segua una sua strada ogni volta diversa (ora la catena dei pensieri, a volerla risalire, ti farebbe vedere, a te pompa di benzina – salmone, come ad un certo punto qualche secondo fa io mi sia astratto dai concetti di numero di lettere e misurabilità per estenderli a quelli di limitazione o asfissia o paura o noia). Un idioma-dio in cui non esista il concetto di lunghezza e nemmeno di punto di accumulazione, ma dove ogni cosa – che sia indifferenza o amore o altro – venga espressa in modo completamente diverso, ogni volta, anche la medesima cosa ripetuta, in un turbinio di infiniti alfabeti possibili. Un idioma il cui alfabeto non sia deterministico come quello delle lingue occidentali. Ideogrammi. Forse una lingua orientale. Ma io non so concepirlo.

Eppure deve essere possibile (e qui sono al massimo livello di astrazione o generalizzazione, forse di confusione, di cui io oggi sia capace) dire le cose dell’anima ogni volta in maniera unica e diversa e incommensurabile e così bella che chi ascolta o legge rimane, ogni volta, sopraffatto dalla bellezza (e qui dovresti immaginare una serie infinita di cerchi uniti da un reticolo infinito di frecce). Una bellezza che va oltre lo stesso significato delle cose che ci spingono dall’interno, qualunque sia la sua natura, fino a dissolverlo.

Volevo dirti questo, mentre pensavo a come fotografarti.

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