Messico, nuvole e brividi nel Dia de los muertos

di Claudia Marotta | La nebbia. Per prima cosa ricordo la nebbia.

La sensazione mai provata prima d’imbrattarsi d’acqua pur restando asciutti.
Il contatto di quelle minuscole goccioline sospese nel nulla con la poca pelle rimasta scoperta dall’imballaggio che con cura c’eravamo fatti addosso, evocava una sensazione mai provata.
Quel tocco impercettibile d’acqua centellinata ti riportava alla realtà, ti destava dall’atmosfera surreale nella quale eravamo avvolti, ti ricordava che tutto ciò che con gli altri sensi ti arrivava era vero, era lì: c’era dell’acqua che ti arrivava sul viso, la sentivi.
(TATTO)

Ma in un attimo, pochi metri in salita, ecco che nel mezzo di quell’alone bianco soffuso, mille colori diversi si mettevano man mano a fuoco a varie distanze: l’ocra acceso dei crisantemi, quelle strane sfumature di verde e di azzurro delle croci, il nero e il bianco dei pellicciosi vestiti degl’abitanti del pueblo di Romerillo, il verde dell’erba bagnata, il marrone del legno delle tavole, ed infine il rosso, l’arancio e i mille altri colori dell’indimenticabile divisa dei musicanti.
Messico, foto di Claudia MarottaPoi quelle casse rosse di Coca Cola, impilate una sull’altra, ad ogni angolo messe lì a rendere ruvida, materiale e profana quella spiritualità ai miei occhi nuova, tanto autentica quanto struggente e sconcertante.
(VISTA)

Una strana commistione di sensazioni scaturiva da accostamenti improbabili che con una delicata arroganza ci apparivano dinanzi. All’orizzonte delle croci, scorgevamo ruote panoramiche. Il silenzio del dolore, era rotto dalla musica allegra e ritmata delle autorità che con una stravagante solennità si esibivano su ogni tomba. L’intimità dei familiari raccolti intorno ad una croce, era rovinata dal passaggio rumoroso dei venditori di bibite.
Poi i rumori la festa, subito sotto l’altura dove ci trovavamo. Decine di tende colorate, venditori di qualunque cosa e ancora musica e un frastuono soffuso.
(UDITO)

Ancora imbambolati dalle emozioni che passare attraverso gli stretti passaggi tra un cumulo e l’altro di terra che proteggevano salme ci aveva provocati, c’imbattemmo in quella festa che in realtà non si capiva bene dove iniziasse.
O forse sì, lo capivi, dall’odore. Man mano che ci avvicinavamo a quel conglomerato di tendoni, si face sempre più forte l’odore. Quasi ti provocava un senso di nausea in quel surreale contesto. Un odore al quale, nei giorni c’eravamo abituati, ma che in quel momento ci pareva di nuovo strano come quella prima volta quando alle sei di mattina ci trovammo in un mercatino di cibo da strada a fare colazione a Città del Messico. Non riuscivamo a distinguere da dove provenisse di preciso, era la chimica che risultava dall’incontro di vari sapori.

(OLFATTO)

Così non potemmo che assaggiare, seduti su sedie bagnate al riparo di un tendone. Non potemmo resistere a quell’odore, nonostante la magia di quel posto tanto assurdo quanto speciale ci avesse fatto passare qualunque genere di appetito. Un tamales dopo l’altro, stregati da frutti tropicali mai visti prima dal sapore indimenticabile, ci trovammo anche noi a rispettare la vera tradizione di quel giorno: bere il polke, in un Messico, foto di Claudia Marotta1cimitero sperduto nelle montagne del Chiapas. A piccoli sorsi assaggiamo quel liquore fatto in casa che ci avevano offerto. E le mie papille ricordano ancora l’aggressione subita da quell’alcol puro alle dieci del mattino, che però ci riscaldava scuotendoci dalle viscere.
(GUSTO)

Il freddo e la nebbia, brividi.
Colori accesi e allegri misti alla tristezza intrinseca di un cimitero, brividi.
Silenzio e musica, lacrime e gioia, brividi.
Odori forti, abituali ma nuovi, brividi.
Polke e alcool, ancora brividi.

I brividi, quello che di più forte mi è rimasto di quella mattinata sono i brividi: contrazioni muscolari che involontariamente mi scuotevano, reazione riflessa dei troppi impulsi che quelle ore mi stavano regalando.
Brividi ed occhi lucidi: un’emozione nuova e mai provata. E, impossibile da esprimere a parole, porto dentro di me il ricordo di quell’unicità vissuta sul mio corpo, attraverso la reazione che ebbero i miei sensi.

[Diario di viaggio pubblicato su vagabondo.net]

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