Identificazione di un autore: Michelangelo Antonioni

Ieri, 8 aprile, ricorreva il cinquantaquattresimo anniversario della prima proiezione italiana de La notte di Michelangelo Antonioni.
Dipinto dalla critica nella cornice del cinema incomunicabile, bollato come regista freddo, incapace di arrivare al pubblico, il cineasta ferrarese è riuscito invece, attraverso La notte, a spalmare sulla realtà cinematografica la realtà dell’amore, un sentimento che ha ispirato l’animo dei poeti in ogni epoca. La sfera dei sentimenti è quella che ha sempre magnetizzato l’attenzione del regista ferrarese. Per definizione essi sono difficili da esplicitare perché sono impalpabili ed astratti. Devono essere prima filtrati dai sensi e, solo dopo che sono stati fatti propri, possono essere espressi. Un processo non immediato dunque, né di facile comprensione. Furono questi legami invisibili, eppure necessari, ad interessare il regista. Egli, per tutta la sua vita, cercò di andare oltre il visibile, scorgendo quello che vive oltre un primo sguardo fugace. Ha scandagliato l’anima dei suoi personaggi, l’ha radiografata, portando alla luce tutte le dicotomie che l’attraversano. Ha comunicato, con il suo inconfondibile sguardo, le ombre e le sfumature che tagliano l’anima, perché è qui che risiedono i sentimenti e sono loro a distinguerci e renderci umani.

Michelangelo Antonioni ha guardato in toto alla sfera dei sentimenti: non ha riversato sullo schermo solo quelli rosei, amorosi, idilliaci e gioiosi, ma ha posto un particolare accento sulla noia, la solitudine, la frustrazione, il malessere interiore e il vuoto comunicativo. Anche i non–sentimenti e la difficoltà nel poterli esprimere sono una parte di quelle ombre che avvolgono l’anima, pertanto sono anch’essi degni di essere raccontati. Questa è una delle motivazioni che lo ha forse reso ostico, almeno in un primo momento, alla critica e al grande pubblico.

La cosa più difficile da trovare nell’amore, è l’amore. Intorno a questo concetto ruota, a mio avviso, la poetica filmica di Antonioni. Parlo di poetica filmica, perché?
La scrittura ha documentato, attraverso la poesia, di riuscire ad esprimere con le parole le ombre e le luci che vivono nell’animo del poeta. L’innovazione di Michelangelo Antonioni risiede nell’aver dimostrato che anche il cinema può, magistralmente, descrivere i sentimenti che popolano l’anima umana. Come? Attraverso un romanzo di tipo fotografico: con una sola immagine, ovvero con un’inquadratura, il regista ferrarese racconta un intero concetto.

Scena del film La notte, di Michelangelo Antonioni

Nel fotogramma preso in esame, tutto ciò è chiarissimo: la cinepresa incornicia la mano affusolata ed elegante di Lidia intenta ad afferrare l’intonaco che si sbriciola lungo le pareti. Adottando lo sguardo antononiano, impariamo a svelare il significato nascosto in questa immagine. La donna, sfiorando il muro, prova ad aggrapparsi a quella realtà che le sfugge di mano ogni giorno, quella stessa che prova a toccare senza però mai riuscirci. La parete rappresenta la realtà dura, cementificata, che recinta le nostre vite inducendoci a volte ad innalzare dei muri, per paura o per difesa e che, difficilmente, riusciamo ad abbattere. Notate con quante parole io ho provato a descrivere un pensiero, senza riuscire comunque ad esplicitarlo totalmente e confrontatelo con l’immagine immediata che Antonioni sceglie per spiegarlo.
Il suo è un cinema che va oltre la semplice narrazione, scavalca la struttura narrativa, assorbe il realismo dei sentimenti e lo riflette sullo schermo. Qui lo spettatore incontra la vita. La ritrova con il suo ritmo a volte stagnante, a volte concitato, così com’è il tempo cinematografico che incontriamo ne La notte.

Questo film, insieme a  L’avventura (1959) e L’eclisse (1962), è emblema del realismo dei sentimenti di cui parlavo poco fa. Il filo invisibile che lega indissolubilmente queste tre pellicole è costituito dal protagonismo dei sentimenti. Le trame dei film sono acquose, quasi rarefatte e si assottigliano sempre di più per lasciare spazio a noia, solitudine, frustrazione e disagio interiore. Scheletro di queste esili trame sarà il paesaggio che assorbe la psicologia dei personaggi e ne riflette i connotati geograficamente. È un paesaggio forte: accoglie i protagonisti che si scagliano su di esso con il loro bagaglio di storie, caratterizzate da un lacerante disagio interiore, frutto – intuiamo – del boom economico. Lo scheletro paesaggistico sostiene la tensione emotiva del film e ciò è ben chiaro quando, al cambiare dello status emozionale degli attori, corrisponderà un effettivo mutamento del paesaggio.
Nel fotogramma seguente, Antonioni stringe l’inquadratura su Mastroianni e la Moreau, cogliendo l’attimo esatto in cui i due amanti hanno distrutto il loro legame: non si guardano negli occhi, nessuno dei due cerca lo sguardo dell’altro, non comunicano più. Entrambi guardano oltre loro stessi, come se cercassero un appiglio. Sono persi sia come coppia che come singolo, non si trovano più. Il paesaggio alle loro spalle registra e riflette queste sensazioni. È fermo, immobile e deserto. Avvolto da una nebbia umida che rende tutto onirico, impalpabile così come impalpabile e irreale è diventata la loro relazione. Il vuoto comunicativo che ha sgretolato il loro sentimento è raccontato dalla campagna milanese, sconfinata e deserta com’è la loro anima. Gli alberi alle loro spalle sono fermi, perché fermi sono ormai i loro sentimenti che hanno smesso di viaggiare verso quella che un tempo fu la loro felicità.

mastroianni-moerau

I passaggi che ho appena descritto esplicitano perfettamente l’inedito modus antononiano di guardare: uno sguardo maieutico, che estrapola e svela significati nascosti, non visibili ad una prima occhiata. Esso non veicola solo ciò che è visibile, ma insegna a comprendere ciò che è celato dietro ai sentimenti, dietro l’esistenza.

Lidia, protagonista de La notte, appare, ad un primo sguardo, come una donna indifferente alla vita, ignava e amorfa. Ella è invece desiderosa di afferrare la realtà e agogna di riconquistare quella felicità che un tempo viveva con il suo compagno Giovanni prima che il boom economico che ha cambiato la società italiana inquinasse anche il loro rapporto, rendendolo privo di un dialogo e pertanto avulso a un legame sincero e pulito.

Il vuoto comunicativo che attanaglia l’anima di entrambi, porterà la loro storia a sbriciolarsi sempre di più e Michelangelo Antonioni coglierà ogni scheggia di questa rottura, analizzandola e rendendola comprensibile. Non risponderà, però, ai quesiti che pone in quest’analisi, lasciando libero lo spettatore di attingere alla propria esperienza interiore e adattarla alla realtà cinematografica. Il ruolo dello spettatore è, quindi, un ruolo attivo. Questo rapporto regista – spettatore attesta, ancora una volta, un preciso intento comunicativo.

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Il fotogramma finale de La notte è irrisolto: i due protagonisti sono inquadrati mentre camminano verso uno sfondo sconfinato che sembra quasi fagocitarli. Piano piano la cinepresa si allontana, lasciandoli così. Prenderanno strade differenti? La passione di Giovanni rinvigorirà l’amore della coppia o appassirà definitivamente? Antonioni non ce lo dice. Invita noi, dopo aver visto il suo film, ad immergerci nelle nostre esperienze passate e rispondere.

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