«Il mondo di Atene» secondo Canfora. Anatomia di un indimenticato secolo.

di Fabio Carbone

altΔημοκρατία. «Democrazia», «governo del popolo». Parola magica, affascinante, di origine aristotelica, ha generato nei secoli l’inesauribile «mito» della potente Atene democratica e imperiale. Atene è stata indubbiamente, prima, dopo e durante il secolo di massimo splendore politico e culturale, simbolo della democrazia del mondo antico, «scuola della Grecia», (τῆϛ ῝Eλλάδοϛ παίδευσιν) per Pericle. Luciano Canfora, illustre grecista ed eminente studioso del mondo classico, ne Il mondo di Atene (Laterza 2011) smonta la macchina retorica che, secolo dopo secolo, ha dato vita ad una idealizzazione «mitologica» della grande Atene del V secolo, partendo dall’ Ἐπιτάφιος di Pericle. «Epi-tàphios», «ciò che sta sopra il sepolcro». In origine con tale termine si intendeva una solenne orazione funebre che si teneva, ad Atene, in onore dei guerrieri caduti in battaglia per difendere la patria. Pericle, nell’inverno del 431, fu invitato a pronunciare il discorso commemorativo, in onore dei caduti del primo anno della guerra del Peloponneso, che doveva accompagnare la loro solenne sepoltura. Il condottiero, per bocca (o meglio, penna) di Tucidide, esalta la civiltà ateniese. Partendo dal monumento pericleo-tucidideo, Canfora smaschera, con una rigorosa analisi delle fonti, la reale sostanza del sistema politico ateniese, elude l’alone mitologico che circonda Atene, per molti modello indiscutibilmente positivo della democrazia moderna. Non è nuovo, il filologo pugliese, a queste operazioni di disincanto del «mito» della democrazia, che noi occidentali riteniamo talmente perfetta da «esportarla», nonostante sia «la peggiore forma di governo, a eccezione di tutte le altre sperimentate», per citare Winston Churchill. Parafrasando Hobsbawm, il «secolo breve» di Atene inizia con la vittoria di Atene a Salamina nel 480 contro i Persiani, dieci anni dopo Maratona, e termina con la drammatica capitolazione degli stessi Ateniesi nel 404, un anno dopo il trionfo spartano di Egospotami. In rapporto all’Epitafio, Canfora mette a nudo il paradosso storico-politico della democrazia ateniese: un governo di aristocratici che accettarono la sfida di essere governati da un’assemblea popolare, la stessa assemblea di cui Aristofane, negli Acarnesi, criticò aspramente i meccanismi. Come emerge anche dalla Ἀθηναίων πολιτεία, la Costituzione degli Ateniesi di Aristotele (da non confondere con l’omonima attribuita a Senofonte o, secondo altri, a Crizia), l’assemblea era l’istituzione politica nella quale ogni cittadino poteva esprimersi sulle questioni dello Stato, fosse egli un esponente del popolo o dei ceti superiori; un luogo franco e libero, insomma, come testimoniano le dissacranti commedie di Aristofane. Un luogo simbolo di «democrazia». Ma proprio la democrazia di Pericle, decantata ed elevata a modello di assoluta irreprensibilità, per Canfora deve passare attraverso una drammatica revisione: non più «governo del popolo», ma sistema fondato sull’intimidazione, sulla corruzione, sul parassitismo, sul disprezzo delle espressioni più raffinate della cultura. Un sistema che elimina, non solo politicamente, i liberi: inevitabile il pensiero a Socrate e a quel giorno in cui fu l’unico a opporsi alla decisione illegale del Consiglio dei Pritani di condannare a morte i generali vincitori delle Arginuse (Platone, Apologia, 32b). Un sistema in cui quella di Pericle sarebbe soltanto demagogia, retorica. Da Tucidide a Senofonte, da Euripide a Demostene, Canfora illustra un affresco storico che ci conduce da Salamina a Cheronea, nell’intrigante ricerca dell’inestimabile valore del «conflitto» democratico, che probabilmente è il vero lascito intellettuale, politico e storico dell’enigmatico «mito» di Atene. Per chi è abituato all’immagine pulita, onesta della democrazia del V secolo, questo dottissimo saggio di Luciano Canfora è un vero e proprio shock. Ma la sua lettura ne vale la pena.

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