Le origini meticce di Roma. Perché non si può arginare il multiculturalismo

di Fabio Carbone

Canto le armi e l’eroe, che per primo dalle coste di Troia
profugo per fato, toccò l’Italia e le spiagge lavinie […]

finché fondasse la città
e portasse gli dei per il Lazio; donde (ebbero origine) la razza latina,
i padri albani e le mura dell’alta Roma.

L’incipit dell’Eneide, assurto a poema nazionalista di Roma, fornisce l’immagine di Enea profugo di guerra, che dal Medio Oriente giunse in Italia fondando una città, dalla quale si generò nei secoli la stirpe dei fondatori di Roma. Il mito di Roma, della Roma repubblicana e nazionalista, imperiale e cosmopolita, cattolica e fascista, è quindi un mito di migranti. La decennale guerra di Troia, vinta dai Greci che portarono a distruzione la rocca della leggendaria patria dell’eroe virgiliano, aveva spinto i superstiti, scampati alla morte tra le fumanti mura cittadine, verso l’Esperia, verso l’Occidente, affrontando un viaggio lungo, doloroso ma necessario.

Italiam non sponte sequor: non inseguo spontaneamente l’Italia; questa l’infelice confessione del migrante asiatico alla regina Didone. Il topos del migrante verso l’Occidente ha origini epiche. E desta scalpore comprendere che Roma, impero della civitas prima e della cristianità poi, simbolo della politica nazionalista e razziale in età moderna, ha origini meticce. Celebrata ogni 21 aprile, la nascita della città eterna da sempre suscita un contorno di orgoglio nazionalista e razziale. Ma l’impero di Roma ebbe una dimensione globale, fatto di sincretismi, fu aperto alla ricezione e all’assimilazione di culture esterne. Ciò consentì a diverse nazionalità di sedersi sul trono di Augusto e guidare l’espansione e il dominio sul mondo conosciuto. Questo mosaico di culture trova il suo epigono moderno nella fama di cui si adorna l’immagine della Roma centro di cristianità e capitale di uno Stato di ricche e composite tradizioni. Roma deve le sue origini ad un extracomunitario senza permesso di soggiorno, fuggito dagli orrori e dalla furia di una guerra devastatrice portata dagli “occidentali”. Il migrante Enea fu costretto a chiedere ospitalità presso terre straniere, lottando per la propria vita e per il futuro della sua stirpe contro la xenofobia degli autoctoni latini. Nel nono libro del poema virgiliano si affacciano temi né nuovi né lontani per noi moderni: lo straniero criminale, usurpatore di donne altrui e di lavoro, portatore di costumi inquietanti e pericolo per l’incolumità della razza. Il mito della supremazia della razza bianca non ha mai smesso di fiorire nei secoli, eppure oggi sembra si sia persa la dimensione umana dell’hospitalitas, che proprio i Romani fecero cardine della loro politica verso l’alterità esterna, e prima di loro i Greci, coscientemente consapevoli del valore della xenìa, dell’ospitalità per lo straniero. L’accoglienza del diverso e la dimensione itinerante degli archetipi occidentali si frantumano di fronte alla crescente ondata di razzismo che accompagna il quotidiano della nostra società.

Il tema dell’immigrazione è al centro delle discussioni politiche, sociali e popolari. La doppia faccia della xenofobia italica, cavalcata dall’onda di un recente passato quale l’epoca fascista con il suo colonialismo dai connotati razziali, ha lentamente maciullato le coscienze di una peregrina societas che è stata germoglio di una cultura extracomunitaria. Rinnovate forme di razzismo diffuso (quotidiano e istituzionale) caratterizzano oggi il rapporto tra ex metropoli e colonie, in un rigurgito di xenofobia mascherata da sterile nazionalismo e difesa della razza. L’immigrazione trasnazionale ha generato una doppia ed iniqua reazione: l’esternalizzazione della diversità e della superiorità economica locali di fronte all’immigrato povero, elevato a simbolo di una criminosità ontologica e genetica, e l’accettazione indifferente dell’immigrato ricco, specie se originario della fetta minoritaria ma geneticamente sana del mondo, l’Occidente. La tassonomia mentale degli italiani opera un continuo riposizionamento ideologico delle categorie di «cittadino» e «straniero», di «immigrato» e «migrante».

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Nella comunicazione politico-mediatica compare un compulsivo accostamento di termini abusati dalla sottocultura retorica razzista: l’immigrato diventa automaticamente clandestino, dunque pericoloso per la società civile, ma solo se appartiene alla minoranza sociologica identificata nelle popolazioni del Terzo Mondo. Si riscontra infatti una reazione totalmente opposta, perfino aperta, all’integrazione circolare dell’immigrato appartenente alla maggioranza sociologica identificabile con le popolazioni dei paesi a capitalismo avanzato e industrializzati. Lo scontro sulle categorie dell’immigrazione (che spesso si intende a torto soltanto come clandestina) si ferma alla storica associazione del nord/occidente con la civiltà e del sud/oriente con l’emergenza sociale ed economica. L’orgoglio identitario bianco fa la voce grossa contro chi scappa da realtà di guerra causate dal sempreverde colonialismo occidentale (sia esso economico o politico), ma si siede a tavolino con il gemello semantico dell’immigrato: l’espatriante, che proviene dal mondo industrializzato e ha il diritto di emigrare in cerca di migliori condizioni di vita e lavoro, prevalentemente nelle realtà afferenti a quel modello di vita.

Perché la differenza è tutta qui: al netto delle politiche (efficaci o non) sui flussi migratori, presentarsi alla dogana con giacca e cravatta e un biglietto aereo dentro la ventiquattrore sarà sempre meglio che con una sudicia maglietta inzaccherata dal fetore di povertà e morte, stipati su un barcone, in fuga dalle guerre scatenate da altri nel proprio paese. Così, nel mondo post-colonizzato e globalizzato, il sistema percettivo razzista riaffiora con prepotenza negli immaginari diffusi di paura e di rifiuto della povertà etnicizzata, riportando la società a forme di pregiudizio razziale di epoca coloniale e di linguaggi comuni sempre più violenti. Dimenticando che tutto ebbe inizio da un immigrato.

Sempre mi è parso

nobile l’indigeno

e insulso l’immigrato.

 (Karen Blixen, La mia Africa, 1966)

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Un pensiero su “Le origini meticce di Roma. Perché non si può arginare il multiculturalismo

  1. Giuseppe ha detto:

    Sinceramente stento a considerare Enea come un immigrato: certo, la sua esperienza umana ci dice che è approdato in una terra straniera dove non era ben accetto, ma non si può considerare solo il lato umano di una figura che è sostanzialmente un semidio, che ha ricevuto una missione niente meno che dagli dei: è solo per volontà di questi ultimi che Enea si mette in viaggio. Gli uomini, generalmente, non migrano per volere di un dio (salvo eccezioni che ancora non mi sono note). Quindi non credo si possa vedere in Enea addirittura il prototipo del migrante verso Occidente.

    Condivisibile è invece l’osservazione fatta nell’articolo circa il fatto che il mito di Roma è sostanzialmente un mito multiculturale, che nasce da uno scontro tra diverse culture, salvo però ricordare che tali culture sono destinate a una progressiva amalgamazione: durante l’impero, a regnare saranno anche stranieri, certo, ma sempre in nome di un’ideologia comune ovvero in nome dell’ideologia dominante (si ricordi la forza coesiva del culto dell’imperatore promosso in tutte le province).

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