Il «radioso Maggio» 1915. A un secolo dall’entrata dell’Italia nella Grande Guerra

di Fabio Carbone | «L’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria». La prima pagina de «Il Corriere della sera» di lunedì 24 maggio 1915 informava gli Italia entra in prima guerra mondiale 24 maggioitaliani dell’abbandono della neutralità dichiarata allo scoppio del conflitto mondiale l’anno precedente. Il 24 maggio 2015 si celebra quindi il centenario dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra al fianco della Triplice Intesa. Dopo mesi di trattative e di accesi dibattiti nell’opinione pubblica italiana, il Ministro degli Esteri Sonnino aveva fatto presentare all’ambasciatore austro-ungarico la dichiarazione di guerra con la quale il nostro Paese spazzava definitivamente ogni residuo di neutralità nei confronti dell’Austria, che aveva tradito il Trattato della Triplice Alleanza firmato nel 1891.

Il Regno d’Italia, infatti, si era dichiarato neutrale sulla base dell’art. 7 del Trattato che riguardava i territori balcanici, la cui eventuale occupazione da parte di una o di entrambe le potenze non doveva avvenire se non con un accordo preventivo. Inoltre, l’articolo non specificava se in seguito all’eventuale compensazione territoriale l’Italia dovesse scendere in guerra accanto all’Austria. Ripercorriamo gli eventi che portarono a questa storica data.

La Grande Guerra interruppe quel lungo sogno di eterna pace che era stato coltivato a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Quello che nelle speranze austro-ungariche doveva essere un conflitto locale di espansione geopolitica nei Balcani, in poche settimane divenne un precipitare di eventi verso una catastrofe globale che coinvolse giorno dopo giorno tutte le principali nazioni europee, fino a investire quelle extraeuropee (non solo Stati Uniti e Giappone).

Nel Regno d’Italia, quando si mise in moto la macchina da guerra europea, il governo scelse di evitare l’intervento, grazie al predecessore di Sonnino agli Esteri, il marchese di San Giuliano, facendo leva sul carattere prettamente difensivo del Trattato con l’Impero Austro-ungarico. La realtà era ben diversa: per quanto l’Italia non si sentisse di scendere in una guerra voluta esclusivamente dalla potenza alleata, il motivo principale era l’impreparazione dell’esercito, come riferì il Presidente del Consiglio Antonio Salandra, succeduto a Giolitti nel marzo 1914, al capo di stato maggiore dell’esercito Luigi Cadorna. I contrasti nell’esecutivo però si materializzarono subito, quando lo stesso Salandra decise di intensificare i preparativi bellici per la primavera del 1915. Il suo governo si era particolarmente rafforzato dopo la morte di San Giuliano, quando assunse ad interim il suo ministero, predisponendo uno sforzo finanziario che non fu approvato dal ministro del Tesoro Rubini: i contrasti portarono alle dimissioni dell’esecutivo e ad un nuovo governo Salandra dove Rubini rimase fuori ed entrò Sonnino come ministro degli Affari Esteri. Nel corso del dibattito parlamentare, Salandra affermò il carattere «guardingo e operoso» della neutralità italiana, «non impotente ma poderosamente armata per […] sostenere una situazione di grande Potenza da rimanere intatta».

Al braccio di ferro in Parlamento tra interventisti (principalmente i nazionalisti e i liberali di destra ma anche sindacalisti come Corridoni, ex neutralisti come Mussolini e socialriformisti come Bissolati e Salvemini) e neutralisti (principalmente giolittiani, cattolici e socialisti) seguiva quello nell’opinione pubblica italiana. Lo schieramento nazionalista, composto prevalentemente dagli strati piccolo-borghesi colti, era cresciuto di peso, ma si differenziava al suo interno tra coloro che collocavano l’intervento italiano nel solco di una politica estera più espansionistica e tra coloro che individuavano nell’entrata in guerra l’ultima fase di quel processo risorgimentale di liberazione delle terre irredente (ovvero il Trentino, il Venezia-Giulia, la Dalmazia e la città di Fiume, che erano rimaste agli austriaci dopo la III guerra di indipendenza del 1886). La guerra contro gli Imperi Centrali acquisiva quindi il carattere di liberazione dei popoli dall’oppressione straniera. Il fronte neutralista altrettanto si componeva di due correnti: una moderata, facente capo all’ex capo del governo Giolitti, per il quale la neutralità doveva essere contrattata e massimizzata per ottenere quanti più vantaggi territoriali possibili per l’Italia, ed era comunque cosciente della fragile struttura socio-economica italiana che sarebbe uscita con le ossa rotte dalla guerra; l’altra corrente faceva capo ai conservatori Salandra e Sonnino, per i quali l’essere neutrali corrispondeva adManifesto_no_guerra un atteggiamento transitorio, tipico della visione della «politica nazionale» dei leader della Destra storica, in contrapposizione alla «sana democrazia» giolittiana. Invero, il neutralismo italiano si componeva anche di una terza e di una quarta posizione: quella cattolica, per la quale la guerra contro l’Austria corrispondeva ad una guerra contro la maggiore potenza cattolica europea; e quella socialista, che coerentemente con la linea internazionalista, che vedeva nella guerra uno scontro tra borghesie capitaliste dal quale i proletari sarebbero dovuti restare fuori, organizzò proteste di piazza contro l’interventismo. Il partito socialista non fu comunque esente dalle contraddizioni dei confratelli europei (i socialisti tedeschi e francesi si schierarono a favore della guerra, spaccando la Seconda Internazionale), e scelse di attestarsi sulla linea unitaria del «né aderire né sabotare», reagendo con vigore al voltafaccia del direttore dell’Avanti! Benito Mussolini, transfugo nelle linee interventiste.

Lo scontro nell’opinione pubblica italiana fu essenzialmente il frutto di un lungo processo di contrapposizione tra il liberalismo giolittiano e forme spinte di radicalizzazione politica che intendevano porre fine alla sua «dittatura» imbelle e corrotta. La politica giolittiana si era da sempre adeguata ai limiti territoriali delle attività produttive, e non aveva mai creato un modello di sviluppo equilibrato di dimensione complessivamente nazionale. Il riformismo produttivistico che accompagnò al Nord la trasformazione industriale non si verificò al Sud, dove dominava la proprietà fondiaria e le lotte sociali dei contadini e degli operai non erano tutelate dalla libertà di sciopero, assicurata invece nella pianura padana. Per questi motivi si affermò una componente intellettuale meridionale, che faceva riferimento principalmente a Guido Dorso, che vedeva nella guerra l’occasione per liberarsi dal giolittismo e per imprimere una prima svolta alla rivoluzione meridionale.

Nel corso di questi aspri confronti nelle piazze, nei circoli intellettuali e in Parlamento, nel dicembre 1914 Sonnino sollecitò il pari grado austro-ungarico Brechtold a rispettare i patti previsti dall’articolo 7. A fare da mediatore tra il Regno d’Italia e l’Impero Austro-ungarico fu l’ex cancelliere tedesco von Bülow, inviato da Berlino per far desistere l’Italia da una possibile discesa in guerra contro l’Austria. Lo scopo dei tedeschi era la preservazione dei loro interessi economici in Italia, ma anche lasciare la città di Trieste (rivendicata da Roma insieme al Trentino) in mano agli austro-ungarici, in quanto sbocco capitale per il Secondo Reich. Se in un primo momento Brechtold, Sonnino e von Bülow erano giunti ad un accordo, il successore dell’austro-ungarico, Burián, rinnegò tutte le promesse fatte in precedenza all’Italia (l’occupazione italiana di Valona e del Dodecaneso) e rifiutò ogni tentativo di dialogo sul Trentino. La risposta di Sonnino non fece attendere: ufficialmente, ripresentò all’Austria le richieste territoriali aggiungendovi anche la zona del basso Isonzo; ufficiosamente, presentò le stesse richieste alle potenze dell’Intesa, che fin dal 1914 “corteggiavano” il Regno d’Italia con la promessa di concedere, a guerra finita, Trento e Trieste. Le trattative, iniziate nel febbraio, proseguirono in gran segreto per tutta la prima parte della primavera del 1915: Salandra e Sonnino, tenendo all’oscuro il Parlamento, giunsero a ratificare con Francia, Gran Bretagna e Russia il cosiddetto Patto di Londra (26 aprile 1915), composto da tre documenti: il soddisfacimento delle richieste italiane nel futuro trattato di pace (Sud Tirolo, Trentino, Gradisca, le isole della Dalmazia, il territorio di Trieste, la città albanese di Valona, la penisola istriana, l’influenza sul Dodecaneso e su alcune zone dell’Asia Minore), l’impegno dei quattro firmatari a non raggiungere una pace separata con alcuna delle potenze avversarie, e l’impegno italiano a scendere in guerra entro un mese dalla firma del Patto al fianco dell’Intesa contro gli Imperi Centrali (a cui si aggiungeva l’Impero Ottomano).

Soltanto quasi due settimane dopo fu avvertita l’intera squadra di governo dell’accordo e dell’impegno a dichiarare guerra agli austro-ungarici entro il 26 maggio. Informato anche Giolitti, Salandra e il re Vittorio Emanuele III si prodigarono nel mantenere fede all’impegno assunto, perché non vi era soluzione di ricambio in caso di dimissioni del governo né il sovrano intendeva mangiarsi la parola data all’Intesa. Di fronte alla prospettiva bellica, le piazze si spaccarono: i socialisti, sull’ordine del «né aderire né sabotare», lasciarono le manifestazioni agli interventisti nazionalisti che, nelle ormai poche settimane mancanti all’entrata in guerra, furono sempre più massicciamente animatori del desiderio di patriottismo e di rivalsa nei confronti sia del giolittismo sia del nemico oppressore austro-ungarico.

L’oratore ufficiale delle giornate del «radioso maggio», tali furono chiamate le tappe di preparazione alla guerra dalla retorica nazionalista di destra, fu Gabriele D’Annunzio, il cui linguaggio fu comunque più da imbonitore e Discorso interventista di Gabriele D'Annunzio al teatro Costanzi di Roma, maggio 1915parolaio piuttosto che «vate» della piazza. Un esempio classico del fiume aulico riversato sui manifestanti è l’Arringa al popolo di Roma in tumulto del 13 maggio, nella quale denunciava il governo come «leccatore di sudici piedi prussiani» colpevole di aver venduto il popolo «come greggia infetta», e incitava alla violenza fisica contro «codesto servidorame [che] di bassa mano teme i colpi, ha paura delle busse, ha spavento del castigo corporale». Il culmine della spinta interventista si ebbe il 20 maggio: Salandra chiese alla Camera poteri straordinari in caso di guerra, che gli furono concessi con una larghissima maggioranza. Il 24 maggio 1915 l’Italia faceva il suo ingresso nella Grande Guerra.

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