Riflessi di realismo nella poetica di Stazio, Silvae 1.6

[Quanto segue ha il solo obiettivo di aggiungere una considerazione a tutto quanto la critica ha già riferito rispetto alle Silvae di Stazio. A tal proposito, è doveroso citare testi quali La festa straordinaria: Saturnali romani e civiltà europea. Indagini su Stazio, Silvae 1,6[1] di Arianna Sacerdoti e Il realismo è l’impossibile[2] di Walter Siti, senza il cui studio non sarei giunto a concepire tale riflessione.]

Una prassi comune nelle pratiche di decodifica delle storie di cui i testi antichi si fanno portatori è quella di considerare tali documenti come orientati esclusivamente a restituire l’immagine di una quotidianità perduta, come fosse questo l’unico valore riscontrabile in un brano che salta all’occhio per la sua eccessiva distanza temporale.

Rispetto alla produzione letteraria latina, grazie alle sue testimonianze è stato possibile ricostruire numerosi stralci di vita quotidiana, sia legati a faccende pubbliche (manifestazioni religiose, pratiche militari) che private (attività tipiche del tempo libero, attitudini professionali, rapporti familiari).

Da un’operazione di tale portata è stato interessato, seppur con ritardo, Publio Papinio Stazio, poeta latino attivo nel corso del I sec. d. C. presso la corte di Domiziano, la cui Silva 1.6 documenta un momento importantissimo della cultura latina, quello della tradizionale festa dei Saturnali.

Chi si fosse trovato a leggere, per motivi di studio o per puro piacere, il componimento numero 6 del primo libro delle Silvae di Stazio, ricorderà senz’altro che il corpo della narrazione del poeta latino (narrazione, ricordiamo, intradiegetica, in quanto è lo stesso Stazio a informarci di essere presente all’evento) è rappresentato dal racconto della catarsi collettiva dei Saturnali, tra pratiche inconsuete e azzeramento delle differenze sociali.

Ma le qualità documentarie del carme Kaleandae Decembres hanno una doppia valenza, in quanto non solo raffigurano lo svolgimento di una delle manifestazioni pubbliche più antiche di Roma (tali momenti ludici erano una consuetudine sin dall’età arcaica) ma rappresentano anche una valida testimonianza volta a documentare quanto la festa dei Saturnali, nel I sec. d. C. avesse subito modifiche rispetto alle origini. Stazio, infatti, ci fornisce un quadro molto diverso di quella che era una pratica legata alla tradizione, in cui i latini vivevano una giornata nella quale il ruolo delle Istituzioni era sospeso. I Saturnali di Stazio sono, invece, concessi dall’autorità imperiale. Il ruolo centrale di Domiziano, infatti, è chiarito dall’autore sin dai primi versi:

Et Phoebus pater et severa Pallas

et Musae procul ite feriatae:

Iani vos revocabimus kalendis.

Saturnus mihi compede exsoluta

et multo gravidus mero December                                                                5

et ridens Iocus et Sales protervi

adsint, dum refero diem beatum

laeti Caesaris ebrìamque parcen.

“O padre Febo e tu, austera Pallade, / e voi, o muse, andate oziose lontano: / vi richiameremo alle Calende di gennaio. / Mi siano vicini Saturno, sciolto dai vincoli, / e Dicembre, saturo di abbondante vino / e il Gioco ridente e i Frizzi insolenti, / mentre io revoco il giorno beato / e l’ebbra notte di Cesare in festa”.

È proprio questa nuova natura dei Saturnali, sottoposti ad un esercizio di controllo del potere istituzionale, che, a mio parere, ha orientato molti studiosi a mettere in risalto un solo aspetto in particolare della poesia di Stazio nelle Silvae, ovvero l’intenzione, da parte del poeta, di celebrare l’Imperatore Domiziano.

Certo, la storia ci documenta che Stazio fu una delle personalità più attive della corte dell’Imperatore, come del resto dimostrato dal passo appena riportato, tratto da una raccolta di versi d’occasione. Ad ogni modo, procedendo nel tentativo di mettere in risalto le caratteristiche squisitamente letterarie del carme, è facile constatare quanto i versi di Stazio mostrino un chiaro interesse di muovere il diletto dei lettori, fattore per nulla secondario rispetto all’elogio della figura imperiale.

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Per sottolineare tale aspetto della poesia di Stazio faremo leva sui diversi livelli di significato di ciò che rappresenta il cuore di Kalendae Decembres, ossia la descrizione della festa dei Saturnali, giornata trascorsa dai romani nella libertà dai vincoli sociali, nella temporanea sospensione delle differenze legate al censo e al sesso, cosicché anche le donne contribuivano allo spettacolo pubblico, impegnate in attività quanto più bizzarre ed inconsuete, come leggiamo nel passo che va dal verso 53 al verso 56:

Stat exus rudis insciusque ferri

ut pugnas capit improbus viriles!

credas ad Tanain ferumque Phasim                                                           55

Thermodontiacas calere turmas.

“Dei due sessi, quello inesperto di spade sguainate sta in posizione d’attacco: ma come ardito gareggia in lotte maschili! Crederesti che schiere di Termodonte siano in fermento presso il Tanai o il selvaggio Fasi”.

Questo racconto di ciò che non apparteneva alle consuetudini della vita non rappresenta, a mio avviso, soltanto una decisa volontà di Stazio di tenere fede ai tradizionali elementi della festa dei Saturnali; l’operazione sta invece a dimostrare quanto gli stessi fattori della tradizione culturale latina siano stati funzionali all’autore per uno scopo non solo documentario, ma orientato a strizzare l’occhio a chi leggeva attraverso la rappresentazione di scene che, non appartenendo alla prassi quotidiana, si mostravano difficilmente metabolizzabili: il lettore ne era colto di sorpresa.

il-realismo-e-l-impossibile-d254È in questo punto che Stazio mostra quanto la sua poetica, storicamente di matrice celebrativa, come ci si aspetta da colui il quale fu uno dei primi “poeti di professione”, sia invece intrisa di piacevoli note realiste, se per realismo intendiamo, come ben sostiene Walter Siti, “l’anti-abitudinario: [il realismo] è il leggero strappo, il particolare inaspettato, che apre uno squarcio nella nostra stereotipia mentale. […] Realismo è quella postura verbale o iconica […] che coglie impreparata la realtà, o ci coglie impreparati di fronte alla realtà; la nostra enciclopedia percettiva non fa in tempo ad accorrere per normalizzare, come secondo gli stilnovisti gli spiriti non fanno in tempo ad accorrere in difesa del cuore all’apparire improvviso della donna amata. Il realismo è una forma di innamoramento.”

Bibliografia

[1] Arianna Sacerdoti, La festa straordinaria: Saturnali romani e civiltà europea. Indagini su Stazio, Silvae 1,6 in L’idea di Europa a cura di Chiara de Luzenberger e Maria Letizia Pelosi, Loffredo Editore, Napoli, 2011.

[2] Walter Siti, Il realismo è l’impossibile, Nottetempo Editore, 2013.

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