Il cosmo del folletto Yeats: 150 anni del Premio Nobel irlandese

In Irlanda è da secoli largamente diffusa l’usanza di lasciare un bicchiere di latte sul davanzale della finestra per il folletto Leprechaun, uno dei simboli del folklore irish. Quando però il 13 giugno 1865 nacque William Butler Yeats gli irlandesi in breve tempo si ritrovarono a dover raddoppiare il numero dei bicchieri.

Partire dalla tradizione potrebbe essere a mio avviso un buon modo per tentare di comprendere ciò che oggi il poeta rappresenta per quella terra. Dal punto di vista letterario, l’Irlanda rappresentava una minoranza; Yeats ha fatto di quella minoranza una forza artistica. Colorando di bianco, arancio e verde l’unione dei loro sentimenti, ha diretto egregiamente un’orchestra di irlandesi adirati, che nelle sue poesie avevano trovato un riferimento nazionale, sentendosi davvero parte di qualcosa di più grande.. Non si può parlare di Yeats e del suo rapporto con l’Irlanda senza tenere conto della forte ondata di violento individualismo, senza considerare il sentimento di appartenenza e tutto il nazionalismo di cui Butler si ricoprì durante la sua attività poetica, che inevitabilmente, ne rimase influenzata. Tutto sommato, a parte qualche “gita” a Capri – è questo il motivo che, specialmente negli anni Venti, spinge il poeta a viaggiare in Italia – dove incontra Pound e legge le pagine nere di Gentile per approfondire la conoscenza della “rivoluzione fascista”.

William Butler Yeats

Ma più che alla politica il suo nazionalismo è legato al proud della cultura irlandese e all’originale genio artistico di quella terra che il poeta è arrivato a concepire come immagine mitologica, spesso accostata a quella greca, che svolge una funzione particolare nei suoi scritti (ad esempio “La rosa del mondo” in cui la rosa è la donna fatale identificabile con Elena di Troia). Leggere Yeats implica entrare spiritualmente nel suo cosmo poetico, composto da elementi naturali e storici ben delineati che costituiscono le numerose suggestioni simboliche a cui Yeats faceva affidamento. Il sistema cosmologico che aveva partorito e di cui si parla nel suo importante e maturo poemetto filosofico A Vision del ’37, è un vero e proprio schema dell’esperienza di cui Yeats si serve nei suoi versi, che richiamano ad un indispensabile bisogno d’ordine e forma. È esattamente la capacità di mostrare immagini e concetti attraverso schemi compositivi, il tutto accompagnato dalla grande dote musicale espressa nei versi, che, nell’immaginario collettivo, fa di Yeats la maggiore voce poetica di lingua inglese degli ultimi 100 anni.

Gli alberi sono nella loro bellezza autunnale.
I sentieri del bosco sono asciutti,
Nel crepuscolo d’ottobre l’acqua
Rispecchia un cielo immobile;
Sull’acqua colma fra le pietre
Ci sono cinquantanove cigni.

Il diciannovesimo autunno mi ha raggiunto
Dacché la prima volta ne feci il conto;
Li vidi prima ancor di terminare,
Tutti a un tratto levarsi
E sperdersi roteando in grandi anelli spezzati
Sulle loro ali clamorose.

Ho guardato quelle creature splendenti
E ora il mio cuore è afflitto.
Tutto è cambiato da quando io, ascoltando al crepuscolo,
Su questa riva per la prima volta
Il battito come di campana delle loro ali sul mio capo,
Camminavo con passo più leggero.

Non stanchi ancora, un amante accanto all’altro,
Essi vanno nelle fredde
Amichevoli correnti o ascendono nell’aria;
I loro cuori non sono invecchiati;
La Passione o la conquista, ovunque essi vaghino,
Li accompagna tuttora.

Ma ora galleggiano tuttavia sull’acqua immota,
Misteriosi, belli;
Tra quali canne essi costruiranno,
Sulle sponde di quale lago o stagno
Faranno gioire gli occhi degli uomini,
quando io un giorno in cui mi desterò
E troverò che son volati via?

I cigni selvatici a Coole, tratta da Quaranta poesie di William Butler Yeats (Einaudi). Traduzione di Giorgio Melchiori.

Il mio rapporto con Yeats ha del particolare, in quanto rappresenta a pieno un parallelismo di percorsi. La mia prima lettura coincide con la prima parte della sua attività, cupa e preraffaellita, in cui si canta un folklore in versi crepuscolari (come in Lui piange il cambiamento avvenuto in lui e nell’amata e desidera la fine del mondo). Comprendere a fondo la poesia di Yeats significa entrare nei suoi schemi mentali con non poche iniziali difficoltà. Ma è il poeta maturo (il secondo step di lettura) che mi ha davvero convinto a voltare le pagine. Yeats che cresce poeticamente attraverso il simbolismo francese, con una concezione deterministica della storia, è il poeta che scavalca tutti i confini nazionali e nazionalistici. Canta con ironia e si fa portavoce del sentimento di inadeguatezza dell’uomo e dell’essenza contraddittoria della stessa natura umana.

Balza all’occhio William Yeats intento a leggere William Blake che si impadronisce della sua fantasia ricordandomi di Maradona e degli scugnizzi degli ’80. Poi il sogno di una vita: lo Stato libero di Irlanda, la nomina di senatore e il Premio Nobel per la letteratura, tutto nel giro di due anni. Il bienno verde di Yeats. «Gli uomini migliorano con gli anni», scrisse. E come un ottimo whisky invecchia e così le sue poesie, sempre più forti e simboliche. Il cosmo del poeta di San Patrizio è la costituzione irlandese della mente. I suoi versi sono ancora un inno alla vita, all’amore cantato attraverso la natura animata da Yeats. È un altro giorno, non proprio uno qualunque, ma cambia poco: a 150 anni dalla sua nascita, i bicchieri di latte sono sempre due e sono ben serviti sopra i davanzali delle finestre irlandesi.

«Se guardi nel buio a lungo, c’è sempre qualcosa».

William Butler Yeats

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