Il peso dell’ambiguità nella cancellazione della storia

11748804_10206502557076741_1388939555_nQuando il regista italiano Gabriele Salvatores realizzò l’idea di portare sullo schermo la storia di un gruppo di soldati italiani che sbarcato su un’isola del mar Egeo con l’ordine di creare un presidio si integra appieno col contesto locale, stabilendo relazioni pacifiche con gli autoctoni, di certo non aveva in mente di confezionare una giustificazione ai crimini commessi dagli italiani durante la Seconda guerra mondiale. E ancora, quando quella stessa pellicola vinse, nel 1992, il premio Oscar per il miglior film straniero, egli non avrebbe immaginato che uno dei motivi del successo di Mediterraneo era dovuto proprio alla capacità di essere riuscito a rappresentare, seppur involontariamente, l’immagine costruita nel Dopoguerra dell’italiano brava gente. In realtà, il film non era altro che la lineare conclusione della trilogia della fuga, la serie di pellicole incentrate dal regista milanese sulla tematica del peso della stereotipia nella quotidianità degli anni ’80, e l’assoluta involontarietà che aveva accompagnato la stesura della sceneggiatura era testimone di quanto l’immagine del soldato italiano integrato e cordiale con le popolazioni che subirono l’occupazione delle forze dell’Asse fosse oramai connaturata all’interno della società italiana.

Se davvero al cinema si può ricorrere come un grande serbatoio di immagini del tempo è allora proprio per questo che Filippo Focardi, nel suo libro Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale (Laterza, 2014) ha deciso di portare, tra gli altri, l’esempio del film di Salvatores come il risultato di un processo che Vittorio Foa, intellettuale e personalità tra le più stimate del panorama politico italiano, definì “una comoda ma delittuosa cancellazione della storia”. In Italia, infatti, a fronte di quanto sostenuto dal revisionismo degli “storici della gente”, la costruzione di una narrazione dominante rispetto alla vicende cadute nella prima metà del ‘900 ha quasi del tutto escluso le responsabilità italiane nel campo dei crimini commessi verso l’umanità, e gli episodi di violenza verso i profughi di guerra a cui stiamo assistendo in questi giorni – su tutti il raid notturno ai danni di una palazzina che accoglieva un centinaio di migranti a Treviso – non sono altro che una conseguenza diretta di tutto ciò.

Focardi, docente di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Padova, nel libro sopracitato presenta un’essenziale raccolta delle principali operazioni condotte dalle nazioni partecipanti alla Seconda guerra mondiale col fine di procedere alla costruzione di una memoria collettiva che rivolgesse alla sola Germania le responsabilità del conflitto. A partire dai temi della propaganda alleata, diffusi allo scopo di favorire la caduta del fronte interno italiano e sfaldare l’asse Roma – Berlino, particolare si mostra il caso italiano, dove sin dalla caduta di Mussolini, fazione monarchica da un lato e partiti del CLN dall’altro hanno contribuito ad erigere una memoria del conflitto che ponesse l’Italia in posizione di vittima rispetto al fascismo, per legittimare il nuovo corso della politica italiana verso la restituzione democratica.

La stabilizzazione politica, suggellata dalla nascita del governo di unità nazionale in seguito alla svolta di Salerno (Aprile 1944), fu l’occasione in cui le forze di governo recuperarono i temi della propaganda alleata per farli propri e presentare un’immagine incolpevole del paese, nel tentativo di evitare di giungere a quelle che poi sarebbero state ugualmente le dure condizioni imposte dal Trattato di pace (Parigi, 1947). Fu in tale contesto che la sinfonica propaganda di governo tese un tranello al corso degli eventi, favorendo la diffusione di temi sui quali fondare una vera e propria riscrittura della storia, quali la negazione dell’esistenza di un vasto consenso popolare al fascismo, la presentazione del legame con la Germania come un mero affare personale tra Hitler e Mussolini – attraverso il recupero di diari e memoriali appartenuti ai principali protagonisti della politica fascista, a cavallo tra gli anni 1939-1943 – fino a sollevare dubbi sul cameratismo germanico e a promuovere le testimonianze delle buone azioni degli italiani rivolte a salvare la vita agli ebrei, salvo non aver mai voluto indagare il grado di corresponsabilità dell’Italia alla luce del rastrellamento del ghetto di Roma, avvenuto indisturbato da parte degli uomini della Gestapo il 16 Ottobre del 1943.

Nella realtà dei fatti, l’atteggiamento degli italiani nei confronti dei civili fu tutt’altro che idilliaco. Sulla scorta della superiorità della razza, figlia della propaganda fascista, le realtà operative dell’esercito italiano considerarono i popoli oppressi come unità inferiori, procedendo ad una sistematica negazione dei diritti umani nei confronti di queste genti, secondo una condotta che possiamo ritenere di vera e propria conquista coloniale.

Lo stesso carattere di ambiguità che ha visto in passato l’Italia, patria del fascismo, essere assurta a simbolo della Resistenza contro le forze antidemocratiche, sembra ripetersi oggi, se il nostro paese ancora si presenta come il luogo del ripudio di valori quali l’equità dei diritti, la cui osservanza è necessaria all’interno di una società che vuol definirsi democratica. Bene ha scritto il sociologo Luigi Manconi in un articolo pubblicato qualche giorno fa sul sito di Internazionale in merito alla presenza di un “tabù del razzismo” insito nella società italiana, “una residua interdizione morale nei confronti di parole e comportamenti di discriminazione verso chi appartiene ad altre etnie, culture e religioni.” Chiaro è giunto il messaggio scritto su quei cartelloni sventolati da chi protestava per l’arrivo di nuovi migranti da accogliere. Quel “non siamo razzisti” sembra accendere di nuovo la luce su una grave ambiguità italiana. E se Manconi sembra rivolgere a tale grido il più ampio significato di “aiutateci a non essere razzisti”, facendo riferimento all’assenza delle Istituzioni nella programmazione di efficaci piani di accoglienza, questi atteggiamenti nitidamente dimostrano quanto grave sia stata la scelta di evitare l’apertura di una riflessione circa le colpe degli italiani nel campo dei diritti umani, provocando la cancellazione di quella storia a cui sola possiamo fare riferimento affinché gli sbagli di ieri non si traducano negli errori di domani.

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