La rivoluzione gentile di Casa Rut

casa Rut“Scusi, Casa Rut?” domando ad un passante. “Dopo quell’incrocio c’è un bar, 100 metri e la trovi sulla destra. C’è una bandiera della pace appesa al balcone.” È così che si fanno riconoscere le suore-attiviste di Casa Rut. Non è facile trovarle, visto che abitano in un appartamento qualunque di un palazzo al centro di Caserta, in una delle vie principali. Si nascondono tra i condomini, che hanno la fortuna di averle come vicine. Quando parliamo di Casa Rut raccontiamo la storia di una piccola comunità che ruota attorno alla libertà di scegliere chi essere, soprattutto quando questa libertà te l’hanno tolta. Dal 1995 la comunità di religiose è attiva al fianco delle donne migranti in situazioni di difficoltà. Sono arrivate a Caserta da Breganze (Vicenza) a bordo di un pulmino verde, accolte dal Vescovo della Diocesi Raffaele Nogaro, figura che è stata per questa provincia del sud come un faro, a far luce sulle storie degli emarginati e dei disagiati, che in questo territorio, come in molte altre “periferie” d’Italia, sono tanti. Tra questi, le donne migranti, da sempre vittime fra le vittime. In questi vent’anni, la comunità fondata dalle suore Orsoline di Vicenza è cresciuta, aggirando ostacoli e pregiudizi e riuscendo ad avere la giusta cassa di risonanza per perseverare nella loro opera di accoglienza e reinserimento sociale delle donne prostituite lungo il litorale Domitio e le strade dell’Agro Aversano. Una situazione di emergenza perenne che quasi non si può più chiamare tale.

La responsabile di Casa Rut è suor Rita Giaretta, una donna che fin da subito smentisce i pregiudizi sulle suore. La vedo entrare dalla porta del terrazzo per salutarmi e i suoi occhi azzurri mi dicono non solo di quanto sia caparbia e determinata, ma anche di quanto sia stanca. Le sue giornate devono essere piene di appuntamenti, impegni, chiamate improvvise.

“Sono appena tornata dalla Questura. Ora devo andare in Comune, poi c’è la mamma che ti lascia le bambine perché l’asilo è chiuso. Insomma, c’è sempre da fare qui.”

Le bambine sono due gemelline nigeriane che mi coinvolgono nei loro giochi e fanno spazio sul terrazzo spostando coperte e cuscini.

Suor Rita ha il piglio della leader: giusta, coraggiosa e severa, non ha timore di farsi da parte per lasciare spazio agli altri. In faccia le si legge tutta la storia che si porta dietro: quella di una donna normale a cui la vita ha affidato una missione che porta avanti con fatica e ancora tanto entusiasmo. Lo si vede da come parla al telefono o da come cammina per strada.

Le faccio notare che qui a Caserta non tutti conoscono Casa Rut e che un ragazzo dice persino di non averla mai sentita. Eppure la sua storia non è poi così di nicchia.

“Lo posso dire senza sembrare inopportuna? Caserta è un’ottima città per vivere e fare le cose, ha tutti i servizi di cui abbiamo bisogno – perciò l’abbiamo scelta al posto di Castel Volturno – ma a volte non riusciamo ad arrivare fino alle sue estremità, come se ci fosse un piccolo muro di pregiudizi che non siamo riuscite a rompere.”

Il riferimento è sicuramente allo schema mentale della suora che cammina con le mani conserte e a capo chino. Una vera rivoluzione, se si pensa che questo gruppo di suore al loro arrivo giravano in sella a delle biciclette, destando curiosità e meraviglia.

Eppure Casa Rut ha trovato terreno fertile nel mondo delle associazioni casertane che da un po’ di anni a questa parte collaborano con lei. La sua storia si snoda lungo alcune tappe fondamentali: la nascita, il 2 ottobre 1995, della comunità, la fondazione della Casa di accoglienza nel 1997, l’iscrizione alla terza sezione del registro delle associazioni a favore degli immigrati nel 2000 e, da ultimo, la costituzione della Cooperativa Sociale NeWHope nel 2004. Ne è passato di tempo, quindi, da quando le suore dispensavano fiori alle prostituite e lanciavano messaggi augurali di sensibilizzazione al tema. Oggi, il frutto di questo lavoro è la capacità di riscatto e di vita in autonomia. Oggi, le donne tolte alla strada e allo sfruttamento sessuale gestiscono una sartoria etnica alla quale dal 2008 si è affiancata la Bottega Fantasia, punto vendita dei manufatti creati nel laboratorio. Quello che sembra essere occasione di rinascita è molto di più: è piccola imprenditoria al femminile, luogo di solidarietà e sfida continua alla stasi e alle mentalità votate all’immobilismo più castrante.

Ed è proprio di questo che suor Rita va più contenta, assieme alle consorelle che la affiancano e ai volontari che frequentano la casa.

“Io credo molto nella cooperativa che abbiamo creato. Le storie di dramma e violenza fanno scena, le televisioni e i giornali le cercano, ma ritengo che per cambiare veramente e andare nella profondità delle cose si dovrebbe evidenziare quello che c’è dopo lo sfruttamento. La capacità di ripartire, una volta accolte, e di camminare con le proprie gambe. NeWhope è nata per questo.”

Il messaggio è chiaro: ricominciare dal lavoro, dalle attività del quotidiano, per tornare a condurre una vita normale. “Tutte le ragazze hanno un compito. Stringono legami, mangiano insieme, fanno le pulizie. È un modo per aiutarle ad uscire da quel senso di disordine che si portano dentro.”

Infatti, a Casa Rut c’è chi studia l’italiano insieme ad una giovane lezioni italiano casa rutvolontaria, Antonella, e chi ciabatta da una stanza all’altra facendo le pulizie. L’atmosfera è quella di casa, ma non di una casa normale, bensì multietnica, dove il minimo comun denominatore è la libertà – di vivere, vestirsi, mangiare come si vuole – e l’assenza di formalismi. Una casa dove le regole sono poche e sono quelle di buona convivenza.

“Ad ogni nuova accoglienza ci si deve rimescolare. L’arrivo di anche una sola ragazza cambia gli equilibri creatisi, costringe non solo le altre ospiti ma anche noi stesse suore a rivalutare la situazione e ad adattarci. E non parlo solo di comportamenti, ma anche di cose pratiche: spostamenti di letti, distribuzione nelle stanze, organizzazione a tavola.”

Casa Rut può vantare amicizie speciali: Dacia Maraini, Gino Strada e Sergio Tanzarella; la prima attratta dalla tenacia di questo sparuto gruppo di suore ha più volte visitato la comunità e curato l’introduzione al libro di suor Rita, Non più schiave (edito da Marlin editore nel 2007), Strada è unito alle suore in una solidarietà da terzo settore e l’ultimo, professore presso la Facoltà Teologica dell’Italia meridionale, ha scritto insieme alla stessa Giaretta un libro-intervista: Osare la speranza (edito da Il Pozzo di Giacobbe nel 2012).

Da questa rete folta di amici e collaboratori è nata l’idea di NeWhope, il cuiNewhope coperativa sociale laboratorio offre una formazione professionale e crea opportunità di lavoro nella legalità, sperimenta l’economia dell’inclusione e non dell’esclusione, valorizzando la persona, ed è un sogno sul territorio, per crescere nei valori della solidarietà. Non un mero assistenzialismo, quello di Casa Rut, non beneficenza: lavoro, etica, rispetto dell’ambiente, queste le parole chiave di un progetto che suona come una vera e propria rivoluzione gentile.

A gestire la cooperativa donne africane e amiche della comunità. Dalla sartoria etnica escono prodotti unici e d’eccezione, lavorati con stoffe provenienti dall’Africa che di quel continente portano i colori. Zaini, set per la doccia, borse, bandane, portacellulari, custodie per documenti da viaggio e bomboniere per ogni occasione. Lo stile afro incontra le tradizioni italiane, in un tripudio di fantasie e tessuti in cui molti – e non solo chi ama l’etnico – possono ritrovarsi. L’imprenditorialità ecosostenibile ha dato vita alle Borse Speranza, creazioni in tela per la spesa che sostituiscono i sacchetti di plastica, come si faceva una volta ma con un valore aggiunto, da portare con sé al supermercato o al negozio equo e solidale sotto casa.

La Bottega annessa alla sartoria, in via Kennedy a Caserta, riceve molte visite durante le sue giornate di lavoro: non solo clienti e aficionados ma anche scolaresche in visita da diverse città d’Italia. I manufatti possono pure essere acquistati a distanza, grazie alla visibilità che danno i social network. Sia la cooperativa NeWhope che la Bottega Fantasia si possono infatti trovare su Facebook con un like e si possono contattare all’indirizzo e-mail coopnewhope@gmail.it o visitando il sito www.associazionerut.it. L’attuale presidente della Cooperativa è una giovane mamma rumena che vive a Caserta con la figlia, la vicepresidente Titti Malorni, casertana. Questo mondo che si è totalmente reso autonomo da Casa Rut è uno spazio in cui le donne migranti, spesso madri, si formano al lavoro attraverso un’etica e trovano la possibilità da più parti negata di partecipare alla vita sociale del paese, costruendo una vera integrazione, a partire dal basso. I volontari di Casa RutUna realtà sostanziale, questa, che fa qualcosa di molto difficile nel nostro paese. E fa sperare, perché se un gruppo di poche suore è riuscito a contrastare, tra le mille difficoltà, lo sfruttamento della prostituzione in un territorio peculiare come quello casertano, allora è possibile fare anche molto altro, con le attenzioni giuste da parte delle Istituzioni e la giusta voglia di provocazione.

Una doccia di speranza, che può essere alimentata solo dall’appoggio e dalla forza di una comunità, cioè l’esser parte di un tutto e riconoscersi dentro, nei volti di tutti, anche nelle vite borderline.

[Articolo pubblicato su dazebaonews.it]

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