Terra mia, canto d’amore disperso nel vento

di Pasquale De Lucia | Trovare parcheggio al Vomero è un’impresa cui si prestano soltanto gli spiriti dotati di una certa improntitudine. E noi lo siamo. Come ci si più angosciare per il traffico o per la teoria di macchine scintillanti che aggrediscono i marciapiedi, quando il cielo di mezzogiorno sembra fuoriuscito dalle pagine dell’Oro di Napoli? Poi uno spazio vuoto si apre, l’auto segue la corrente del suo destino e si arresta: il parcheggio è cosa fatta.

Sono nato a Napoli, amo Napoli, eppure ci vengo raramente. Sono sempre stato convinto che i secoli di storia, sedimentati sotto l’intricata trama di basoli, hanno donato un’anima alla città. Ogni volta che ritorno la immagino come una lacrima, che cade lentamente su un sorriso che sta nascendo. Contraddittoria, confusa, sinfonia di luci e di voci, teatro sotto il cielo ed ombra di morte che si allunga fino al mare. Questa è la Napoli che ho conosciuto.

12140843_2105173092955790_4924858094339805215_nMa la biologia, purtroppo, ha il vizio di arrestare gli slanci poetici del pensiero: la fame inizia a farsi sentire. In pochi passi raggiungiamo l’insegna della libreria: “IO CI STO”. E’ solo uno sguardo veloce, un saluto fugace con l’attenzione che non si sofferma e la promessa di ritornare quando anche gli altri verranno. I passi si fanno veloci ma non tengono il ritmo dei desideri.
E poi eccola: la friggitoria del Vomero. Ai nostri occhi assume la forza di una apparizione mistica. Alla vista delle frittelle, dei panzarotti, dei calzoni ripieni e dorati, sulla conversazione cala il silenzio. Infranto solo dagli ordini. E poi assaporo Napoli, sì: anche nel ribollire dell’olio, nell’incartocciarsi dei fogli grigi, nello sbuffare dei vapori irrequieti è Napoli.
Ritornando alla libreria mi accorgo che i palazzi del Vomero sono fatti di carne. Sono pelle screpolata dal sole dei secoli: quanta storia si è mossa dietro queste finestre?

12072669_2105290609610705_1215471638622537097_nNella libreria si sta allestendo uno striscione. I ragazzi che lavorano qui mi raccontano dell’iniziativa per il giorno in cui ricorre la morte di Giancarlo Siani: sul lenzuolo sono distesi i nomi delle vittime della camorra. Scorgo “Francesco Imposimato”, e ricordo le sue incisioni appese alle pareti di casa. Tutti quei nomi sono voci confuse che poi diventano un voce sola. Una voce capace di rompere il silenzio, di sprigionarsi dalla stoffa e ferire i timpani; mi attraversa la carne e le ossa, si trasforma in vento feroce che trascina via ogni resistenza. È una voce che dice: “voglio essere libero” in una terra che non ha più paura, “voglio essere libero” lontano dall’ombra dell’omertà, “voglio essere libero” senza avere negli occhi la morte, “voglio essere libero” finalmente. E mi accorgo che quella voce è anche la mia, mentre la gola si gonfia di una dolente amarezza.

Passa il tempo e, tra l’odore dei libri e il rumore delle attrezzature, s’insinua un’ombra che si fa persona: è Claudio Domestico, meglio conosciuto come Gnut, l’artista di oggi. Negli occhi ha una strana malinconia, come ce l’ha chi cerca qualcosa di cui non conoscerà mai il nome. C’è da chiedersi se ci sia anche l’ombra della solitudine o solo l’oblio che porta la ricerca di sé stessi.
Jeans e cappello di paglia intrecciata, sorriso smorzato e barba appena curata; quando dice che l’autore che ama è John Fante, sembra esprimere soltanto una conseguenza inevitabile della sua natura.
Così inizia la canzone: con un sospiro. E la voce è un’onda che incontra il tramonto; porta con sé la quiete malinconica del giorno che finisce nel mare. Ma alla fine non c’è nessuna notte, solo bellezza che resta.

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Quando la chitarra tace giunge il momento dell’intervista al libraio. Alberto Della Sala è un’altra rivelazione: il modo di star seduto, il rotacismo sfumato e lo sguardo di quelli che si consumano gli occhi a furia di guardarsi dentro. Per un attimo mi sembra di osservare Raffaele La Capria, col fascino di chi è stato ferito a morte ed è sopravvissuto. Avrà anche lui qualche ferita, tutti gli uomini, amanti dell’arte e delle parole, ce l’hanno. Ha anche la stessa eleganza che ordina il fluire delle parole: frasi dense che si chiudono come cerchi di fumo nell’aria. Eppure l’emozione incrina la voce e spezza le frasi quando la domanda contiene il nome di Giancarlo Siani. “Lo conoscevo” sussurra e per lui parlano, poi, solo gli occhi che diventano lucidi. Anche lui ama la nostra terra, anche lui soffre per le sue ferite.

Il tempo fugge, impietoso, per le emozioni e per gli uomini che le provano: soprattutto quando è associato ad un parchimetro. Restiamo qualche minuto per salutare i presenti e, forse, per imprimere meglio nella mente le immagini di un luogo così denso di poesia e di passioni. Questa città vive ancora.

Quando stiamo per lasciare il Vomero, fermandoci ad un bivio, notiamo una targa incastonata nelle mura di un palazzo. Le parole che porta impresse sono: “in questa casa rese il suo spirito a Dio Roberto Murolo. Padre nobile della grande canzone, messaggero e viaggiatore tra culture altre, aprì alla tradizione più vasti orizzonti”.

Così lascio Napoli, frammento di luce e grido nella notte, lacrima di sale. Donna perduta e amata per sempre. Prigione e vento di libertà. Spartito di passi e voci acute, dialetto immerso nelle acque del mare. Canto d’amore disperso nel vento, sguardo smarrito nel tempo che fugge.
Rabbia e rivolta, sorriso di rassegnazione.
Nostalgia assassina, fuga che salva. Madre dagli occhi che hanno perso l’incanto.
Sinistro presagio e voce antica, musica di marinai e terra di sangue intrisa. E di speranza.

Terra mia, terra mia…

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