Martin Luther King: la forza di amare

“marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco, per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte”.

Esodo 13,21

di Pasquale De Lucia

Ama il prossimo tuo come te stesso: è tutto qui. Il pensiero di Martin Luther King è tutto qui.

Quando in una marcia pacifica vieni scaraventato al suolo, malmenato ed offeso: ama colui che con la forza bruta ti atterra e ti calpesta. Quando osservi le fiamme che ti invadono la casa e la devastano: ama la mano di colui che, accecato dall’odio, ha appiccato l’incendio. Quando la rabbia prende forma nelle parole che un politico scaglia come pietre: ama quel politico, e rispettalo come qualcuno che esprime la sua opinione. Quando hai notizia che un uomo come te, con la sola colpa di avere la pelle scura, è stato umiliato ed ucciso dinanzi ai suoi figli: non lasciare che le lacrime ti accechino, non lasciare che la rabbia ruggisca dentro, armandoti la mano e inaridendo il cuore.

Non con la violenza o con la forza si può essere liberi, ma con l’amore.

Nel vortice dei movimenti che chiedevano la libertà e l’uguaglianza per i neri, quello della non violenza e della disobbedienza civile era anche il più efficace. Era l’idealismo che si univa indissolubilmente al pragmatismo. Cosa poteva una minoranza di dieci milioni di persone contro una massa sterminata di uomini bianchi? Cosa potevano ottenere usando le armi contro l’esercito più potente del mondo libero? Nulla. L’aggrapparsi al delirio della violenza per l’ottenimento dei diritti avrebbe esacerbato la situazione e impedito ai neri di ottenere l’uguaglianza. Le pantere nere sarebbero state esposte come trofeo di caccia o imprigionate per essere mostrate da ammonimento.

Martin-Luther-King-2 Martin Luther King non mirava a ferire i corpi ma a colpire le coscienze. Mirava agli uomini bianchi che, seduti sulle loro poltrone, osservavano in televisione una donna anziana ed inerme percossa violentemente. Mirava alla coscienza dei bianchi che ogni giorno, sui luoghi di lavoro, nei ristoranti e per strade, riconoscevano come amici gli uomini di colore. Voleva che la sua lotta sollecitasse anche loro, perché la voce della minoranza diventasse maggioranza e il canto della libertà potesse riecheggiare per tutto il paese. Diceva loro: “alzatevi e marciate con noi. I nostri desideri di libertà sono gli stessi, le nostre speranze sono le stesse, noi soffriamo assieme e gioiamo assieme per le stesse cose. Siamo esseri umani.” La non violenza e la disobbedienza civile erano anche empatia e compassione.

Il suo pensiero germogliò sul terrene fertile di infinite riflessioni e letture. Lesse Nietzsche di cui condannò il disprezzo verso la fragilità umana. Lesse Marx di cui rifiutò il relativismo etico ma esaltò il senso di giustizia sociale. Lesse Sant’Agostino, tanto che, nella sua lettera dal carcere di Birmingham, scrive: “ci sono due tipi di legge: giuste e ingiuste. Sarei il primo ad invocare l’osservanza delle leggi giuste: abbiamo una responsabilità non soltanto legale, ma anche morale, che ci impone di obbedire alle leggi giuste. Di converso, abbiamo anche la responsabilità morale di disobbedire alle leggi ingiuste: io concorderei con Sant’Agostino nel ritenere che una legge ingiusta non è una legge.” Lesse San Tommaso e capì che una legge ingiusta è un codice in disarmonia con la legge morale, che non è radicata nella legge eterna e naturale. Fu talmente convinto di questo che del suo arresto disse: “sapevo di essere diventato un pregiudicato, ma del mio delitto ero orgoglioso. Era il delitto di aver riunito la mia gente in una protesta non violenta contro l’ingiustizia”. Si ispirò a Gandhi per la non violenza, continuando idealmente quella marcia del sale che il Mahatma aveva intrapreso per l’indipendenza dell’India. Marciò per l’intero paese, nei luoghi in cui cruenta esplodeva l’ingiustizia. Marciarono prima in centinaia, poi in migliaia, poi in decine di migliaia da ogni parte degli Stati Uniti. Ad ogni passo, ad ogni conquista fece sue le parole di Gandhi: “il genere umano può liberarsi della violenza soltanto ricorrendo alla non-violenza. L’odio può essere sconfitto soltanto con l’amore. Rispondendo all’odio con l’odio non si fa altro che accrescere la grandezza e la profondità dell’odio stesso.” King identificava il suo popolo con quello oppresso ad altre latitudini del mondo, non vedeva alcuna differenza tra la minoranza nera del Mississippi e quella degli indiani vessati dal feroce capitalismo. Anche per questo la sua idee di disobbedienza civile fu universale, non legata solamente al precipitare degli eventi locali.

Si rivide nelle parole di Thomas Jefferson, scolpite nella dichiarazione di indipendenza e nel cuore degli americani. Parole che hanno solcato i secoli mantenendo inalterata la potenza. Non era sovvertitore dello Stato ma difensore dei principi che lo avevano fondato; non era rivoluzionario sanguinolento ma paladino dei diritti fondamentali, quando riecheggiava la celebre Dichiarazione: “Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi vi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità”. Fu un mantra salvifico che sussurrò al suo popolo in viaggio.

marinSpesso nei suoi discorsi citava Lincoln e la sua promessa di libertà. Quando parlò al Lincoln Memorial, nel suo celebre discorso del sogni, esordì così: “Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività. Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero.” Ancora una volta il rimando ad un diritto espresso sulla carta della legge e smentito dalla realtà, un richiamo vigoroso a riannodare i fili della storia per scorgere i valori che avevano fatto grande la sua nazione. In quelle parole c’era la stessa forza che animò il Presidente americano quando, nel 1863, sul terreno intriso di sangue di Gettysburg ebbe a dire alle generazioni future: “che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano; che questa nazione, guidata da Dio, abbia una rinascita di libertà; e che l’idea di un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire dalla terra.”

Fu illuminato dalle pagine del Vangelo, con la suggestione di quelle parole plasmò la potenza della sua lotta. Il suo non era un Vangelo sospeso nelle elucubrazioni dei dotti, relegato a qualche fantasia iperuranica, inserito nella geometria perfetta di un disegno astratto. Il suo era un Vangelo sociale: calato nella realtà e nella vita, trovava un senso sul cemento divelto delle periferie di Harlem e dietro le fredde sbarre delle prigioni dell’Alabama, sui sedili erosi dall’ingiustizia di un autobus a Montgomery e sulla strada dolorosa che portava a Washington per un sogno da realizzare. Illuminava la vita quotidiana di milioni di persone, scorreva nel loro sangue e dava armonia ai loro pensieri. Il suo Vangelo era cosa viva. E nelle azioni che compì, nelle lotte che sostenne, si sentiva la voce di Cristo che parlò così ai suoi discepoli:

“Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.

[…]

Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento.”

Tutti questi principi, egli, li immerse nel mare nella storia.

RosaIniziò tutto in un rigido inverno del 1955. A Montgomery gli autobus non erano solo un mezzo di trasporto ma anche l’espressione feroce del segregazionismo consolidato: ai neri erano concessi soltanto i sedili posteriori. Così voleva la legge federale. Ma venne il giorno in cui Rosa Parks, stanca di essere umiliata, non volle alzarsi. Fu esortata con veemenza, e non si alzò. Fu strattonata, e non si alzò. Fu percossa, e non si alzò. Alla fine, con tutta la sua indomita fierezza, fu trasportata in carcere. Era la scintilla che avrebbe mostrato al mondo il volto oscurato della violenza razzista. Nelle parole dei rappresentanti della comunità sembrò che Dio avesse scelto King per guidare il suo popolo verso la terra promessa. La tattica che King portò avanti fu quella della disobbedienza civile concretizzata col boicottaggio degli autobus. Si organizzò una rete di trasporti ramificata ed efficiente. La battaglia iniziò il 5 Dicembre e seguirono giorni fatti di incertezza e di minacce, di dolore e di sconforto. Ci furono momenti in cui la parabola del disegno divino, immaginata da King, sembrò infrangersi al contatto con la realtà. Il 26 Gennaio fu incarcerato col pretesto di un’infrazione al codice della strada; il 13 Gennaio il giudice della contea di Montgomery decise per l’applicazione di una legge anti-boicottaggio del 1921, paventando la pena dei lavori forzati. Si intravide un primo spiraglio di luce il 19 giugno 1965, quando la Corte Distrettuale degli Stati Uniti stabilì che la segregazione forzata di passeggeri neri e bianchi sugli autobus a Montgomery violava il XIV emendamento della Costituzione Americana. Poi venne il caldo torrido dell’estate a rendere la battaglia più difficile, e ritornò un altro inverno freddo nel ciclo immutabile delle stagioni. Il 13 Novembre la Corte suprema dichiarò illegale la segregazione razziale sui mezzi pubblici e si attese fino al 20 Dicembre perché l’ordinanza giungesse a Montgomery ed, assieme ad essa, la fine del boicottaggio. Fu quello un giorno luminoso: la battaglia era stata vinta. Ma il cammino verso la terra promessa era appena iniziato.

Continuò anche nell’agosto del 1963, quando il presidente Kennedy presentò al Congresso un provvedimento per la parità dei diritti. Erano i giorni della marcia su Washington, giorni che appartengono alla storia. Martin Luther King si accostò al leggio sul Lincoln Memorial e gettò lo sguardo alla marea di 250000 persone accorse per ascoltarlo. Iniziò il suo discorso leggendo, mentre un brivido d’emozione gli infragiliva la voce. Poi, d’improvviso, alzò lo sguardo e fu come rapito da una ispirazione mistica. Inattese, proruppero dalla sua bocca parole che si composero come una potente preghiera laica.

Parlò del sogno: e fu come una luce. Brillò nella notte oscura del segregazionismo e per quindici minuti sembrò che un mondo diverso esistesse. Un mondo in cui gli uomini si riconoscevano per il colore delle loro anime e non per quello della loro pelle, in cui la schiavitù era un lontano ricordo e le distese del Sud accoglievano la danza di bambini provenienti da diversi passati e da molteplici storie. Un mondo in cui la libertà risuonava da ogni valle ad ogni montagna, da ogni fiume ad ogni collina. Molti in quel giorno videro dinanzi agli occhi il regno dell’amore e dell’uguaglianza e fu quasi come toccarlo, come viverlo. Molti videro la terra promessa.

Poi il discorso finì, il sogno realistico si ridimensionò a speranza, e la marcia riprese. Seguirono mesi di gioie e disinganni: il premio Nobel per la Pace nel 1964, gli scontri a Selma e la marcia su Montgomery. E soprattutto il Voting Rights Act del 1965, che permise alle persone di colore di accedere alle liste elettorali senza che il risentimento razzista dei funzionari statali lo impedisse, giunse, alla fine di una dialettica intensa con il presidente Johnson, ma fu una vittoria grandiosa per la marcia dei neri.

Negli ultimi anni si dedicò al tema della povertà. Capì che molti dei mali del suo tempo derivavano proprio dallo stato di indigenza in cui versava larga parte della popolazione. Il suo sguardo si fece più ampio e alla sua marcia si unirono tutti i diseredati, gli umiliati, gli sconfitti, i ghettizzati che non avevano mai conosciuto il significato della parola speranza. Si trasferì nella periferia di Chicago perché potessero ascoltarla dalle sue labbra.

La marcia era sempre più aspra quando il suo lungo viaggio, nel deserto della disperazione e della bellezza dell’uomo, giunse a Memphis, Tennessee, il 3 Aprile 1968. La notte era già calata col suo corredo di stelle e fu l’ultimo discorso. Aveva negli occhi la luce che illumina i profeti e nella voce una potenza mistica. Ci furono pause che erano come la battigia che aspetta l’arrivo di una nuova onda. Parlò della sua storia e degli anni che furono, parlò sella sua lotta per la libertà e di quel Dio che non lo aveva mai abbandonato. Parlò della volta in cui era stato sul punto di morire e degli avvenimenti che non avrebbe visto se fosse morto. Poi il discorso cambiò tono e si fece oscuro: parlò ancora della terra promessa ma disse che non l’avrebbe vista assieme al suo popolo. Parlò del piacere che avrebbe avuto nel vivere una vita lunga e felice ma anche della necessità di fare la volontà del signore. Aleggiava nella voce, che si faceva sempre più potente, un’ombra di morte quando disse di non temere nessuna cosa e di non aver paura di nessun nemico.

Era una profezia, niente di meno di questo. Dodici ore dopo, Martin Luther King non esisteva più.

bernice-king-and-mlk-memorial2Ci ha lasciato le sue parole, nei mille discorsi tenuti. Ci ha lasciato il suo pensiero e la sua dottrina della non violenza. Una disobbedienza civile che parlava con le parole dell’amore cristiano, che cantava della libertà e dell’uguaglianza di ogni essere umano. Una disobbedienza civile che guidò il popolo verso una terra promessa: quella che lui, come un Mosè del nostro tempo, non riuscì mai a vedere.

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