I peschi fioriscono sulle terre di Don Peppe Diana

“Dal seme che muore fiorisce una messe nuova di giustizia e di pace”

di Pasquale de Lucia | Immaginate una strada che attraversa una giornata di primavera: ai lati distese immense di peschi in fiore, coi petali rosati che attingono i colori dall’accenno di un tramonto. Immaginate l’aria pura che vibra tra le fronde e le muove con ritmo delicato, producendo un’armonia simile a quella dei versi di una poesia. Poi il cielo si fa di un rosso più intenso e annuncia la fine del giorno. Tra poco sarà la notte, ma in questi brevi attimi esiste solo la meraviglia. E l’orgoglio per una terra capace di creare una simile bellezza.

Questa era la strada che portava a Casal di Principe. Ora non c’è più nulla. Io la percorro per la prima volta in un giorno di Novembre, mentre un tramonto di sangue e nuvole ritira la luce da distese infinite di campi desolati. Penso persino che la primavera qui non sia mai esistita. Le abitazioni di Casale, come prigioni di solitudine, sono cinte da muri altissimi, così alti che neanche da un pullman è possibile scorgere ciò che racchiudono. Molte case, invece, sono scheletri di un futuro possibile, tentativi incompiuti senza porte né finestre. Lo sguardo si posa su di esse, come su  dolore indefinito.

Per le strade solo due o tre persone in lontananza, tutto il resto è silenzio e oscurità che inizia. Ho conosciuto questa città solo sulla carta dei quotidiani e attraverso lo schermo freddo di un televisore. Viverla è un’altra cosa.

1441249-593x443Perché sono a Casale? Perché in un bene confiscato alla camorra, si è deciso di aprire le porte alla bellezza. Grazia alle possibilità donate dalla Legge 109 del 1996, in una struttura che aveva visto incontri tra malavitosi e ascoltato parole di violenza, ora si espongono quadri provenienti dagli Uffizi. Ed è simbolicamente il modo con cui i Fiorentini ringraziano i Campani per aver spalato il fango durante l’alluvione che li colpì nel ‘66. Allo stesso modo, ora, Firenze aiuta a ripulire la nostra terra dalla marea lutulenta della camorra, e lo fa con la forza che solo l’arte sa sprigionare.

“Sapete cosa accadde il 19 marzo 1994?” È la domanda della guida che incontriamo nel cortile. C’è un sorriso sul suo volto che cela maldestramente l’emozione che nasce. Anche dopo aver posto questa domanda infinite volte, anche dopo più di vent’anni. “È stato ucciso don Peppe Diana”. Ed è una ferita che non si rimarginerà mai, sembra aggiungere il suo sguardo. Quando descrive il delitto è come se vedessi il sangue nella sacrestia della chiesa, ed il corpo immobile nel silenzio.

Per molto tempo sono stato insensibile a queste tematiche: lo confesso. Ma quando sento parlare ragazzi come me, con una simile passione, mi sento coinvolto. Li ammiro e li invidio al tempo stesso, perché sono riusciti ad infrangere il muro dell’indifferenza, ed io non ne sono stato ancora capace. Sì, io sono ancora come una di queste case circondate da muri che sfiorano il cielo.

“Dal seme che muore fiorisce una messe nuova di giustizia e di pace” è l’epitaffio di Don Peppe Diana, e le parole che la nostra guida deposita nel vento prima di salutarci. Mi pare quasi che rimangano sospese nell’aria, senza riuscire a svanire. L’eco profetica di cui sono comprese dilata il tempo per lasciarci riflettere.

12193362_529554867203566_4349060895108896957_nÈ il momento di intraprendere il nostro il percorso d’arte. Ce lo annuncia una ragazza, che dall’ingresso della mostra ci osserva come fossimo un vento di speranza che sta varcando la soglia. Mentre attende che tutti si radunino, attraverso i vetri degli occhiali, il suo sguardo ci dice qualcosa che la voce tace.
Inizia parlando del titolo della mostra “La luce vince l’ombra”, mentre ci mostra i quadri dei caravaggeschi, e nelle sue parole non c’è nessuna retorica: anche su queste tele, così come sulle strade di Casal di Principe, si combatte una battaglia. Una lotta feroce tra estremi che si scontrano, come danzando sulla soglia di qualche età perduta. Come all’origine dei tempi, nelle gradi epopee bibliche. E le sfumature non esistono: tutto è assoluto. Gli aggettivi decadono e restano solo sostantivi universali. La morte e la vita, la speranza e la rassegnazione, l’amore e l’odio. La luce e l’ombra, appunto. Tutti sono definiti nella loro assolutezza, da linee marcate sulla tela, dai fatti di cronaca sulla nostra terra. Capisco che la sfumatura è un lusso che questo territorio non può permettersi. Qui la luce della cultura deve combattere la banalità di un male oscuro, nato dall’ignoranza e dall’abbandono. Ricordo, in silenzio davanti alla magnificenza dei quadri, le parole di Hanna Arendt:

“il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità. Solo il bene è profondo e può essere radicale.”

Sfilando trai dipinti di Ribera, Gentileschi, Preti, Giordano, Caracciolo, giungiamo in una stanza ove è esposta una sola opera: Fate Presto di Andy Warhol. Si staglia enorme sulla parete, come un trittico del ‘300. Ma è un’opera del 1981 che l’artista creò dopo il terremoto in Irpinia, riproducendo una pagina del Il Mattino di Napoli. È un monito che non è stato scalfito dagli anni trascorsi. Vive lì, nella penombra di una stanza, eppure ha la stessa forza di un urlo feroce, che ci sovrasta.

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Fate Presto rivela una necessità ancora viva: mobilitarsi, interessarsi, non perdere tempo. Si rivolge alle nostre coscienze, a quelle di tutti le persone che oggi, in questo luogo ed in questo tempo, passano come spettatori dinanzi alle tele.

Dopo il nutrimento spirituale dell’arte senza tempo, i nostri corpi mortali sentono la necessità di nutrirsi, più prosaicamente, di qualcosa che i sensi percepiscano. Sospinti da questo desiderio, varchiamo la soglia di un ristorante, costruito in un altro bene confiscato e gestito dalla Nuova Cucina Organizzata (NCO). Ispirandosi alla Legge 180/78 (Legge Basaglia) e alla Legge 328/2000, la NCO si propone di accogliere persone affette da problemi psichici con lo scopo di sposare la loro rinascita ai sapori della terra in cui vivono.
È proprio in questo luogo che i nostri desideri trovano soddisfacimento nei bordi caldi di una pizza margherita. Così da saziare il corpo, tanto quanto era stato saziato lo spirito.

Mi accorgo che intorno alla nostra ricchezza agroalimentare e alla vita di queste persone esistono molti preconcetti, tutti sfatati nell’atmosfera accogliente del ristorante. Quando la cena termina, tra il rumore dei bicchieri e lo scintillio delle posate, ci avvisano che qualcuno, al piano superiore, vuole parlarci della sua storia.
Ci troviamo, salendo per scale che serpeggiano tra pareti bianche, dinanzi ad una porta. Dietro c’è una sala con pochi posti ancora liberi, libri sullo sfondo e la voce di Peppe Pagano che riempie l’aria. Mi soffermo sugli sguardi: nella fila dinanzi alla mia c’è una coppia che siede con le due figlie nel mezzo. Le bambine osservano l’oratore come si osserva una spettacolo: con le bocche spalancate per la meraviglia.
I cambi di tono, la teatralità dei gesti e i silenzi prolungati sono una esibizione pirotecnica che ha bisogno solo di essere ammirata. Cosa accade? Probabilmente anche loro avvertono il fascino della passione di Peppe, lo avvertono per istinto e non possono far altro che lasciarsi trasportare dal flusso rapinoso delle parole. Il linguaggio della passione è linguaggio universale.

531356_480455661983245_2102293885_nGiuseppe Pagano, per tutti Peppe, ha iniziato a dedicare la propria vita al mondo degli ultimi con un’associazione cattolica: si occupava di persone affette da psicopatologie e del loro reinserimento nella società. Ha sognato di costruire qualcosa di nuovo sul suo territorio, ispirato dalla rivoluzione della Legge Basaglia: è iniziata così la storia della Nuova Cucina Organizzata. E proprio durante questa esperienza ha compreso la bellezza che la nostra terra riesce a sprigionare: una rete informale di rapporti umani che abbraccia gli ultimi, e li salva da una esistenza fatta di dolore. Una cultura che combatte la solitudine ed accoglie il diverso. Lui lo ha capito quando uno dei ragazzi, di cui si occupava, ebbe una violenta crisi epilettica. Fu necessario trasportarlo in ospedale, data la criticità della situazione: al suo ritorno c’era un intero paese ad accoglierlo, a mostrare sollievo.
Tutto si può comprare: le cure mediche, le ville sfarzose, le auto scintillanti; l’unica cosa che non si può acquistare è il calore di un abbraccio dato con amore, mentre il freddo della solitudine ti attraversa il corpo. Un amore che il nostro popolo possiede smisuratamente.

A questo punto Peppe ci parla dei fiori di pesco che vestivano i campi. Credo che riesca persino a vederli mentre socchiude gli occhi e spalanca il sorriso. Ci racconta del modo in cui si coltivava l’asprinio facendolo maritare ai pioppi: lontano dagli occhi degli uomini, sotto la terra ferace della Campania felix, si intrecciavano le radici; in alto, esposti al sole di mille stagioni, si abbracciavano i rami. Sfavillavano le foglie come il preludio di un felice raccolto, riecheggiando un metodo dell’Etruria lontana duemila anni. Avverto una nostalgia indefinita pensando al deserto che ora invade l’orizzonte e circonda le poche oasi che ancora sopravvivono.

Poi le luci si spengono e si accende lo schermo del televisore, mostrandoci un video: parla di casalesi che combattono per una vita pulita. Storie diverse che incrociano percorsi di dolore e di speranza. Quando il filmato termina, la sala tace. Ritorna Peppe e le sue prime parole sono le lacrime che affiorano sul bordo delle palpebre, tramutandosi in velo luminoso: è l’annuncio della commozione. Inizia a parlare della sua amicizia con Mauro Pagnano, un fotografo apparso nel video. Percorrevano assieme centinaia di chilometri per giungere nelle città più lontane a raccontare la loro storia: ogni volta che Mauro vedeva un fuoco accesso lungo il tragitto sentiva il dovere di fermarsi e scattare delle foto. Osservava quei fuochi come fossero sangue sgorgante dalla terra ferita; rimaneva accanto alle colonne di fumo che annerivano il cielo per minuti interminabili. Peppe non capiva, non capiva poiché quella non era ancora la Terra dei Fuochi: chiese a Mauro di salire su un’auto diversa, per evitare l’ennesimo ritardo. Fu allora che Mauro raccontò il motivo della sua inquietudine: tre mesi prima era stato invitato da una donna al Pausilipon, un ospedale di Napoli, per scattare delle foto alla figlia, per imprigionare il dolore che quella terra aveva creato.
La bambina era malata di leucemia, e la madre la stringeva tra le braccia sapendo che l’avrebbe vista morire: quei fuochi l’avevano condannata. Come si può essere indifferenti, vedendo una vita che si spegne lentamente in un reparto che della fanciullezza non ha nessun colore? Era solo una bambina, come si può essere indifferenti davanti a questo? Come posso esserlo io e come potete esserlo voi che leggete questo articolo?
“Mi sono sentito come uno che non vale niente” dice Peppe quasi urlando, finché la voce si spezza. E nel silenzio che si crea, mi viene voglia di piangere. Mi sento debole: è questa la verità. Per me è qualcosa che accade raramente, rifugiato come sono dentro le mura del mio egoismo, dentro questa solitudine che rassicura.

Adesso non ho più difese. Qui non c’entra Dio e non c’entrano i potenti: la responsabilità è di chi tace, di chi non lotta perché le cose cambino. Di chi si rassegna perché “va tutto così”, di chi non ha la forza per reagire, di chi non ha la volontà per credere che la luce può vincere l’ombra.

Noi siamo i primi responsabili, io sono il primo responsabile.

L’incontro finisce nello scrosciare degli applausi; la figlia di Peppe corre ad abbracciarlo ed io mi perdo nella dolorosa bellezza del momento. Mi perdo: è questo che accade.
È ora di ritornare alle nostre città, per raccontare quello che abbiamo visto oggi: così lascio la sede della NCO.

La notte ha già intessuto la sua trama senza stelle mentre cala una nebbia fitta. Il pullman l’attraversa come se attraversasse i vapori soffusi di una fantasia: oltre i vetri appannati dal freddo, si stende la vastità dei campi.
Guardando nella oscurità assoluta, immagino distese infinite di peschi in fiore. Mi sembra quasi di vederli brillare, mentre infrangono la nebbia che li avvolge e smentiscono le leggi della luce e dell’ombra. Forse è l’illusione di chi vede un mezzogiorno di primavera in una notte fredda di metà Novembre; forse è il sogno di chi crea la Nuova Cucina Organizzata nella Terra dei Fuochi.

Nella mia coscienza si sprigiona una sensazione nuova: questa giornata ha cambiato qualcosa. Forse quel seme di cui ha parlato Don Peppe Diana è stato piantato ed attende solo di germogliare, per diventare come le distese di peschi che si estendono dietro le coltri di nebbia.

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