La trilogia dei colori: viaggio nell’universo di Kieslowski

Eravamo seduti in un caffè, io e ed un mio caro amico. Sorseggiavamo il nostro tea caldo, era novembre, oggi ne sono certo, mentre parlavamo della Polonia di Roman Polanski e della fissa per il regista che il mio compagno si era preso. Passeggiando nel discorso, dalla sua bocca uscì un nome impronunciabile, composto da lettere che soltanto dopo un’accurata ricerca riuscii a decifrare. Il nome era di un regista – ovviamentedopoun’operazionecopia-incollascrivochequestoera – Krzysztof Kieślowski. La persona seduta di fronte la mia tazza inizia a dirmi di questo regista polacco e delle sue varie opere, tra cui una che mi racconta con particolare entusiasmo da obbligarmi a cacciare fuori il mio taccuino: “La trilogia dei colori, ti dico veditela, assolutamente”.

Kieslowski e Juliette BinocheQuella sera tornai a casa e cenai, poi accesi la televisione nell’intento di vedere un film e su Sky Arte il critico Gianni Canova, con la sua rubrica Raro Arte, mi stava offrendo le tre pellicole integrali. Allora immaginai la faccia del mio amico avvolta in una nuvoletta sulla mia spalla che mi diceva “Guardale o continuerò a pedinarti”. Cominciai in ordine di pubblicazione. Film Blu, Film Bianco, Film Rosso, per una notte all’insegna di un regista di cui fino al mattino precedente non avevo mai sentito parlare. Racconto tutto questo perché è trascorso un anno circa dalla mia prima visione di Film Blu, e forse non è un caso che in questi giorni mi sia venuto in mente di rivedere la Trilogia per la terza volta, col bisogno che ne consegue di sedermi qui e parlarvene.

L’opera copre i tre anni che vanno dal 1992 al 1994 e si divide in 3 film, ambientati tra Francia, Polonia e Svizzera, che riprendono i principi “laici” della rivoluzione francese dell’89. Libertà, uguaglianza e fratellanza. Della superba fatica del regista cercherò di analizzare il senso di questi valori e del numero tre che a mio avviso è presente in varie sfaccettature nell’intera trilogia, dando sfogo alle mie personali visioni e interpretazioni.

Ciò che è chiaro e che traspare nei tre film è l’intenzione del regista nel mettere in crisi i tre ideali della rivoluzione che, presi nella purezza del termine assoluto, sono tre elementi imprescindibili per una società civile, ma che mostrano naturalmente i primi segni di debolezza quando si trovano a far fronte alle vere forze motrici della società, ovvero le emozioni.

Sono proprio queste che in Film Blu Julie (una grande Juliette Binoche) cerca di uccidere, un’intenzione che rappresenta esaurientemente la contraddizione più grande del valore libertà: l’impossibilità di liberarsi da se stessi. Ma Kieslowski non è così pessimista, perché è proprio da questa esperienza che Julie si riattaccherà alla vita e ai suoi valori, lasciando “trionfare” il sentimento supremo: l’amore che inonda tutta l’opera.

Ma meglio chiarirci: con Kieslowski – Carver prestami il quesito – di che cosa parliamo quando parliamo d’amore?Film Blu, Kieslowski, scena Di certo non è l’atto dell’innamoramento e non è nemmeno quello di un rapporto. Stiamo parlando invece di una sorta
di predisposizione di apertura dell’uomo nei confronti del mondo, una battaglia contro la chiusura emotiva, una gramsciana affermazione dell’indifferenza come non-vita
. Se qui l’amore è proprio questo allora possiamo affermare che una delle denunce su cui si batte la Trilogia è quella dell’alienazione individuale, alimentata dalla tecnologia e dai bisogni materiali, che trova forma compiuta, appunto, in 3 elementi.

In Film Blu si vede la madre di Julie che passa l’ultima parte della sua esistenza su una sedia incollata alla tv, unico rimasuglio di vita non meno illusorio della libertà che cerca la figlia; in Film Bianco il denaro sembra essere unico motore ed elemento intorno al quale gira la vita del protagonista Karol; infine, in Film Rosso il giudice in pensione, passa le giornate ad ascoltare segretamente le conversazioni telefoniche dei suoi vicini, esegesi del rifiuto dei rapporti umani diretti. È una forma di solitudine, una delle tante che si manifestano nell’intera opera, che Kieslowski con grande maestria ci mostra incarnate in animali. Anche in questo caso il numero 3 mi aiuta a delinearle: nella prima pellicola, dei topi rimangono intrappolati nella casa dove Julie abita la sua vita illusoria; nel secondo film c’è un piccione, accostabile a Karol, che vola solitario, e ancora uno stormo di piccioni associabile alla Polonia e al ritorno del protagonista in “patria”; nell’ultimo della trilogia è presente una cagna, di cui il giudice sembra non curarsi affatto e che Valentine investe, evento che favorirà il suo importante incontro.

Durante la mia revisione dei tre film mi sono inoltre soffermato molto sull’uso costante dei colori nelle rispettive pellicole. Il blu dell’omonimo film è presente in vari oggetti e scene e più che a Film Bianco, Kieslowski, scenarievocare la libertà, è spesso legato a ricordi del passato che Julie è sempre sul punto di affrontare. Il bianco dominante nel secondo film è prepotente, penetrante, una luce che mi stupisce ogni qual volta impietrito mi trovo a fissare l’immagine che Kieslowski regala della Dominique sposa, interpretata dalla bellissima Julie Delpy, in un vestito bianco ed un viso angelico. Il montaggio, la luce, i tramonti, le case, lo sfondo della pubblicità di Valentine, sono tutti elementi attraversati dal colore rosso, simbolo della speranza, in un film che chiude la trilogia con meditato ottimismo.

Come i diversi protagonisti si intrecciano e riappaiono nei diversi film fino ad incontrarsi nell’ultimo, così sono diverse le scene che si ripetono nel corso delle pellicole, come quella del tribunale dove Julie non può entrare e dove Karol chiede “uguaglianza”. Ma il vero filo conduttore creato da Kieslowski è laFilm Rosso, Kieslowski, scena sequenza tanto rappresentativa che si ripete in tutti e tre i film: una vecchietta cerca di buttare una bottiglia di vetro nella campana ma non ce la fa. Allora, se mi chiedessero “Come si evolve davvero la trilogia? In che istanze troviamo le differenze sostanziali tra i film?”, io risponderei fotografando le reazioni dei vari protagonisti all’impotenza della vecchietta: infatti nel primo film Julie non vede l’anziana in difficoltà, perché non ha occhi per vedere, o meglio, li tiene chiusi; nel secondo, Karol la vede, ma si limita a sorridere; nel terzo, Valentine aiuta la vecchietta a spingere la bottiglia nella campana.

È qui che si compie la perfetta apoteosi evolutiva del capolavoro. Tutto si muove in direzione obbligata dall’amore kieslowskiano, un abbraccio al mondo intero, orecchie prestate alla vita, prima che l’autore del grande Decalogo decide di dire basta col cinema dopo Film Rosso del ‘94. Poi l’intenzione di dedicarsi a se stesso, di seguire il suo silenzio, di ascoltare la sua di vita. Nel ‘95 vedo la luce per la prima volta, e quell’agosto gli occhioni azzurri di KK vengono fulminati da un infarto per poi chiudersi per Kieslowskisempre l’anno dopo, nell’amata Polonia, in cui il regista ha lasciato un grande vuoto. Lo stesso che credo abbia ospitato dentro di sé durante la sua vita e che ha deciso di colmare raccontando le sue storie.

Io credo che l’uomo abbia sempre avuto bisogno di storie: questo per comprendere meglio se stesso e gli altri, per avvicinarsi al mistero che è la vita, che è lo stare nel mondo. Riproporre i casi della vita è un modo per cercare di comprenderli. Ed è da questa volontà di comprendere che nasce la mia esigenza di raccontare delle storie.

Krzysztof Kieślowsky

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