Vittorio Sgarbi: maschera della commedia dell’arte

di Pasquale de Lucia

“Sai chi è Geminello Alvi? Lo sai chi è? Sei ignorante come una capra!”

Si parla di spettacolo per significare tutto ciò che attrae la vista, lo sguardo, l’attenzione; è un lemma che sospende ogni giudizio e ci chiede di abbandonarci alla sorgiva meraviglia. Se questa è la verità che l’etimologia rivela, non potremmo identificare Vittorio Sgarbi con nulla che non sia spettacolo. I capelli incanutiti che ricadono sugli occhi ed invitano la mano a ricomporli, il sorriso accennato nel silenzio, lo sguardo che si affaccia dalle palpebre socchiuse, l’accavallarsi delle gambe a favorire il ciondolio del piede, gli slanci vulcanici e le eruzioni di improperi. È una coreografia calibrata nel dettaglio, che nel dispiegarsi cela a tutti la sua essenza, e nel darsi allo spettatore induce allo stupore. Lo stupore che si prova, appunto, dinanzi ad uno spettacolo.

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Ho letto i libri di Sgarbi, non tutti per onestà intellettuale (ammetto, in ciò, la mia natura caprina), conoscendo una prosa che non mi attendevo: precisa, immaginifica, lucida. Un idioletto che lo avvicina più ad un artista capace di dipingere nella mente del lettore che allo scrittore convenzionale; talento, probabilmente, tornito dagli insegnamenti di Roberto Longhi e dalle letture inesauribili. Ma più dello scrittore, del critico d’arte, voglio porre l’accento su ciò che Vittorio Sgarbi è nella sua manifestazione più popolare: una maschera della commedia dell’arte. È il polemista, colui che affascina e distrugge, la voce carezzevole e l’urlo infernale, il genio sublime che sfiora le vette dell’arte e ricade negli abissi scatolgici. Creazione che sembra fuoriuscita dalla fantasia lisergica di Carmelo Bene.

Il proscenio su cui si esibisce è mutevole: dal salotto televisivo ad una sala congressi, da un prato che accoglie la frescura dell’ombra al corso principale di una città. Nell’atmosfera impigrita e bigia di un Paese che non sa più meravigliarsi, accende il colore squillante delle polemica.

Come per ogni maschera, sono i caratteri ricorrenti ad imprimerlo nella mente dello spettatore. Gli elementi estetici: una camicia di cromie chiare, precipuamente celeste o bianca, adeguatamente sbottonata; gli occhiali, potente richiamo alla sua natura di intellettuale; i capelli fluenti, inadatti alla contenzione e svaporata critica all’ortodossia della lacca.

Elementi che ne descrivono le qualità: l’erisitica superna. Sgarbi sa che la verità ultima del linguaggio è la sua incapacità di contenere le infinite sfumature del reale. Nel definire, come Wilde insegna, si limita e dunque ci si illude di capire. Sgarbi-davanti-lOorigine-del-mondo-di-Courbet-480x345E Sgarbi nella consapevolezza dell’illusione compie fatagioni, magie. Allestisce numeri fatti di inferenze e sillogismi che inaridiscono le certezze corroborate inverando il paradosso: “il non credente è più spirituale del cristiano”, “il papa è ateo”, “la maggiore forma di perversione è la monogamia”. Grazie alla sua arte, le contraddizioni assumono la coerenza logica di una verità. Sono ragionamenti che sbrindellano i trattatelli di logomachia di Schopenhauer, e lo tramutano in un Gorgia che affila la lingua come spada e, vulnerando le convenzioni, induce a riflettere comunque. Anche nella discordia, scaravoltando qualsiasi precomprensione.

Ed, infine, la parola che è cifra peculiare della maschera. L’espressione che si pone al culmine della ambage retorica, come l’onda che si alza improvvisa dal mare e travolge qualsiasi avversario. “Capra, capra, capra!” ed il canovaccio si scioglie nell’iterazione che massacra. Tanto è stato frainteso questo fastigio poietico, da essere oggetto di denuncia. Come se fosse davvero un’offesa e non invece il punto più alto di un artista che fa della sua vita un capolavoro (Bene, ancora una volta, docet).

Sembra di intravedere Sgarbi nella personificazione della Follia, immaginata da Erasmo da Rotterdam. Così la Follìa si presenta, nella scena iniziale del libro, agli innumerevoli convenuti:

“Qualsiasi cosa gli uomini dicano di me comunemente, l’argomento che sto per esporre basta a dimostrare che io sono qui presente… e nessun altro a rallegrare gli uomini e gli dei con la mia potenza divina. Ecco la prova: non appena mi sono presentata a parlare in questa riunione affollatissima, tutti i visi sono stati rischiarati da una nuova e non comune allegria… mentre prima ve ne stavate seduti cupi e disperati come appena tornati dall’antro di Trofonio”.

Cribrando l’intero panegirico, ci si avvede che nell’eloquenza della Follia vibra la stessa ironia sferzante, la stessa sottigliezza luciferina di Sgarbi.

Se dovessi eccerpire, dalle moltitudini della letteratura, la figura che più collima con la maschera sgarbiana citerei senz’altro l’Ulisse dantesco. Di Ulisse possiede la capacità di persuadere, la scaltrezza, la dromomania che lo spinge al viaggio perenne. Anch’egli sfida gli dei e gli uomini sospinto dalla smania di conoscere, di sapere, di varcare le colonne d’Ercole; tutto soggiace allo slancio della curiositas che si tramuta in folle volo: non valgono a trattenerlo neanche i legami con uomini e paesi.

Lontano da tutto e compreso della frenesia odeporica, trova la sua dimensione di uomo votato alla scoperta. Ulisse dice: “né dolcezza di figlio, né la pietà del vecchio padre, né ’l debito amore lo qual dovea Penelopè far lieta, vincer potero dentro a me l’ardore ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore” e si sente l’eco della vita di Sgarbi. “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti (o capre), ma per seguir virtute e conoscenza”: ed è il manifesto dello sgarbismo.

Sgarbi

Soffermandomi su questa vita divenuta il viaggio inesausto dell’ulisside, immagino una delle poche notti in cui Vittorio ritorna a casa. Quando tace la fantasmagoria dello spettacolo, negli attimi che precedono il sonno e spalancano gli abissi della mente. Quando l’idea della morte, che fugge nella sua folle corsa, lo cattura e lo costringe a meditare. Posando la sua maschera sul comodino pensa al vuoto che si cela dietro l’ultimo respiro, alla madre e alla sua assenza, alle volte in cui ha rischiato di non esserci più, al nulla che è nulla e non comprende l’arte e la bellezza.

C’è un istante in cui la paura fa assumere al suo volto i lineamenti del terrore.  Ma è solo un istante, che sfuma in un sorriso. Perché guardando la maschera capisce che essa è eterna, come tutte le creazioni dell’arte. E Vittorio Sgarbi, il polemista, non morirà mai.

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