Dalla parte di Ashley

Ashley omicidio firenze

Si possono capire tante cose sul nostro Paese da come si reagisce a un fatto. Mi riferisco al caso di cronaca degli ultimi giorni: l’omicidio accaduto a Firenze lo scorso 8 gennaio. La vittima è una americana di trentacinque anni di nome Ashley, cognome Olsen; l’omicida un senegalese di ventisette anni di nome Cheik, cognome Diaw.

Si sono conosciuti nella notte tra il 7 e l’8 gennaio, probabilmente sotto l’effetto di alcool e droga: lei lo ha portato nel suo monolocale in zona Oltrarno, posto un po’ bohemien, frequentato da artisti e musicisti; hanno avuto un rapporto sessuale, poi hanno litigato, lui ha usato violenza contro di lei, l’ha picchiata e strangolata. Questo nella ricostruzione degli inquirenti, confermata in parte dalla versione dell’arrestato, il quale ha però negato lo strangolamento. La storia la conosciamo tutti.

Brutto omicidio, seguito ad un rapporto che non avvicina ma allontana due persone che finiscono per litigare, che non riescono appieno a reggere il gioco della loro libertà.

Un femminicidio, l’ennesimo, dove un uomo annienta una donna e lo fa dopo aver scambiato con lei, da poco conosciuta, un momento di intimità che lo avrebbe dovuto rendere più felice e meno violento. Una storia che passa per il sesso e finisce con uno strangolamento, come nei migliori noir. Ma questo non è un film, bensì la realtà, una realtà che il nostro paese dimostra di non riuscire a comprendere, ancora una volta, come sempre quando si tratta di neri e di sesso e di libertà.

Perché qualcuno ha tuonato che si tratta di extracomunitari e quindi non c’è da stupirsi (ma extracomunitaria è anche la vittima, Ashley, statunitense), che Salvini in fondo ha ragione e dei neri bisogna averne paura sicché è dovuto intervenire Dye Ndiaye, presidente della comunità senegalese di Firenze, per dire di non cadere nelle provocazioni e non condannare tutti: la responsabilità c’è ma al di là della nazionalità.

Un paese in cui bisogna sottolineare cose che fanno un po’ dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, non banali, ma date per acquisite ormai, è un paese stantio.

Qualcuno poi è stato colpito dal preservativo, perché se il profilattico non è legato alla campagna di sensibilizzazione contro l’AIDS (e pure in quel caso a volte dà fastidio) è cosa cattiva e ingiusta. E quindi ha giudicato il rapporto sessuale tra sconosciuti come un fattaccio, soprattutto perché è stata lei, la donna, ad aver fatto la proposta indecente e ad aver invitato l’uomo nel proprio appartamento. E poi, lei aveva un fidanzato (un pittore fiorentino di 43 anni), allora non ci siamo proprio! Siamo di fronte ad un reato di adulterio! Espunto dal codice penale perché la Corte costituzionale ha riconosciuto l’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi e ha detto tra il ‘68 e il ‘69 che la moglie adultera non è più punita con la reclusione fino a un anno.

Pochi hanno saputo che Ashley aveva litigato da alcuni giorni col suo compagno, e non lo sentiva momentaneamente per questo. Ciò non vuol dire che Ashley sia meno colpevole, perché lei non lo è affatto, e non lo sarebbe stata nemmeno se col pittore fiorentino fosse stata in ottimi rapporti.

È un paese strano, il nostro, dove una persona da vittima passa a colpevole, solo per aver esercitato la propria libertàAshley a Firenze di scegliere con chi soddisfare la bramosia del momento. Certo, le si può addebitare che avrebbe fatto meglio a stare più attenta, ma lei non sapeva a cosa sarebbe andata incontro, non sapeva che nel suo appartamento avrebbe trovato la morte, dopo una notte di sesso con uno sconosciuto. Perché a volte degli sconosciuti ci si può anche fidare, a volte no.

Perciò Ashley non è una puttana, non se l’è cercata, non è una “adultera”. È semplicemente una donna di trentacinque anni che ha scelto di voler vivere, anche se, scegliendo di vivere, ha incontrato la violenza mortale di un uomo brutale, lo stesso uomo con cui si era unita, consenziente. È una donna che lavorava nel mondo dell’arte, bionda, carina, affezionata ad un cane, che amava la vita.

E non può finire nel mirino del bigottismo. È lei che ha perso la vita, in questo strano gioco a scacchi che è l’esistenza.

Se lei fosse vissuta presso la riva del fiume Spoon, chissà come l’avrebbe raccontata il suo connazionale Lee Masters. Forse come ha raccontato di Sarah Brown nell’Antologia di Spoon River: “Maurice / va da quell’anima gentile di mio marito / che rimugina su quello che lui chiama il nostro / colpevole amore / digli che il mio amore per te, non meno del mio / amore per lui / ha forgiato il mio destino / che attraverso la carne / ho raggiunto lo spirito e, attraverso lo spirito, pace. / Non ci sono matrimoni in cielo / ma c’è amore.”

Ora, qui si tratta di sesso occasionale, è vero, ma sempre una forma di amore è, meno importante dell’amore a tutto tondo, ma parte dell’esistenza, parte dell’umanità, che può essere alta, bassa, abietta, nobile, capace di seguire l’istinto o la ragione. Non importa.

popularity is for mediocre peopleHo visitato il suo profilo Instagram e ho avuto un moto di tristezza vedendo le foto postate, grazie alle quali ci si può fare un’idea di chi fosse Ashley e di che vita facesse. Ebbene, era una donna moderna, dal viso nudo, innamorata della natura e delle cose autentiche. “Popularity is for mediocre people” oppure “Se nessuno mi prende, mi prendo io” dicono due scritte ritratte nelle sue foto. E ancora, tante immagini dal suo privato che, reso pubblico, è come un’opera d’arte: la vita alla grande a Firenze, il beagle sempre accanto, le vacanze, i sandali coi calzini, l’abbraccio col padre, il compleanno, gli scatoloni del trasloco, la ricercatezza nel vestire. L’ultima foto che ha postato, due settimane fa, ritrae un muro con la scritta “Kiss me hard before you go…”, quasi evocativa, capace di farci rabbrividire oggi, dopo il fatto. “Baciami forte prima di andare via” è la richiesta d’amore di chi non si accontenta di poco, ma pretende l’intensità. E pensare che quella richiesta non sia stata esaudita, non sia stata capita, fa rabbrividire. E pensare che una certa Italia, quella stessa Italia in cui viveva, così incapace di capire la libertà, l’abbia etichettata e abbia puntato il dito contro, fa molto male. Perché Ashley non era una puttana, ma solamente una donna.

Forse è stata ingenua, non ha saputo difendersi, ma ciò non vale a diminuire la colpevolezza di chi le ha tolto la vita. Perché, fino a prova contraria, lei stava vivendo. E a noi, non ha tolto niente.

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