Foibe: memoria e propaganda della morte

[Una doverosa precisazione, trattandosi di un articolo che riguarda un argomento così discusso e delicato: non sono mosso da alcun intento negazionista sul tema foibe. Il mio obiettivo, anzi, è di indagare i motivi per i quali ancora oggi non siamo approdati ad una valutazione oggettiva di ciò che è stato senza doverci per forza di cose scontrare con revisionismi banali di ogni sorta e provenienza. Perché ricordare non basta ma c’è bisogno di conoscere e questo in Italia, negli ultimi 70 anni, è diventata una possibilità sempre meno concreta].

Cosa sono le foibe?
Il termine “foibe” è un variante dialettale friulana del sostantivo latino “fovea” e sta ad indicare l’insieme di cavità, caratteristiche dei territori istriani e del Friuli, apertesi nella terra in seguito al fenomeno del carsismo. Per tale attività, il contatto con l’acqua ha portato alla dissoluzione delle rocce calcaree fino a formare dei veri e propri pozzi sotterranei.

villanovaInterno di una delle grotte di Villanova, Lusevera (Udine)

Origini del conflitto italo-slavo
Per comprendere appieno il fenomeno in questione, bisogna voltare le pagine del calendario indietro fino alla metà del XIX secolo quando l’Europa fu teatro della cosiddetta Primavera dei Popoli, momento di riscossa identitaria che mutò gli equilibri di alcuni sistemi politici. In tale scenario, i nazionalisti magiari ottennero il riconoscimento del peso del Regno d’Ungheria all’interno della conformazione austriaca, dando vita all’Impero Austro-Ungarico. Stessa sorte non toccò all’altra etnia parte dell’Impero, ossia quella slava. Serbi, croati, sloveni maturarono in seno un deciso nazionalismo di confine che investì, pertanto, anche i territori della Venezia-Giulia e della Dalmazia dove col passare degli anni si consolidò un fermo sentimento espansionistico, col fine di preservare l’identità slava dinanzi all’invadenza del Regno d’Italia.

Il 26 Aprile del 1915 l’Italia firmò il Patto di Londra con le forze dell’Intesa. Secondo tale accordo, entrando in guerra contro gli imperi centrali, avrebbe ottenuto il controllo di alcuni territori, tra cui la Venezia-Giulia e parte della Dalmazia. A fine conflitto, il disegno fu osteggiato dal presidente americano Woodrow Wilson, ideologo del “principio di autodeterminazione dei popoli”, che comportò l’assegnazione al Regno d’Italia di soli pochi territori dalmati, con l’esclusione di Fiume (che sarebbe diventata italiana nel 1924). Il mancato rispetto dei termini scatenò grande insofferenza nell’opinione pubblica della Penisola, ben rispecchiata da una celebre affermazione di Gabriele D’Annunzio che parlò di “vittoria mutilata”, fornendo quello che sarebbe stato uno dei principali temi propagandistici per la presa del potere del fascismo.

A partire dal 1922, le politiche fasciste di italianizzazione dello Stato aggravarono la già non semplice condizione dei territori di confine. In aree di coabitazione con le etnie slave, i valori identitari di tali popoli furono tremendamente mortificati dalle riforme nel campo scolastico e nella pubblica amministrazione. Era il preludio all’inevitabilità del conflitto, che infatti esplose nel 1941 in seguito all’occupazione militare del Regno di Jugoslavia da parte delle potenze nazi-fasciste, tradottosi in crimini di guerra ai danni di civili, rappresaglie, fucilazioni e deportazioni in campi di concentramento a conduzione italiana, come quello di Arbe (per il quale, stando ai dati in possesso dello storico Tone Ferenc, si parla di qualcosa come 25.000 internati nel biennio 1942-1943). Tale condizione alimentò un forte risentimento delle bande partigiane locali nella lotta contro l’invasore e il potere di uno stato satellite dell’Asse, affidato nelle mani del croato Ante Pavelic, protagonista di una feroce pulizia etnica contro il resto delle popolazioni che abitavano l’area settentrionale dei Balcani.

Che cos’è il massacro delle foibe?
esule-giulianaÈ all’interno della controffensiva partigiana, capeggiata da Josip Broz – nome di battaglia “Tito” – rivolta alla riconquista dei territori sottratti che si colloca la strage delle foibe. Con l’annuncio dell’armistizio tra Italia e forze alleate (8 settembre 1943), la regione della Venezia-Giulia restò sguarnita, permettendo alle bande titine l’annessione di tali territori alla Jugoslavia e il rastrellamento di personalità che erano considerate un freno al processo di liberazione; le migliaia di persone che non riuscirono a scampare il pericolo subirono giudizio sommario, prima di incontrare la morte – in molti casi ancora vivi – negli inghiottitoi carsici. Una violenza che costò un totale di circa 9000 morti tra infoibati e internati nelle prigioni jugoslave.

200px-Guido_PasoliniPer ordine di Mosca, il Partito Comunista Sloveno ebbe il via libera per imporre il proprio controllo anche sulle operazioni militari condotte dal PCI nelle aree di confine. In tale maniera, trovarono la morte persino alcuni partigiani italiani di estrazione cattolica e socialista, che vennero considerati un ostacolo allo scontro definitivo con l’Asse e all’avvento di una rivoluzione marxista, come testimonia l’eccidio di Porzûs dove vi fu tra i malcapitati anche Guido Pasolini – nome di battaglia “Ermes” – fratello del ben più noto Pierpaolo e che farà ossessivamente parte del pensiero del poeta friulano.

Le foibe nella costruzione della memoria collettiva
Con la fine della guerra, si aprì la stagione della consegna agli Alleati delle personalità che si erano macchiate di crimini di guerra. L’Italia si trovava in uno stato di profonda ambiguità, dopo il voltafaccia all’Asse e la lotta al fianco degli anglo-americani culminata nella Resistenza contro l’oppressore tedesco. Lo stesso generale Badoglio, che nel frattempo era stato nominato capo del governo, risultava nella lista dei principali criminali di guerra, insieme a Mario Roatta, accusato tra l’altro di essere stato esecutore di crimini contro la popolazione slovena, e che, sebbene arrestato, riuscì ad evadere dalla struttura che lo tratteneva il 4 Marzo del 1945 con la complicità dell’Arma e di alti funzionari dello Stato.

Quello del silenzio rispetto alla condotta dell’esercito italiano è stato il prezzo pagato dall’Italia per evitare il sopraggiungere di una “pace punitiva”. Anche i quotidiani della “sinistra”, che sin dalla fine della guerra pretesero la consegna dei criminali italiani, dinanzi al timore di veder carambolare la nazione verso un difficile destino, cambiarono la propria linea orientandola verso un diniego al rispetto degli accordi internazionali. Ma a contribuire in modo decisivo a tenere nascosto per anni il “caso foibe” è stato un reciproco patto silenzioso tra Roma e Belgrado, sdoganato soltanto negli ultimi anni a clamori quasi sopiti e davanti alla svanita possibilità di assicurare i criminali di guerra – italiani e jugoslavi – alla giustizia.

Foiba_di_Vines_-_recupero_cadaveriAlcuni corpi recuperati dalla foiba di Vines (Croazia) nel 1943

Come annacquare la memoria
Ma in che modo è possibile interpretare il ritorno improvviso che si è registrato su quest’argomento negli ultimi anni? Possiamo davvero ricondurlo ad una spiccata e genuina sensibilità storica? I fatti sembrano sostenere il contrario.

Con la Legge 30 marzo 2004 n. 92 è stato istituito in Italia il “Giorno del ricordo”, in memoria delle vittime delle foibe nei territori della Venezia-Giulia e della Dalmazia, su proposta del partito di governo Alleanza Nazionale, erede del vecchio Movimento Sociale Italiano, formazione politica neofascista che nominò presidente onorario quel Rodolfo Graziani inserito dall’ONU nella lista dei peggiori criminali di guerra del secondo conflitto mondiale. In un clima sentimental-nostalgico lo stesso governo rigettò la possibilità, avanzata dai Comunisti Italiani, di stabilire una data commemorativa per le vittime del fascismo e del colonialismo italiano, senza lasciare particolari delusioni all’interno dell’opinione pubblica italiana. L’episodio è la cartina tornasole di un paese in cui è avvenuta una vera e propria rimozione della memoria. Un paese dove una terribile tragedia come quella delle foibe, che merita di essere ricordata e compresa nelle sue dinamiche e nelle sue origini, non è diventata altro che mero strumento propagandistico, quasi un oggetto di concorrenza al 25 aprile.

Ancora oggi si procede col trattare l’eccidio delle foibe secondo un punto di vista campanilistico, scevro da analisi accurate che porterebbero ad una chiara comprensione del motivo per cui migliaia di nostri connazionali trovarono nella terra che fin lì era stata la loro casa la propria bara. Scelta sicuramente efficace dal punto di visto dell’audience e dal grande impatto emozionale a cui hanno contribuito, negli anni, diversi fattori. Significativo il caso sollevato nel Marzo del 2015 da Piero Purini e dal gruppo di lavoro “Nicoletta Bourbaki”, che attraverso il sito di WuMingFoundation hanno reso noto quanto in Italia televisione, piattaforme interattive del mondo dei partiti e personalità politiche abbiano alimentato una vera e propria manipolazione della storia delle foibe attraverso un uso improprio delle immagini. Da questo circolo vizioso non è esente il mondo della rete, da più lati definito come la “nuova enciclopedia universale”. Per scoprirlo ho provato a fare questo: mi sono recato sul motore di ricerca Google e ho digitato nel campo di ricerca la parola “foibe”. Dopo pochi secondi mi sono ritrovato davanti ad una situazione del genere

ricerca foibe

Mi sono fermato ai primi cinque risultati della categoria “immagini”. Immediatamente sono rimasto colpito dall’immagine n.3 (guarda qui), raffigurante un plotone d’esecuzione e cinque uomini di spalle. Provando a cliccare su di essa per approfondire il contenuto, mi sono accorto che la foto è stata utilizzata per una puntata della celebre trasmissione La storia siamo noi dal titolo “Storia delle foibe – La strage dimenticata”, fattore che avvalora l’autorevolezza dell’immagine. Tutto chiaro, insomma. Peccato che il senso della foto sia stato in questo caso del tutto capovolto. Degli uomini che danno le spalle ai soldati, infatti, è stata individuata l’identità: sono Janez Kranjc, Feliks Žnidaršič, Franc Žnidaršič, Franc Škerbec ed Edvard Škerbec ed erano ostaggi sloveni, e da lì a pochi secondi sarebbero morti per mano dei soldati italiani.

Lo stesso discorso è valido per l’immagine n. 5 (guarda qui), più volte utilizzata per commemorare i morti delle foibe ma che raffigura, in realtà, vittime slovene del Regio Esercito italiano. La foto, non a caso, è custodita nell’archivio dell’Armata Popolare Jugoslava a Belgrado.

La domanda è una: com’è possibile che quell’Italia patria di un “popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori” – come recita una delle quattro testate del Palazzo della Civiltà Italiana – si sia poi nei fatti rivelata così fallace nell’acume, nel giudizio e nella capacità di imparare dagli errori del passato?

La verità sta nel fatto che siamo un paese che non ha espiato le proprie colpe, in cui sin da subito la diffusione della narrazione dominante del “bravo soldato italiano” non ha permesso alle generazioni successive di considerare in modo critico un passato davvero poco glorioso.

Un’opinione, senza il pericolo di vedermi recitare la parte dell’antitaliano, me la sono fatta. E se la deprecabile violenza jugoslava non fosse stata altro che la risposta ad una scellerata, oppressiva, violenta e irriguardosa politica fascista di cui gran parte degli apparati statali, amministrativi e giudiziari della successiva stagione repubblicana era stata dentro fino al collo? L’immagine autoassolutoria del nostro paese, infatti, è stata garantita, nel corso degli anni, dall’atteggiamento delle Istituzioni italiane. Potremmo partire dalla condanna per vilipendio delle forze armate ai danni di Renzo Renzi e Guido Aristarco, “colpevoli” di aver progettato la realizzazione di un film, L’armata S’agapò, sul sistema di prostituzione gestito dall’esercito italiano in Grecia, e continuare con la nota di protesta che (nel 1989!) il governo italiano inviò alla BBC per aver mandato in onda Fascist Legacy, documentario sui crimini di guerra italiani. E che dire degli studiosi che in ossequio ad una comoda rimozione della storia hanno redatto libri di testo destinati alla didattica nella scuola italiana come Enrico Cerulli? D’altronde, come confessò Antonio Dordoni, testimone della strage di Addis Abeba in Etiopia, «il solo rischio che si correva era quello di guadagnarsi una medaglia».

Per un approfondimento degli argomenti trattati

Aurelio Lepre – Claudia Petraccone, Storia d’Italia dall’Unità a oggi, Il Mulino, 2008.

Tone Ferenc, Gli internati sloveni e croati deportarti sull’isola di Arbe e in Italia (consultabile qui).

Maria R. Calderoni, Foibe, è il caso di parlarne, dal dossier Porzus e le Foibe (consultabile qui).

Luigi Papo de Montona, Albo d’oro. La Venezia Giulia e la Dalmazia nell’ultimo conflitto mondiale, Unione Degli Istriani, Trieste, 1994.

Mattia Salvia, I crimini dimenticati del colonialismo italiano in Libia (consultabile qui).

Legge 30 Marzo 2004, n. 92. “Istituzione del Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 86 del 13 aprile 2004 (consultabile qui).

Intervista a cura di Anna Luisa Santinelli a Filippo Focardi, autore de Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale (consultabile qui).

Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Laterza, 2013.

Piero Purini e gruppo di lavoro “Nicoletta Bourbaki”, Il Giorno del Ricordo e i falsi fotografici sulle foibe (consultabile qui).

Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza, 2005.

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