Una solitudine in equilibrio. I cavalli bianchi di Aldo Palazzeschi

aldo_palazzeschi

E passava, passava, meccanico, trionfale, andando verso l’avvenire con esattezza matematica, nella volontaria ignoranza di quello che, ai due lati dei binari, restava dell’uomo, nascosta e sempre trionfante: l’eterna passione dell’eterna colpa.

Émile Zola, Le bête humaine

di Valentina Panarella | Quando nel 1905 il giovane Aldo Palazzeschi pubblica da «editore in proprio»[1], con il titolo I Cavalli bianchi, una raccolta di 25 poesie scandite dalla «ripetizione del piede ternario»[2] e ricche di «temi squisitamente simbolisti»[3], sembra avere un qualche conto in sospeso con il tempo, o meglio ancora, pare nel pieno di una riflessione sul suo scorrere incessante e sul divenire delle cose che da esso dipendono.

Le poesie alternano anziane donne e giovani ragazze a luoghi o oggetti osservati dall’esterno nel loro sussistere privo di riflessione. Si considerino come esempi di tale opposizione La croce e Ara Mara Amara. Nell’una il soggetto, una croce poggiata al cipresso, si abbandona al tocco ossessivo dei passanti e al «segno della croce» che «la gente» fa «con due dita toccando leggero quel legno»[4], nell’altra tre anziane donne stanno immobili, intrattenendosi con dei dadi.

La croce

Laddove le vie fan crocicchio
poggiata a un cipresso è la croce.
Sul nero del legno risplendono
i numeri bianchi.
La gente passando si ferma un istante,
e sol con due dita toccando leggero quel legno
fa il segno di croce.

Ara Mara Amara

In fondo alla china,
fra gli alti cipressi,
è un piccolo prato.
Si stanno in quell’ombra
tre vecchie
giocando coi dadi.
Non alzan la testa un istante,
non cambian di posto un sol giorno.
Sull’erba in ginocchio
si stanno in quell’ombra giocando.

Da notare come, in entrambi i casi, si passi da una visione complessiva dell’ambiente circostante ad un punto preciso di esso, quasi come una telecamera catturasse il paesaggio fino a puntare con la messa a fuoco il soggetto prescelto. Come in Lago Luna Alba Notte[5], dai «Gracili arbusti, ciglia | Di celato bisbiglio…» la penna del poeta guida lo aldo Palazzeschisguardo del lettore verso quell’uomo «solo» che «passa | col suo sgomento muto…», fino alla considerazione sul «tempo, fuggitivo tremito»[6], così nei testi di Palazzeschi Crono vibra lontano dall’iterazione delle azioni quotidiane e dalla soggettività dei personaggi messi in scena. Ciò in quanto, al di là dell’«assenza di ogni sviluppo narrativo»[7], la raccolta giovanile dell’autore risulta affiancata dalla «rarefazione della nozione di tempo»[8] nella prospettiva dei soggetti restii al movimento, ma non in quella del contorno pittorico perennemente in azione. I versi del poeta sono il centro di uno scontro tra io e mondo che si concretizza nell’ossimorica alternanza di cui si è poc’anzi accennato.

La raccolta giovanile di Palazzeschi è tutta pervasa da una solitudine in equilibrio, alla quale fanno da sfondo rumori esterni, passaggi fulminei e rumorosi treni che sbuffano con forza. Lo scorrere delle cose e del tempo, silenzioso consuntore del mondo, circonda anziane donne indifferenti, «sull’erba in ginocchio»[9]; il loro capo immobile non si scosta, resta tutto rivolto ai dadi, raffigurazione dell’istante che tiene occupato l’uomo nelle azioni quotidiane, impedendogli di contare il ticchettio delle ore. Solo il pappagallo, parlatore per eccellenza, «guarda tacendo» i passanti che lo incitano «parlando fischiando e cantando»[10]. La mancanza assoluta di punteggiatura tra un’azione e l’altra sottolinea una coesistenza di movimenti e rimarca una confusione di cose che è probabilmente dettata dall’incapacità di categorizzazione del volatile, impassibile ai numerosi richiami sonori provenienti dall’esterno. La dinamica rimanda a Le fanciulle bianche, il cui ultimo verso riprende il passaggio di gente che «si ferma a guardare» dal «breve cancello che chiude un giardino» in cui le «fanciulle bianche»[11] passeggiano.

Un’analisi anche poco attenta mostra quanto tale ripetitività di concetti sia dovuta all’attraversamento trasversale di termini chiave nell’intera raccolta, fatto che, oltre a rendere flessibile la lettura del prodotto poetico, trascina con sé coesione e compattezza. Resta da chiedersi, in ultima analisi, se esistano motivi ulteriori che abbiano condotto Palazzeschi verso questa scelta stilistica quasi ossessiva. La risposta è in una visione complessiva dell’opera, in senso verticale e orizzontale, attraverso una lettura dei versi che tenga conto di forma e contenuto, ma soprattutto mediante uno sguardo globale e non frammentario sui testi. I dadi che per cent’anni tengono impegnate le vecchie, il filare di Mara, lo sguardo del pappagallo, i pescatori con le loro canne e il triste passeggiare delle giovani in abito bianco, sono tutte metafore della umana cecità. Gli uomini compiono uguali azioni per anni e anni senza andare oltre la prossimità delle cose meccaniche e sempre uguali a se stesse, mentre il mondo intorno muta aspetto e ritmo. Le parole dei testi de I cavalli bianchi sono ripetute, anaforiche, ossessive, come le azioni umane: non vanno incontro al diverso. Preferiscono restare chiuse nelle proprie maniacali consuetudini, fino all’incontro quasi inconsapevole con la morte.

[Contributo tratto dalla raccolta Aldo Palazzeschi: il crepuscolare, l’avanguardista, l’ironico, a cura di Lorenzo Spurio, Martino Ciano e Luigi Pio Carmina, PoetiKanten Edizioni, 2016].

Riferimenti bibliografici

[1] M. Guglielminetti, Poeti, scrittori e movimenti culturali del primo Novecento, in Storia della letteratura italiana, VIII, Tra l’Ottocento e il Novecento, diretta da E. Malato, Roma, Salerno Editrice, 2005, p. 1095.

[2] G. Adamo, Metro e ritmo nel primo Palazzeschi, Roma, Salerno Editrice, 2003, pp. 59-60.

[3] Ibid.

[4] A. Palazzeschi, Poesie, Milano, Giulio Preda Editore, 1930, p. 59.

[5] Per la poesie in questione si rammenta lo splendido commento nel capitolo Ungaretti di G. Debenedetti, Poesia italiana del Novecento, Milano, Garzanti, 1974, pp. 69-104.

[6] G. Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, a cura di C. Ossola, Milano, Mondadori, p.155.

[7] A. Dei, Giocare col fuoco, in Aldo Palazzeschi, Tutte le poesie, a cura e con introduzione di A. Dei, Milano, Mondadori, 2002, p. XVIII.

[8] L. Lepri, Il funambolo incosciente, Firenze, Olschki, 1991, p. 25.

[9] A. Palazzeschi, op. Cit. p. 63.

[10] Ivi, p. 68.

[11] Ivi, p. 60.

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