Transgender: a noi il genere

C’è gente che critica il Gay Pride, la manifestazione che celebra l’orgoglio gay e transgender. C’è gente che non si chiede perché mai i gay e i transgender debbano scendere in piazza per rivendicare una cosa che tutto sommato dovrebbe essere scontata. C’è Gay Pride dove c’è omofobia. C’è Gay Pride dove c’è diffidenza, aggressività, scarsa cultura. C’è Gay Pride, insomma, in tutti quei luoghi in cui le minoranze – e in tal caso la minoranza gay e trans – devono rivendicare diritti che gli spetterebbero già di per sé, per il solo fatto di esistere, di appartenere al mondo.

E allora tutte quelle parrucche, quei ceroni e ciglia finte trovano un senso. Nella nostra incapacità di capire l’altro. Nel non voler capire che tutti noi siamo gente che sta ai confini, solo che non ce ne accorgiamo perché preferiamo stringerci dentro alle più sicure sovrastrutturazioni.

La paura di chi vive borderline deriva forse da quell’ansia atavica dell’avere tutto sotto controllo, tutto catalogato, meglio di un archivio pubblico. La fantomatica teoria del gender ne è un esempio fatto e finito. Credere nell’esistenza di un complottismo dietro al movimento gay non è niente di più lontano dalla paura. Di cosa poi? Dello sfascio della famiglia tradizionale, come se qualche volta fosse esistita. Non ci sarebbe famiglia nucleare senza famiglia patriarcale, né famiglia patriarcale senza quella matriarcale. Non ci sarebbero famiglie se non ci fossero bisogni. E questi bisogni cambiano continuamente.

12804554_10207767811385583_869134171_nLa paura si rivolge soprattutto verso ciò che è schietto, evidente, sincero. Quello che non si vede desta meno paura. La diversità se è eccentrica – se esce fuori dal centro – mette in guardia. A rendersi evidente è la diversità del transgender. Questa parola nasce all’interno del movimento LGBT per abbracciare tutte le persone che non si sentono racchiuse dentro lo stereotipo di genere. Il transgenderismo è un altrettanto movimento che contesta la logica eterosessista e genderista (secondo cui i sessi dell’essere umano sono solo due) proponendo una visione dei sessi fluida e rivendicando il diritto di ogni essere umano a collocarsi in qualsiasi altra posizione intermedia fra gli estremi maschio-femmina. La sessualità non si esaurisce in un’alternativa netta, tagliata con l’accetta, ma si esprime come una gradazione ricca di sfumature, un continuum tra maschile e femminile, in cui ogni essere umano dovrebbe posizionare la propria identità e il proprio corpo.

La rivoluzione delle teorie del transgender venne accolta nel 1992 nel libro di Leslie Feinber: Transgender Liberation. Sono passati poco più di vent’anni e ancora si fa difficoltà a capire il significato di questo termine. Con transgender, infatti, si può tanto indicare in senso stretto chi si identifica nel sesso opposto a quello di nascita (anche semplicemente scegliendo un nome diverso o assumendo atteggiamenti o indossando vestiti tipici dell’altro sesso) quanto in senso lato chi si sente stretto nel binarismo sessuale.

Quest’ultimo è la tendenza di alcune società a inserire le persone all’interno della logica binaria maschio-femmina, il cui corollario è il dogma dell’eterosessualità obbligata. Ad annusare l’esistenza dell’eterosessualità come dogma è stata nel 2004 Judith Butler ne La disfatta del genere, in cui l’autrice sembra voler far notare come nella società (semplicistica) si ritenga fondamentale collocare precisamente le persone all’interno di spazi assegnati per facilitare la comprensione della realtà. E allora è strettamente necessario abolire le ambiguità nello stabilire chi è uomo e chi è donna. Uomo è chi ha la voce spessa, tanta peluria (guai ad averne poca, si rischia di essere bollati come “checche”!), spalle grosse, bacino stretto; donna è chi ha la voce sottile, scarsa peluria, forme morbide. Non c’è spazio per sfumature. Butler si pone al di là e offre un rovesciamento di prospettiva: è il sesso a derivare dal genere e non il genere dal sesso.

È opportuno chiarire un po’ il senso di queste parole: sesso è la dotazione genotipica di un individuo, genere è l’adesione al modello culturale di mascolinità o femminilità presente nella società di appartenenza. L’uno esprime una dimensione fisica, l’altro una dimensione psicologica e culturale. Orientamento sessuale, infine, è la direzione prevalente dei propri desideri sessuali, che possono essere rivolti tanto al sesso opposto, quanto al medesimo o ad entrambi. Gli stessi trangender che si riconoscono nel genere opposto al sesso di appartenenza possono avere un orientamento sia etero che omo-bisessuale.

GendOK

In Italia il trattamento giuridico della condizione transessuale è regolato dalla legge 14 aprile 1982 n. 164. La normativa si rifà al binarismo sessuale: autorizza infatti il cambio dei dati anagrafici solo a condizione che il soggetto si sottoponga ad interventi chirurgici completi di riassegnazione del sesso.  Se uno si sente Maria ma nasce Mario e da tutti si fa chiamare Mary, per lo stato continua ad essere Mario se non si è sottoposto agli interventi di ricostruzione genitale. Quindi la l. 164 fonda la sua ragion d’essere sulla chirurgia: la sala operatoria spazzerebbe via ogni dubbio, aiuterebbe a superare ogni promiscuità indesiderata e Mario sarebbe a tutti gli effetti Maria, o Mary, per gli amici.

Ma gli interventi di riassegnazione del sesso sono invasivi, complicati, possono durare anche fino a dieci ore e non sempre garantiscono il risultato sperato. Per questo, sono pochi i transessuali che decidono  di sottoporsi agli interventi finali di vaginoplastica e falloplastica, operazioni conclusive di un percorso che inizia da molto lontano, a partire da incontri con psicologi e specialisti endocrinologi. Molte di queste persone decidono infatti di limitarsi al trattamento ormonale e di proseguire solo con alcuni interventi di adeguamento (ricostruzione/asportazione delle mammelle o simili). Esemplificativa è la storia della famosa transessuale Vladimir Luxuria che non si è sottoposta all’intervento chirurgico completo e per l’anagrafe risulta ancora appartenere al genere maschile e chiamarsi Vladimiro Guadagno. Proprio Luxuria fu, nel 2007,  promotrice di una proposta di legge con cui chiedeva che il cambio dei dati si potesse ottenere anche a prescindere dalla riattribuzione del sesso. Ma la proposta è rimasta giacente per cui la l. 164 è, come allora, invariata. Peraltro rimane pressoché solitaria, visto che nel 2007 la Spagna ha sfornato una legge che riconosce giuridicamente l’identità di genere come non dipendente dall’intervento chirurgico di riassegnazione dei genitali. Ha riconosciuto quindi il genere come un discorso ampio e non riduttivo. La Germania invece già dal 1980 consente il cambio dei dati anagrafici non solo a prescindere dall’intervento chirurgico ma anche dall’intervento ormonale.

Solo nel 2015 la Suprema Corte di Cassazione italiana ha ritenuto in una pronuncia che il cambio dati all’archivio di stato civile può avvenire anche senza l’intervento chirurgico completo. Questo cancellerebbe la sua obbligatorietà e la stessa distinzione tra transessuale operato e non operato. Ma non cancella la legge 164, che rimane tale, in un Paese in cui si fa per l’ennesima volta un passo indietro, sulle unioni civili.

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Il percorso da fare è ancora lungo, ci vorranno molti anni, altri dibattiti, altre polemiche, ancora libri e film. Come quello uscito nelle sale italiane il 18 febbraio, The danish girl – La ragazza danese di Tom Hooper, che racconta con molta delicatezza la storia della prima transessuale operata. Lei è Lili Elbe, nato Einar Wegener, pittore danese di fama che nel 1931 muore in seguito all’ultima operazione subita in Germania, si pensa – forse – a causa di una crisi di rigetto da impianto dell’utero.  Nel film Einar–Lili è supportata dall’amore di sua moglie Gerda, anche lei pittrice, che dopo lo sconvolgimento iniziale accetterà di starle vicino fino alla fine, di dire addio per sempre al marito per fare spazio a Lili. I diari di Lili e il suo spirito pionieristico sono stati di ispirazione per il movimento transgender. Gerda, che sposerà un italiano, continuerà a dipingere fino alla morte Lili, i cui nudi avevano segnato una svolta nel suo percorso artistico e umano.

La storia riesce ad assorbire lo spettatore, che segue i vibranti occhi di Eddie Redmayne e i crucci di Alicia Vikander attaccato ad un filo, lo stesso filo che condurrà Einar ad essere pienamente e per sempre Lili. Lo sconvolgimento interiore sarà accolto da un medico tedesco specialista del caso, Magnus Hirschfeld, e terminerà in una clinica tedesca, nel momento in cui Lili chiude gli occhi per sempre, felice nel sentirsi veramente una donna, dopo aver raccontato alla sua compagna Gerda del sogno fatto la notte precedente: lei neonata, nella braccia di sua madre, finalmente bambina.

 

 

 

 

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4 pensieri su “Transgender: a noi il genere

  1. Grazie per questo articolo. Mi permetto di indicare due link che potrebbero interessare chi legge: la puntata di Presa diretta del 31/1 sui tabù del sesso: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-52b804ad-d360-490a-a071-4d3ed30d3895.html#p=0 e la trascrizione dell’intervista a Michela Murgia (durante la trasmissione): https://unaltrogeneredirispettoblog.wordpress.com/2016/01/31/lintervista-top-di-michela-murgia-a-presadiretta-del-31-01-16/
    Cito entrambi sul mio blog, qui: https://scaglie.wordpress.com/2016/02/14/quanti-tipi-di-femminilita/

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    • Stefania Mastroianni ha detto:

      Grazie per la cortese attenzione e per i link riportati.
      Trovo che si tratti di argomenti delicati da trattare con frequenza e attenzione, come ha fatto Iacona.
      Un caro saluto,

      Stefania.

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