Nuddu ammiscatu cu nente. I cento passi nella scena del caffè

Sì, lo so che siete a lutto. Ma gradirei un caffé.

Tano Badalamenti usa il voi, ma è chiaro sin da subito che le sue parole saranno rivolte a Peppino, e a lui solo. Entra in scena col busto già proteso verso il maggiore dei fratelli; ed è a una sua provocazione che risponde, pacato nella formula di cortesia che sceglie di adottare, con ponderazione da galateo.

Eppure non è venuto in pace, Tano. E sa bene che ad accoglierlo non ci saranno mani tese. Non si scoraggia e procede sicuro, a farsi da solo un caffè che nessuno gli ha offerto. Avanza sale al bar prende la polvere, sa già dov’è. Si muove disinvolto, quasi fosse lui il padrone della piccola taverna. Sta comunicando che, di fatto, lo è.

Perché uno nella vita deve sapere fare tutte cose. Dalla sua lingua esce un impasto di allusioni e luoghi comuni, in un registro che si fa più basso man mano che la sua argomentazione prende forza. Peppino vacilla, non lo guarda in faccia: già non ci riesce. Non ci riuscirà più.

Lo scontro tra i due è una lotta impari. Tano ha dalla sua la libertà: di guardare, di parlare, di spostarsi simbolicamente tra la luce e l’ombra della stanza. Mentre Peppino, come il fratello Giovanni, è una statua di paura, rigido nell’aria gialla che gli rimbalza in viso.

Il discorso di Tano è spaventosamente calibrato, difficilmente attaccabile. Dimostra che il rivale non è forte solo nel sopruso, ma anche nella retorica e nel ragionamento. Fa vacillare Peppino, mentre gli sbatte in faccia che la mafia è quella stessa montagna di merda che gli ha permesso di mangiare, di studiare, di avere interessi. Di farsi una cultura, di avere una radio. Di combattere la mafia. È come se Tano qui gli dicesse: tu sei un inutile frammento, un residuo non ancora reciso per mia volontà. Una mia appendice. Un pezzo della mia carne. Nel giro di poche battute, Peppino viene inglobato all’interno di un sistema che Tano regge e governa.

Un veleno che si chiama identità. È questo ciò che Tano gli versa nell’orecchio, e che tornerà a tormentarlo per tutte le notti a venire. A sancire la loro connivenza, lo spazio che separava i tre personaggi si accorcia sempre più, e intanto il monologo mafioso prende vigore, assumendo toni via via meno diplomatici.

Mischino, tu sei nuddu ammiscatu cu nente. Il caffè è servito, e così la crisi dell’eroe. Dopo gesti e parole imperativi, Tano usa il dialetto; e la lingua si sporca, si abbassa. Come se il sistema mafioso e quella lingua fossero la stessa cosa: come se l’autenticità e le radici di quella lingua sancissero, da questo momento in poi, l’immortalità della mafia.

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