Cosa non è il Referendum del 17 Aprile

di Filomena Ardolino | Non appartengo alla schiera degli ambientalisti ideologisti che perseguono utopie basate su fondamenti poco scientifici e mirate esclusivamente alla protezione del pianeta Terra. È però indiscutibile che nei decenni scorsi la società, avvalendosi di politiche poco sensibili alle problematiche ambientali, si è evoluta secondo una gestione esclusivamente antropocentrica delle risorse naturali, causando numerosi danni ecologici con conseguenti ripercussioni anche sulla salute dell’uomo.

Disastro di Seveso 1976

Intervento precauzionale in seguito al disastro ambientale che colpì il Comune di Seveso, in Brianza, nel 1976.

Credo nel concetto di sviluppo sostenibile – introdotto dal Rapporto Bruntland nel 1987 – che si contrappone sia alla visione statica conclamata dagli estremisti dell’ambiente, che a quella cinica degli antropocentrici razionali. Mirare allo sviluppo sostenibile significa aspirare al pieno soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità che quelle future possano fare lo stesso. Un concetto che viene talvolta erroneamente identificato come il solo perseguimento della protezione ambientale, ma che include anche la fattibilità economica ed il benessere sociale. Metaforicamente, questi sono i tre pilastri che reggono lo sviluppo sostenibile, tutti e tre necessari per ottenere un miglioramento continuo della qualità di vita della popolazione mondiale.
In tale contesto, il ruolo della politica dovrebbe essere quello di avvalersi degli strumenti resi attualmente disponibili dal progresso e dalla conoscenza scientifica, col fine di garantire che le tre sfere della sostenibilità siano soddisfatte, senza costringere i cittadini a scegliere, ad esempio, tra la sostenibilità ambientale e quella sociale, imponendogli la presenza sui territori di processi inquinanti per evitare la perdita di posti di lavoro connessi a tali attività.

Una premessa necessaria prima di dichiarare che al referendum abrogativo del 17 Aprile voterò Sì. La notizia dell’indizione del referendum non è ancora nota a gran parte degli elettori, e il quesito a cui si è chiamati a rispondere appare ulteriormente vago. Come spesso avviene durante una campagna elettorale, il significato del voto si riduce agli slogan utilizzati dai diversi schieramenti che inducono a considerazioni errate circa le conseguenze dell’esito elettorale.

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Oggi la legge di riferimento, contenuta nel Testo Unico Ambientale (d.lgs. 152/2006 con ss.mm.ii.), vieta l’autorizzazione di nuove installazioni per le attività di ricerca, di prospezione e di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare entro le 12 miglia dalle linee di costa e dalle aree protette. Al momento dell’emanazione di tale norma erano già state rilasciate concessioni di durata pluridecennale, per le quali è stata confermata la validità fino alla loro scadenza naturale, ma con possibilità di ulteriore rinnovo fino ad esaurimento delle risorse. Secondo tale modus operandi, coloro che hanno giovato dei vantaggi delle vecchie e scellerate politiche potranno continuare ad avvalersene ignorando gli effetti negativi di un totale depauperamento delle risorse disponibili nei prossimi anni.

Il referendum chiede di modificare l’articolo 6, comma 17, terzo periodo, del Testo Unico Ambientale, eliminando le parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”. Cosa significa? Su cosa inciderà l’esito del referendum? Nulla cambierà per le nuove installazioni estrattive, né per quelle presenti sulla terraferma e oltre le 12 miglia dalle coste e dalle aree protette. Se vincesse il “Sì”, le piattaforme esistenti entro tale limite – riconducibili ad appena 21 concessioni – cesserebbero le loro attività allo scadere delle autorizzazioni vigenti, i cui termini sono previsti tra i prossimi 5 anni per alcune e 20 per altre. Se passasse la linea del “No”, o dell’astensionismo, resterebbe la legge così come è oggi.

In termini di consumi medi nazionali, le quantità di combustibili fossili che potrebbero ancora essere estratte da tali piattaforme sono davvero esigue. Secondo le stime redatte da Legambiente, attraverso i dati del Ministero dello Sviluppo Economico, le riserve di petrolio basterebbero a soddisfare il fabbisogno italiano di appena qualche giorno, mentre quelle di gas naturale di qualche mese; secondo il Comitato degli Ottimisti e Razionali, schierati a favore del “No”, la produzione italiana di gas e petrolio coprirebbe percentuali più alte, tuttavia includendo nei dati anche le attività estrattive via terra e quelle via mare non interessate dall’esito referendario.

L’Italia non è un paese per fossili e non diventerà energeticamente autonoma continuando a puntare su fonti inquinanti ed obsolete, i cui effetti negativi non sono riconducibili solo ad eventuali incidenti occasionali, ma anche alle quotidiane operazioni di estrazione e lavorazione. Se su scala locale gli impatti colpiscono gli ecosistemi marittimi e le zone turistiche – emettendo sostanze inquinanti e minacciando le bellezze paesaggistiche – su scala globale essi contribuiscono all’aumento del fenomeno di surriscaldamento del pianeta Terra, arrecando danni irreversibili all’ambiente e alla salute umana.

sviluppo sostenibileL’alternativa è rappresentata dalla riduzione dei consumi energetici e dagli investimenti per la mobilità sostenibile e per lo sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili. Grazie alle proprie caratteristiche territoriali e climatiche, il nostro paese ha un enorme potenziale per produrre energia da sole, vento e acqua. Come riscontrabile dai dati resi disponibili da Enel, l’approvvigionamento di energia elettrica da fonti rinnovabili era già nel 2013 una realtà, ammontando al 37,5% dell’elettricità fornita dalla rete italiana e conoscendo una forte crescita a scapito del ricorso alle fonti fossili e al loro rifornimento dall’estero.

Azzardare stime sui posti di lavoro persi nel settore delle trivellazioni o creati in quello delle fonti rinnovabili, come conseguenza dell’esito del referendum, è una mera strumentalizzazione degli appartenenti ai due schieramenti opposti. È folle pensare che il risultato referendario, in caso di vittoria del Sì, possa bloccare all’improvviso tutte le attività estrattive, obbligando l’Italia a passare da un giorno all’altro a tecnologie per la produzione di energia che non siano tecnologicamente testate o economicamente sostenibili. Questo sarà un passaggio graduale, in parte già avviato e comunque a medio termine reso obbligato dalla limitata disponibilità di fonti non rinnovabili, quali petrolio e gas naturale. Non preoccuparsene oggi significa demandare il problema alle prossime generazioni, così come noi abbiamo ereditato pesanti zavorre dal passato, frutto della cattiva gestione politica, come le centrali nucleari ancora presenti sui territori con i relativi rifiuti o le tonnellate di ecoballe campane che, conferite in discarica, provocano ancora oggi notevoli danni all’ambiente e all’uomo.

L’attuale legge italiana appare, inoltre, anacronistica all’indomani della presenza dell’Italia alla Conferenza sul clima di Parigi COP21, durante la quale gli stati partecipanti hanno riconosciuto, ancora una volta, i cambiamenti climatici come una minaccia urgente e il settore energetico tra i maggiori contributori a tale fenomeno. Pertanto, i paesi aderenti hanno sottolineato la necessità di cooperare per far fronte a tale emergenza, limitando le emissioni di gas serra per contenere l’aumento della temperatura terrestre entro i 2° centigradi. L’impegno dei paesi di vecchia industrializzazione deve perciò tramutarsi nell’erogazione di ingenti fondi economici per incrementare la produzione di energia verde.

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Voterò Sì al referendum, perché come cittadina ho il dovere di manifestare l’idea di sviluppo che auspico per il nostro paese. L’Italia è chiamata a decidere se da un lato continuare a puntare su strategie oramai obsolete o dall’altro gettare le basi per un futuro all’insegna dello sviluppo sostenibile, consapevole che le azioni di oggi si ripercuoteranno anche sui propri figli domani.

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