#carino: lo spot Treccani tra povertà lessicale e analfabetismo emotivo

La Treccani ha commissionato a Proforma, nota agenzia di comunicazione che abbiamo intervistato di recente, uno spot contro la povertà lessicale.

Lo spot gioca sull’uso dell’aggettivo “carino” in vari contesti comunicativi: riproponendo situazioni quotidiane in cui è facile immedesimarsi, ci induce a considerare come un’unica, semplicissima parola venga ormai adoperata nelle occasioni più disparate. Dopo essere stati indotti a questa riflessione, mentre la protagonista sfoglia un vocabolario, una voce fuoricampo ci domanda: “Senza parole? La lingua italiana ne comprende oltre 250.000. Usiamole”. E la prima a seguire il consiglio della Crusca sembra essere proprio la ragazza: messa di fronte a un nuovo stimolo positivo, ora dimostra di saper padroneggiare molti più sinonimi per descrivere il piacere di quell’esperienza.
È, questo, uno spot non immune da quell’istinto del pedagogo che molti accademici condividono: la ragazza, zainetto in spalla, è presumibilmente una studentessa che nel suo viaggio a Matera, candidata a capitale della cultura lo scorso anno, incontra la bellezza in mille sfumature. E acquisisce, formandosi sul libro che rappresenta la Treccani per antonomasia, le competenze linguistiche per comunicarlo. Insomma, il suo piccolo viaggio di formazione è lo stesso che i promotori dello spot vorrebbero facessimo noi.

carino spot treccani

Ieri ho letto un post di Giovanna Cosenza, docente di semiotica all’Università di Bologna, che ha commentato la campagna pubblicitaria mettendo in evidenza il legame tra l’impoverimento del nostro lessico quotidiano e le crescenti difficoltà delle nuove generazioni nel riconoscere e descrivere i sentimenti. Scrive:

Dal mio punto di vista non è in questione solo una diffusa incapacità di trovare le parole giuste in generale, in qualunque ambito, ma c’è un problema più specifico e grave per quel che riguarda l’espressione e la descrizione delle emozioni e dei sentimenti, propri e altrui. Qualcosa che ho chiamato analfabetismo emotivo. D’altra parte, quali e quante sono le parole che la comunicazione di massa usa per parlare di emozioni? Poche, pochissime, sempre meno. La più usata è “passione”. In pubblicità, per esempio, da Campari “Red Passion” a “la passione si sente!” di Radio 24, è tutto un gran parlare di passione. Ma è plausibile che si provi lo stesso sentimento per una radio che tratta di economia e finanza e per un drink? Certo che no, ma la parola è sempre la stessa e a furia di usarla, si svuota. Come quando i bambini giocano a ripetere velocemente una parola ad alta voce, fino a farle perdere significato e non riconoscerla più.

Cosenza sottolinea l’urgenza di arricchire il nostro lessico emotivo, e io sono d’accordo: ma lessico linguistico e lessico emotivo sono la stessa cosa? Quale dei due si sta semplificando, quale è possibile recuperare?

La questione della semplificazione linguistica è oggetto di studio da parte dei linguisti più o meno dagli anni ’60. Diciamo che, analizzando il modo in cui le lingue entrano in contatto tra loro, oltre che con culture ed esigenze comunicative differenti, si è notato che i sistemi linguistici tendono ad evolversi in strutture via via meno complesse.
Dagli anni ’90, questo fenomeno è stato messo in relazione con la globalizzazione: aumentando le possibilità di incontri tra le lingue si moltiplicano anche le dinamiche per le quali ciascuna di loro si snellisce e semplifica.
Quindi non è (solo) colpa dei media, in Italia continuamente accusati, da Pasolini in poi, di aver prodotto i peggiori scempi nel nostro uso della lingua. I media, semmai, ripropongono meccanismi già in atto, ed essendo molto potenti li esasperano. Così viene a crearsi un loop, una specie di circolo senza fine.

Che la lingua si semplifichi, di per sé, non è né un bene né un male, perché è un processo naturale e non so se abbia senso tentare di arrestarlo. Ne consegue però effettivamente un danno, quello dell’analfabetismo emotivo. La mia proposta per lavorarci parte, banalmente, dalle famiglie e dalle scuole. Non dico necessariamente di forzare gli studenti a imparare sinonimi più o meno desueti, giusto per arricchire il numero di vocaboli che conoscono. Certo, male non fanno, eppure c’è il rischio che (soprattutto nel parlato) i ragazzi continuino a non usarli, per non essere tacciati di ridicolo, per essere accettati da chi non li usa, per avere la certezza di essere compresi… insomma, per una serie di motivazioni che la sociolinguistica ha raggruppato sotto il nome di “prestigio”. Forse bisognerebbe partire dalle parole che realmente usano in contesti diversi. Imparare cioè a riconoscere le specificità di quei contesti: prendendo ad esempio il “carino” dello spot, perché non lavorare sulle differenze che intercorrono tra quando viene detto in riferimento a un bel ragazzo e quando viene usato per descrivere un gesto romantico? Sembra un’attività inutile per quanto il risultato sia apparentemente ovvio, ma l’analfabetismo emotivo consiste proprio nel non riuscire a percepire queste apparentemente ovvie sfumature tra le emozioni.
Con un approccio del genere non avremo la sicurezza che i ragazzi tornino ad adoperare dieci parole per dieci concetti, com’era forse plausibile prima della tv. Ma sapranno usare bene quell’unica parola a cui attribuiscono prestigio in dieci contesti differenti, riappropriandosi della varietà delle loro emozioni. E forse tutti noi smetteremo di temere la semplificazione linguistica come impoverimento delle menti e dei sentimenti.

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4 pensieri su “#carino: lo spot Treccani tra povertà lessicale e analfabetismo emotivo

  1. Ben ha detto:

    Anche a me lo spot della Treccani ha fatto riflettere molto. Condivido tutto l’articolo, e sono anche io per il gettare una lancia a favore dei media. Credo che negli anni passati abbiano avuto un ruolo fondamentale nell’alfabetizzazione (basti ricordare il maestro Manzi) e nell’arricchimento lessicale di quella fascia di popolazione che non sa nemmeno la parola lessico che voglia dire. E anche oggi, seppur in maniera più grottesca e povera, ricopre questo ruolo (per esempio, il pubblico che segue “Ciao Darwin”, con le scenette e gli artifizi linguistici “alla Totò” di Paolo Bonolis, forse, stanno apprendendo qualcosa -seppur, personalmente, lo manderei al confino con gli autori tutti- ma, forse, questo è un altro discorso). Molto interessante è, invece, l’analisi sull’impoverimento emotivo.
    Mancano le parole non perché ci sono troppe emozioni, ma perché ce ne sono troppe poche. E questo è davvero un male a cui bisognerebbe correre ai ripari.
    Ma come?

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    • Non penso ci siano troppe poche emozioni: secondo me la lingua cambia, le esperienze di vita pure, ma la nostra emotività resta complessa e ne è una prova il fatto che sia ancora un misterioso e affascinante oggetto di studio.
      Credo però che sia diventato difficile rendersi conto di quello che si prova, questo sì; e sicuramente il fatto di avere meno parole a disposizione non aiuta, dato che le parole diffondono idee.
      Conosco una ragazza che lavora con gli autistici e una volta mi ha detto che in un certo senso non siamo poi molto più bravi di loro nel gestire le emozioni e nel dare loro un nome. Mi ha parlato di tecniche e percorsi sulle emozioni, che fanno prima gli operatori e poi gli utenti (a volte separati, a volte insieme; ma comunque il succo è che non li fanno solo i diversamente abili, come verrebbe da pensare).
      Non sarebbe male sfruttare qualcuna di queste tecniche “ad uso personale”, nei banchi, nelle famiglie: potremmo uscirne meno analfabeti emotivi, e più consapevoli.

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