L’ingegno italiano per salvare la diga di Mosul

donne-curde-contro-isis-02-1000x600di Salvatore Luiso | Nel concetto stesso di guerra è insita l’idea del caos, ma quella siriana (e in parte irachena) ha raggiunto un tale livello di criticità che se fosse un personaggio sarebbe certamente uscito dalle Metamorfosi di Ovidio: una ribellione che muta in guerra di liberazione, una guerra di liberazione che si trasforma in guerra civile, una guerra civile che esplode a colpi di kamikaze nella guerra al terrorismo. In un guazzabuglio confusissimo di oltre 50 gruppi si ergono i Pashmerga curdi, che iniziano a sentire odore di indipendenza; la faccia da vittima di Assad, il dittatore che faceva uccidere i civili ribelli per lasciarli nelle strade di Damasco durante i primissimi mesi di guerra, quando tutto ruotava ancora attorno al fallimento prossimo della Primavera Araba, e del suo angelo custode Putin, un capo di Stato che assume i contorni di alter christus o di serpente luciferino in base alle posizioni politiche di chi si ha di fronte.

Se la guerra fosse intelligente, si potrebbe dire che l’amore reciproco fra le parti in causa è tanto forte quanto è potente il terzo incomodo: l’IS, l’ISIS o l’autoproclamato sedicente Stato Islamico o, ancora più semplicemente, Califfato, che dir si voglia. Ma se solo la guerra fosse intelligente. Stanno invece tutti contro tutti, come gli iracondi dannati nella palude Stigia, condannati per l’eternità a percuotersi e scannarsi fra loro. E se non bastasse tutto questo, in mezzo c’è tutto un rapporto di alleanze fra Paesi non proprio amici, come l’Iran, l’Iraq, la Turchia, gli stati membri dell’Unione Europea, la Russia e gli Stati Uniti, tutti attenti ai propri interessi in una delle aree più ricche al mondo di petrolio, ma sempre più povere di persone, che quando non muoiono cercano la fortuna nelle rotte del Mediterraneo.

Le chiavi di questa guerra si protraggono per un’area vasta quanto il cuore dell’Europa, fra la Siria stessa e l’Iraq, che nel momento di massima crisi si trovò il Califfato islamico alle porte di Baghdad. Provare a fare un excursus di tutta la situazione è ormai materia da monografie storiche, ma nel quadro appena delineato si è immersa una delle migliori realtà italiane, la Trevi di Cesena, un’azienda leader nel campo del consolidamento dei terreni, appartenente ad un gruppo internazionale che si occupa di progettare e produrre macchinari specializzati nella perforazione e nella trivellazione del terreno.

carte

Quando le truppe statunitensi invasero l’Iraq, idearono un mazzo di carte raffiguranti i 52 principali esponenti del governo di Saddam: ad un valore più alto corrispondeva un incarico più elevato all’interno della gerarchia irachena [1]. Il 10 di quadri era il generale Taha Ramadan, che divenne vice-premier grazie al suggerimento che diede a Hussein: costruire una diga sul Tigri nella sua città natale, Mosul. In questo modo si poteva dare al Kurdishan (il territorio abitato dai Curdi) iracheno acqua ed elettricità. C’era tuttavia un problema insormontabile: la base su cui doveva poggiare la diga era fatta di gesso e anidride, dei minerali solubili. La diga fu completata nel 1986 e necessitava di continui lavori: l’enorme bacino d’acqua fa pressione contro gli strati di gesso erodendolo e creando delle bolle, che vengono di volta in volta riempite di cemento. Saddam cercò di creare anche una seconda diga più a valle, in modo che facesse da scudo nel caso di qualche cedimento, ma non riuscì a trovare i soldi necessari. La diga di Mosul aveva un’importanza fondamentale: teneva buoni i curdi, che il dittatore iracheno riteneva pericolosi.

Con la caduta di Saddam Hussein a seguito dell’invasione americana del 2003, l’Iraq è nella sostanza diviso in tre grandi aree: la diga cade in quella a nord, retta dai curdi che lottano contro il Califfato. Nel 2014, infatti, lo Stato Islamico si impadronì della diga con appena due settimane di scontri: fu un colpo durissimo per i Pashmerga, ma anche per la diga, dato che l’ISIS non ha tecnici in grado di fare manutenzione. Dopo altre due settimane i curdi riuscirono a riprendere la diga, ma dei 300 operatori ne sono rimasti appena 30. Ad oggi nessuno sa quante o dove siano le bolle di gesso sotto la diga, che potrebbe crollare da un momento all’altro. La situazione è critica al punto che sono state riattivate le turbine per contenere l’acqua, regalando elettricità al Califfato.

digamosul

Poche settimane fa la Trevi di Cesena ha vinto un appalto (di 434 milioni di euro per alcuni, 273 secondo altri) per la messa in sicurezza della struttura. [2] L’operazione non metterà definitivamente in sicurezza la diga, ma la porterà a livelli controllabili grazie all’utilizzo di tecniche più avanzate. I lavori inizieranno ad agosto e ci saranno 500 addetti civili, di cui 70 italiani, scortati da un contingente italiano di 450 militari, quasi un soldato per ogni persona. E la scelta ha un suo perché: l’ISIS si trova ad appena 13 km dai lavori – in linea d’aria – e i Pashmerga sembrano intenzionati a lanciare una forte offensiva nei prossimi mesi. Insomma, si sta cercando di salvare una diga nel pieno di una battaglia, perché se dovesse crollare metterebbe in pericolo la vita di mezzo milione di civili.

Un’operazione del genere ha già dei precedenti. Nel 2007 le forze inglesi trasportarono una turbina di 220 tonnellate fino alla diga di Kajaki, in Afghanistan, in pieno territorio talebano. La missione riuscì dopo 12 giorni di scontri per aprirsi la strada, ma fu sostanzialmente inutile. La situazione di Mosul, tuttavia, sembra meno critica, nonostante i rifornimenti potrebbero essere a rischio imboscate. [3]

[1] Su Wikipedia si può trovare qualche riferimento in più. Furono commercializzate anche in Italia dal quotidiano «Libero». Ora si possono trovare su ebay o Kijiji: https://it.wikipedia.org/wiki/Carte_da_gioco_Most-wanted_iraqi (ultima consultazione 4 giugno 2016).

[2] Destro, Giacomo, Perché la diga di Mosul è così importante?, in «Wired», giugno 2016, URL: http://www.wired.it/attualita/ambiente/2016/06/03/diga-di-mosul-importante/ (ultima consultazione 4 giugno 2016).

[3] Di Feo, Gianluca, Diga di Mosul, si apre il cantiere italiano. A cinquanta chilometri dalla capitale del Califfato, in «Repubblica.it», aprile 2016, URL: http://www.repubblica.it/esteri/2016/04/20/news/diga_mosul_cantiere_italiano_lavori-138032620/ (ultima consultazione 4 giugno 2016).

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