Favola Islanda, cenerentola dalle scarpe chiodate

Per alcuni, il calcio è solo un gioco: ventidue persone che corrono dietro ad un pallone su un rettangolo verde, niente di più e niente di meno. Eppure, se si guarda la storia di questo sport, ci si accorge che in realtà la definizione di “gioco” è riduttiva; nel corso dei decenni, il calcio è stato fatica, magia, simbolo di collettività, perfino strumento politico e, in alcuni casi, arte.

A sostegno di queste ultime affermazioni, potremmo prendere come esempio l’ultimo di una lunga lista, ovvero la cenerentola Islanda agli Europei che si stanno svolgendo in questi giorni in Francia. Chi scrive non vuole concentrarsi tanto sul lato sportivo, quanto su ciò che il calcio può significare al di fuori dei campi da gioco.

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Prima di tutto, occorre un breve ripassino geo-politico: l’Islanda è un’isola di natura vulcanica, posta nell’oceano Atlantico settentrionale. Il territorio è in gran parte inospitale e gli islandesi, una popolazione di 320.000 anime, abitano in prevalenza sulle fasce costiere. Dal punto di vista politico, l’Islanda è una repubblica parlamentare ed ha come capitale Reykjavik.

Il miracolo calcistico islandese nasce da premesse poco esaltanti; le condizioni climatiche non permettevano, fino ad alcuni anni fa, agli abitanti del luogo di giocare a calcio per lunghi periodi di tempo. Inoltre, a partire dagli anni ’90, molti giovani islandesi soffrivano di dipendenze da alcol e nicotina. Cosa fare, dunque, per evitare che la loro vita fosse rovinata e salvare il loro futuro?

Lo stato islandese ha trovato una risposta tanto semplice quanto geniale. Nel 2002 è stata emanata una legge per la lotta contro l’alcol e il tabagismo che conteneva diversi provvedimenti, tra i quali quello di aprire scuole calcio e costruire impianti sportivi coperti e riscaldati che potessero togliere i ragazzi dalla strada e permettere loro di allenarsi e divertirsi anche in pieno inverno, quando le temperature possono essere molto rigide (e arrivare anche a -30°). Inoltre, sempre lo stato avrebbe rimborsato il 50% delle spese sostenute dalle famiglie per le attività sportive, e cominciarono ad essere organizzati frequentemente corsi di aggiornamento per aspiranti allenatori. Da quel momento, il calcio è diventata una cosa seria. E i giocatori islandesi hanno iniziato ad essere notati anche a livello continentale: basti pensare a Eidur Gudjohnsen, che ha giocato tra il 2000 e il 2009 in due top club come Chelsea e Barcellona.

Al di là degli incredibili risultati sportivi che ha raccolto la nazionale islandese agli Europei di Francia 2016 (si segnala la vittoria agli ottavi contro gli inglesi; questi  ultimi sono usciti ben due volte dall’Europa nel giro di una settimana…), merita una menzione speciale la sua gagliarda tifoseria: si stima che in terra transalpina siano giunti circa 20.000/25.000 islandesi… Praticamente una folla oceanica ricordando, come detto in precedenza, che questo piccolo stato conta 320.000 abitanti! E con che calore accompagnano la propria squadra: la marea blu presente sugli spalti degli stadi francesi non è mai passata inosservata; gli islandesi si sono dimostrati molto calorosi, pur venendo dalla “Terra del ghiaccio” (“Iceland”, per l’appunto). Il fortissimo legame tra squadra e tifosi, all’inseguimento del sogno di poter ben figurare in una manifestazione calcistica di notevole spessore, è rimarcato dal meraviglioso rituale post-partita nel quale i calciatori guidano il battito delle mani dei loro supporter: una gestualità che ad alcuni ha ricordato la celebre Haka neo-zelandese, pur con le dovute differenze del caso.

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E così, con un capitano che fino a qualche anno fa giocava a pallamano (Gunnarson), un centrocampista considerato in patria novello Brad Pitt per bellezza fisica (Bjarnason) e un vice-allenatore che nella vita di tutti i giorni è un dentista (Hallgrimson), l’Islanda ha stupito l’Europa intera dandole, con la sua recente storia calcistica, una lezione di sport e, in fondo, di vita.

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2 pensieri su “Favola Islanda, cenerentola dalle scarpe chiodate

    • Al giorno d’oggi, è evidente che il mondo del calcio sia dominato da soldi, sponsor e televisioni. Tuttavia, c’è ancora spazio per storie che hanno per protagoniste piccole squadre, come l’Islanda a Euro 2016 o il Leicester in Premier League (e attualmente in Champions), capaci di compiere grandi imprese e di ricordarci come questo sport non possa essere derubricato a mero business! Favole degne di essere raccontate perché, come scritto nel finale dell’articolo, possono essere vere e proprie lezioni di vita.

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