Contro la definizione di cultura come elevatrice sociale

libri

Arte: divulga responsabilmente.

Tenendo fuori l’industria culturale dall’argomento che prendo in considerazione (ma solo perché ha meccanismi più complessi), mi sembra di notare che chi fa cultura (o chi semplicemente ne usufruisce) abbia un continuo bisogno di ergerla a purificatrice, facendoci credere, come in una pubblicità per dentifrici, che senza di questa non potremmo tenerci puliti. Il rischio non è rappresentato dalla pubblicità, una volta accettata, perché l’arte resta un prodotto, mentale, ma pur sempre un prodotto. La questione è che una cultura ostentata potrebbe danneggiare seriamente l’immagine della cultura stessa in tutti gli strati della società. Se questo discorso vale per il rapporto insegnante/alunno, di cui tanto si discute il metodo impregnato di tensione e forzatura, vale a mio avviso in qualsiasi contesto relazionale e comunicativo. I compiti a casa e il libro delle vacanze non funzionano, come non è del tutto vero che funzioni il metodo “Capitano, mio capitano!”. Tuttavia, una cultura improntata sull’hype non è la componente più problematica: considerare la vita di un individuo nella misura in cui regola la sua attività culturale può essere un modo semplicistico e fuorviante nell’approccio relazionale della vita quotidiana. La storia maestra ci ha insegnato che come la scrittura dei grandi russi, dell’esperienza di Werther e di Holden non ha mai avuto la pretesa di offrire un libretto di istruzioni universale, la lettura degli stessi non dovrebbe creare aspettative che sfocino nella conquista della verità dello stare al mondo. Detto questo, se da un lato gli esattori della cultura ci dicono quali sono i giusti libri e i giusti film da vedere senza i quali la nostra vita potrebbe perdere il vero senso, è necessario muovere le mie Verrine contro una passività dilagante, che può essere conseguenza diretta di tutto ciò, ma la cui assolutezza non può essere assecondata e legittimata. Tralasciando i consigli sinceri, la curiosità mi sembra ancora l’unico e sano modo di avvicinarsi a qualsiasi tipo di arte, senza che essa sia filtrata da castelli di necessità e dovere.

C’è qualcosa che spesso sfugge nell’idealizzazione dell’arte. È necessario parlare di arte usando un linguaggio intriso di presunzione nei confronti di chi non ne parla? È davvero importante metterla su un piano superiore? Leggere e quindi conoscere un libro è assai più dignitoso di conoscere un campionato di calcio? Perché leggere tutti i libri di Roth è per molti più elevato di guardare tutte le partite del Napoli? Si dimentica spesso che entrambe sono passioni, un modo per curare il proprio tempo tale che nell’economia della propria soddisfazione nessuna delle due può essere più importante dell’altra. Basta che funzioni, suggerisce Allen. Intimidire il prossimo con un’idea di cultura elevatrice può essere uno strumento totalitario e frustrante, un vero paradosso se si pensa che l’arte nasce per percorrere esattamente il senso opposto. Come in una dieta, l’uomo ha bisogno di tutti gli ingredienti necessari per far sì che il corpo funzioni e spesso gli stessi ingredienti sono derivabili da tanti alimenti diversi. Così anche con le emozioni, cerchiamo il nostro modo per provarle e non è detto che ci sia un modo migliore o peggiore per farlo. La cultura ci fornisce una visione critica per la vita, come può farlo la strada o uno sport: è luogo di condivisione, e in quanto tale arricchisce indistintamente tutti coloro che, abbandonando la passività, aprono con consapevolezza le braccia al mondo.

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