Perché i giornali hanno paura di chiamarli fascisti

Repdi Davide Fusco | “Nigeriano ucciso da un ultrà”, recitava in prima pagina la Repubblica il 7 luglio scorso. È ancora una volta, dunque, la violenza ultrà ad occupare le pagine di cronaca nera. A far specie, a mio avviso, oltre la vicenda di per sé raccapricciante, è l’uso sempre più generalizzato del termine “ultrà”, in riferimento a fatti che esulano dal contesto stadio.
L’aggressore viene universalmente descritto dai media come un noto ultrà della Fermana che attualmente sta scontando un Daspo, senza proferire parola, almeno in prima istanza, riguardo alla sua militanza di estrema destra.

Vien da chiedersi perché, di fronte a una tale escalation di becero razzismo di chiara ispirazione destrorsa, si preferisca far riferimento alla militanza ultras dell’imputato, facendo leva sul sensazionalismo che tale termine genera nell’opinione pubblica. Ma d’altronde, forse, porsi tale quesito risulta stucchevole se solo si pensa al fatto che al crollo europeo del nazifascismo, da un lato la Costituzione bandiva la riorganizzazione politica di tale ideologia, mentre dall’altro il grosso degli uomini del regime andava ricollocandosi nella politica italiana (non dimentichiamo che, già nel 1946, ex repubblichini fondavano l’MSI).
Se poi assumiamo come ulteriore caso esemplificativo il fatto che, mentre in Germania si destinavano all’oblio il Fuhrer e il nazismo per evitare che luoghi di memoria divenissero luoghi di culto, in Italia nascevano istituti museali in memoria del duce e del regime, forse, leggendo tra le righe del rapporto tra fascismo e potere, possiamo dunque pervenire ad una risposta. In ragione di tale legame, che ha spesso assunto l’aspetto di un connubio, è più facile additare le colpe al singolo che a un intero movimento.

Gli additatori sono sovente persone che non hanno mai messo piede in una curva e che semplicemente si allineano alla nutrita schiera di detrattori del movimento. Nessuno di questi signori ha mai indagato con mente sgombra da pregiudizi questo mondo controverso, né tantomeno ha portato alla luce i mille esempi di integrazione razziale e non di cui questi si sono resi protagonisti.

mondiali-antirazzisti

Una scena dei Mondiali antirazzisti 2015

Sarebbero tanti gli esempi da poter fare; mi limiterò a citarne due: il primo riguarda un raduno antirazzista ormai giunto alla 20esima edizione, i “Mondiali Antirazzisti” di Modena, nel quale sono stati coniugati calcio non competitivo, tifo e concerti musicali nel nome dell’antirazzismo; il secondo riguarda l’inaugurazione di un parco integrativo per disabili avvenuta lo scorso venerdì a Cosenza (si tratta di un parco unico nel suo genere in tutto il sud Italia, ideato proprio da un ultras).

Certo, tra le fila ultrà si celano personaggi equivoci come ovvio in un movimento che è lo specchio della società, ma in ogni caso spostando l’attenzione dal piano individuale a quello collettivo è possibile scorgere più di un esempio capace di sconfessare l’associazione tra razzismo e ultrà in cui sovente si imbattono i media.

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