A Kavumu il mais è rosso sangue

violenza_bambini

C’è un padre, a Kavumu, che fa la guardia, davanti alla porta di casa, ogni notte per tutta la notte dall’anno scorso e le ore di sole gli servono per dormire, piuttosto che per lavorare [1]. Fa la guardia perché i mostri tornano sempre e la sua famiglia è già stata marchiata. Fa la guardia perché a Kavumu, dopo il tramonto, le storie dell’orrore non si raccontano intorno al falò: si vivono.
La Repubblica Democratica del Congo (RDC) conta oltre 80 milioni di abitanti divisi in numerosissime etnie in conflitto fra loro, separate da lingua (oltre 250 idiomi), costumi e religione (quasi il 50% si professa cattolico, il 25% cristiano-protestante, il resto diviso in culti locali e mussulmani) [5].

mobutu

Mobutu Sese Seko, politico e dittatore della RDC

Preso il potere nel 1965, il leader politico Mobutu tenne il potere per 32 anni e “africanizzò” il Paese cambiando nomi e toponimi (fu in questo periodo che la RDC cambiò nome in Zaire, mantenendolo fino al 1997) [5]. Kavumu è un piccolo villaggio della zona orientale della RDC, nella provincia di Kivu sud, fra il parco nazionale Kahuzi-Biega e il lago di Kivu, che fa da confine con il Ruanda: è la zona dove, fra il ‘94 e il ‘96, dopo una crisi di profughi, i conflitti interni portarono alla deposizione di Mobutu e dei suoi nomi “africaneggianti”, costringendolo all’esilio nel ‘97. Gli scontri dureranno “ufficialmente” una decina d’anni, costituendo il conflitto del Kivu [5]. Anche se l’economia del Paese si basa sulle esportazioni di minerali e materie prime [5], gli abitanti di Kavumu, per lo più ex soldati, guadagnano al massimo due dollari al giorno vendendo la frutta che coltivano [1].

conflitto-del-kivu

Cartina della RDC, con evidenziate le regioni di Kivu nord e Kivu sud

Hanno il tipico aspetto del Terzo Mondo che prova a tirare avanti: magri, nervi tesi, occhi sofferenti e mezzo sorriso. Le loro case sono fatte di pezza e legno: la serratura non è altro che un palo di ferro inchiodato che blocca la porta [4]. Le giornate sono assolate e i campi sono pieni di manioca, riso e mais: la RDC non sta in mezzo al deserto, ma è coperta da una ricca foresta equatoriale. È un’Africa che somiglia più al Brasile che a quella del “Re Leone”. Ma poi il sole tramonta e a Kavumu il silenzio si fa più fitto degli alberi.
Quando la Luna è alta, qualche colpo di macete apre una porta. Fra qualche ora una madre si sveglierà e allungherà il braccio nel suo giaciglio. La sua bambina non c’è più. Basta vedere i colpi sulla porta e l’arma a terra per capire: una scena che si vede da almeno due anni e mezzo. La ragazzina si trova nella terra bagnata dei campi. Indossa solo una felpa e il sangue fra le gambe. Viene portata in ospedale: trascorrerà lì il resto della notte, prima di essere trasferita a Bukaku appena si farà giorno. I medici già sanno cosa fare. Dal 3 giugno 2013, primo caso accertato, questa è la 39ª vittima di un gruppo di uomini che rapiscono bambine fra i 18 mesi e gli 11 anni, le violentano e poi le riportano indietro, a volte lasciandole nei campi, altre riportandole addirittura a letto. Già due ragazzine sono morte per le ferite [1]. Ad oggi, le vittime sembrano essere 44 [4].

denis-mukwege

Il dottor Denis Mukwege

Il dottor Denis Mukwege, candidato al premio Nobel per la pace, è il ginecologo dell’ospedale di Bukaku, dove ha curato almeno 30 mila casi di stupro, tanto da essere considerato uno dei massimi esperti mondiali nel curare le ferite riportate da questo tipo di aggressione. Cercarono di ucciderlo nel 2012, dopo aver tenuto un discorso alle Nazioni Unite, con il quale attaccava diverse forze governative della RDC per il loro disinteresse nei confronti del reato di violenza sessuale [2]. Il medico è un tipo franco: “quando curo bambine con la vescica e tutto l’addome distrutto, penso che questo non è quello che avrei voluto fare nella mia vita”, poi aggiunge “tutti dovrebbero essere scioccati per questo, ma perché non lo sono?”. In una stanza dell’ospedale ci sono anche le ultime due vittime del branco: cinque e sei anni. La bambina di sei anni sembra in stato catatonico. Quando parla dell’attacco si guarda le mani o il pavimento. Il dottor Neema “Nene” Rukunghu spiega l’impatto nella vita futura di queste bambine: “Non sappiamo se potranno fare del sesso normalmente. A causa della distruzione del collo dell’utero, non sappiamo se avranno normali mestruazioni o se riusciranno mai ad avere figli.” [1]
La violenza sessuale è un’arma del conflitto del Kivu (che in barba all’ufficialità, continua da vent’anni), utilizzata sia dalle milizie locali che dall’esercito regolare, ma questo è il primo caso in cui vengono stuprate regolarmente delle bambine. All’inizio, infatti, non si pensava neanche che i casi fossero collegati, ma il modo di aprire le porte (sempre con un macete lasciato poi vicino all’entrata), le modalità del rapimento (senza che i genitori se ne accorgessero) e il luogo in cui vengono ritrovale (sempre nei campi vicini o, in alcuni casi, addirittura nel proprio letto), hanno portato gli inquirenti a ipotizzare che si trattasse di un gruppo ben organizzato.
Un’altra bambina racconta com’è cambiata la sua vita dopo un’esperienza del genere. È fra le sfortunate che sono state rapite e stuprate ben due volte, a marzo e ad agosto dello scorso anno. Dopo il secondo rapimento, la sua famiglia ha deciso di ristrutturare la casa costruendo mura vere, ma il lavoro è fermo a metà, poiché sono rimasti senza soldi. Gli altri bambini a scuola la prendono in giro, “perché io sono stata distrutta e loro no”. Le bambine colpite vengono alienate dalla comunità “perché gli altri non si sentono a loro agio con loro”, spiega uno psicologo dell’ospedale di Bukaku. Sia le vittime che le loro famiglie vivono nel silenzio: hanno paura di parlare perché potrebbero esserci delle ritorsioni sia da parte dei ribelli, sia da parte delle autorità.

kabila

Joseph Kabila, presidente della RDC

Lo stesso presidente Joseph Kabila, riconfermato alla carica nel 2011 dopo aver vinto le prime elezioni democratiche dal 1960 nel 2006 (per entrambe le votazioni, osservatori internazionali hanno trovato importanti anomalie, tanto da esacerbare i conflitti interni [5]), ha negato che ci fosse un problema con la violenza sessuale almeno fino al 2009, quando ha dichiarato che avrebbe fatto una politica di tolleranza zero [1]. Ma fra il 2014 e il 2015 c’è stato un aumento dei casi di violenza, da 12 mila a 15 mila [1], mostrando che la tolleranza zero sta solo nelle parole [4]. Secondo le autorità, questi numeri sarebbero solo una parte dei casi reali, proprio perché molti preferiscono il silenzio alla denuncia. Del resto già le forze di polizia del Paese sono letteralmente costrette ad essere corrotte: alcuni agenti hanno ammesso di non percepire lo stipendio da almeno tre mesi [1]. Del resto la RDC chiede soldi al Fondo Monetario Internazionale anche solo per tenere in piedi il sistema statale [5]. In un clima del genere è difficile denunciare reati commessi tanto dalle forze ribelli quanto da quelle regolari.
C’è tuttavia un agente, quello che ha trovato la bambina con la felpa e l’ha portata a Bukaku, che ha fatto della soluzione del caso la sua missione. Racconta che piangeva mentre trasportava la bambina all’ospedale: “Non potete immaginare come mi sento ogni volta che mi chiamano per dirmi che un’altra bambina è stata stuprata. Sono impotente. Ho avuto esperienze con genitori che uccidevano i figli per soldi, donne violentate con un bastone, stupri di massa come a Wilikale, ma questa è la più grande inchiesta della mia carriera” [1]. Sono parole forti per il valore emblematico di Wilikale, un gruppo di 13 villaggi nella parte orientale del Paese: è considerata la capitale mondiale dello stupro da quando, nel 2010, l’esercito regolare violentò 303 civili (235 donne, 13 uomini, 52 ragazze e 3 ragazzi). [3]
Nonostante sia stata creata una task force e gli attacchi siano stati considerati crimini contro l’umanità da diverse autorità internazionali, non c’è stata ancora nessuna condanna, tanto che alcune famiglie colpite pensano che ci sia una cospirazione dietro. Anche perché, quando i genitori vanno a denunciare lo stupro delle loro figlie, alcuni di loro vengono arrestati e rilasciati su cauzione. Rompere il silenzio, dunque, è molto difficile, e diverse associazioni stanno facendo delle lezioni e delle campagne per insegnare alla comunità a non tollerare la violenza sessuale. Evariste Kasali, coordinatore di una di queste associazioni, investigando sul caso, ha dichiarato che le autorità locali non sembrano in grado di fermarli. Gli hanno sparato alla testa nella sua casa a Kavumu.

evariste-kasali

Evariste Kasali

È stato scoperto che i genitori vengono in qualche modo drogati con delle erbe locali che inducono un sonno profondo, così i rapitori possono entrare indisturbati. Le stesse vittime vengono anestetizzate in modo che non provino dolore. I sospetti sono caduti sui Mai-Mai [6] e su Frederic Batumike Rugimbanya. Il gruppo dei Mai-Mai (letteralmente “Acqua-Acqua”) pensano che l’acqua li renda invulnerabili, o che i proiettili possano attraversare il loro corpo come se fossero liquidi, e per questo bevono delle pozioni a base di erbe: da diversi anni i Mai-Mai rapiscono e stuprano donne nel nord e nel sud Kivu [1]. Batumike, invece, già due volte senatore del Kivu meridionale, si è creato una propria milizia personale di circa 700 uomini, che controlla alcune piantagioni alle quali non viene fatto avvicinare nessuno. È un pastore cristiano che ha aggiunto alla propria religione alcuni elementi spiritualistici locali: tra le sue fila si è arruolato un feticista che crede che il sangue di ragazze vergini li possa rendere invulnerabili, convincendo anche gli altri. Proprio Batumike è stato arrestato insieme a 74 dei suoi uomini, accusati sia degli stupri che dell’assassinio di Kasali. Il caso è passato alla giurisdizione dell’esercito e alla corte marziale, ma si tratta dello stesso esercito che, lo scorso 2012, in quel Kivu meridionale, ha stuprato 76 donne.
Insomma la giustizia potrebbe arrivare a breve, ma sarà sporca, come la coscienza di qualcuno e le gambe di 44 bambine nei campi di mais. E chissà, magari con un colpo di fortuna si può provare a fuggire a nord, oltre il Sahara, pronti ad attraversare un inferno che, al confronto con questo, può sembrare appena un insulto.

 

[1] Wolfe, Lauren, The village where dozens of young girls have been raped is still waiting for justice, in “The Guardian”, 3 agosto 2016, URL https://www.theguardian.com/world/2016/aug/03/kavumu-village-39-young-girls-raped-justice-drc (ultima visita 5 agosto 2016).
[2] Smith, David, Congolese doctor who worked with rape victims survives murder attempt, in “The Guardian”, 26 ottobre 2012, URL https://www.theguardian.com/world/2012/oct/26/congo-doctor-rape-victims-murder-attempt (ultima visita 5 agosto 2016). Si veda anche Kristof, Nicholas, An Attack on One of My Heroes, Dr. Denis Mukwege, in “The New York Times”, 25 ottobre 2012, URL http://kristof.blogs.nytimes.com/2012/10/25/an-attack-on-one-of-my-heroes-dr-denis-mukwege/?_r=0 (ultima visita 5 agosto 2016).
[3] Smith, David, UN-backed troops ‘murdering and raping villagers’ in Congo, in “The Guardian”, 15 ottobre 2010, URL https://www.theguardian.com/world/2010/oct/15/un-backed-troops-accused-rape-congo (ultima visita 5 agosto 2016).
[4] Sargentini, Monica Ricci, Il villaggio delle bimbe stuprate di notte, in “Il Corriere della Sera”, 3 agosto 2016, URL http://www.corriere.it/esteri/16_agosto_04/villaggio-bimbe-2a8772fc-59b1-11e6-9678-6c5e366d4cd4.shtml (ultima visita 5 agosto 2016). Il Corriere riporta 44 vittime, mentre il Guardian 39.
[5] Repubblica Democratica del Congo, in “Enciclopedia italiana Treccani”, URL http://www.treccani.it/enciclopedia/repubblica-democratica-del-congo/ (ultima visita 5 agosto 2016). Si veda anche il paragrafo “La ricostruzione e il Conflitto del Kivu” nell’articolo Repubblica Democratica del Congo, in “Wikipedia.it”, URL https://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_Democratica_del_Congo#La_ricostruzione_e_il_Conflitto_del_Kivu (ultima visita 5 agosto 2016) e Conflitto del Kivu, in “Wikipedia.it”, URL https://it.wikipedia.org/wiki/Conflitto_del_Kivu (ultima visita 5 agosto 2016).
[6] Mai-Mai, in “Wikipedia.it”, URL https://it.wikipedia.org/wiki/Mai-Mai (ultima visita 5 agosto 2016).

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...