La poesia che non ho scritto #4. Da Birthday Letters di Ted Hughes

hughes-plath

Oggi voglio raccontare una storia, una violenta, d’amore. L’11 febbraio del 1963 la poetessa Sylvia Plath si suicida, probabilmente infilando la testa nel forno, lasciando suo marito, il poeta inglese Ted Hughes, con i due figli, tutti nell’abisso del dolore. Se provassimo invano a spiegare questa morte non potremmo evitare di tener conto del carattere impossibile di Ted, che, si dice, abbia portato al suicidio anche la sua seconda compagna. Per Hughes, Sylvia è stata la Poesia, da quando lei dagli USA si mise in viaggio per l’Europa fino a Cambridge, dove ebbero modo di conoscersi. Nel ’56 la poetessa scrive alla madre:

Ti racconterò un fatto miracoloso, strabiliante e tremendo e voglio che tu lo condivida in parte con me. È quest’uomo, questo poeta, questo Ted Hughes. Non ho mai conosciuto niente di simile. Per la prima volta in vita mia posso adoperare tutta la conoscenza, la capacità di ridere e la forza di scrivere che ho, e posso scrivere di tutto, fino in fondo, dovresti vederlo, sentirlo! È pieno di salute, è immenso…”.

Anche Sylvia conosce in Ted la Poesia, ne è devota. Tanto grande è stato l’amore quanto lungo il silenzio in cui Ted è caduto per i 34 anni successivi: diverse opere tra cui Wodwo (‘67), Wolfwatching (‘89), in cui quel nome non compare mai, il dolore logora il poeta che non riesce a parlarne, quasi come una parola che seguita circolando all’infinito nella gola, quella parola che fatica a uscire dalla bocca. Poi arriva Birthday Letters, nel 1998. È il canzoniere dell’amore, è un lungo ricordo lucido e al tempo stesso delirante, l’ultimo amplesso, la gola in fiamme dopo il vomito liberatorio. Sylvia è la nuova Beatrice in questa lirica d’amore. Queste lettere sono gli ultimi respiri di Hughes, che trova la morte pochi mesi dopo essere scoppiato in questi versi cocenti.

Fulbright Scholars

Where was it, in the Strand? A display

Of news items, in photographs.

For some reason I noticed it.

A picture of that year’s intake

Of Fulbright Scholars. Just arriving –

Or arrived. Or some of them.

Were you among them ? I studied it,

Not too minutely, wondering

Which oft hem I might meet.

I remember that thought. Not

Your face. No doubt I scanned particurarly

The girls. Maybe I noticed you.

Maybe I weighed you up, feeling unlikely

Noted your long hair, loose waves –

Your Veronica Lake bang. Not what it hid.

It would appear blond. And your grin.

Your exaggerated American

Grin for the cameras, the judges, the strangers, the

Then I forgot. Yet I remember

The picture: the Fulbright Scholars.

With their luggage? It seems unlikely.

Could they have come as a team? I was walking

Sore-footed, under hot sun, hot pavements.

Was it then I bought a peach? That’s as I remember.

From a stall near Charing Cross Station.

It was the first fresh peach I had ever tasted.

I could hardly believe how delicious.

At twenty-five I was dumbfounded afresh

By my ignorance oft he simplest things.

 

 Borsisti Fulbright

Dove fu, nello Strand? Il cartellone

di un giornalaio, notizie in fotografia.

La notai, chissà perché.

Una foto dei borsisti Fulbright

di quell’anno. In Arrivo,

o arrivati. O solo alcuni.

C’eri anche tu? La studiai,

non troppo minuziosamente, chiedendomi

quali avrei forse conosciuto.

Ricordo quel pensiero. Non

il tuo viso. Senza dubbio mi fermai soprattutto

sulle ragazze. Forse ti notai.

Forse ti esaminai, sentendomi improbabile.

Mi colpirono i tuoi capelli lunghi, le onde morbide –

la ciocca alla Veronica Lake. Non quello che nascondeva.

Sembravano biondi. E il tuo sorriso,

il tuo esagerato sorriso americano

per i fotografi, i giudici, gli sconosciuti, gli intimidatori.

Poi dimenticai. E tuttavia ricordo

La foto: i borsisti Fulbright.

Coi bagagli? Sembra improbabile.

Che fossero arrivati in squadra? Camminavo,

col mal di piedi, sotto un sole cocente, cocenti i marciapiedi.

Fu allora che comprai una pesca? Così ricordo, almeno.

Da una bancarella vicino alla stazione di Charing Cross.

Era la prima pesca vera della mia vita.

Così squisita che quasi non ci credevo.

A venticinque anni, mi sbalordì di nuovo

la mia ignoranza delle cose più semplici.

 

(traduzione italiana a cura di Anna Ravano, Mondadori 1999)

Emerge il ricordo, quello più puro, il primo della raccolta. L’immagine di Sylvia in quella foto è sparita, ma la memoria di quella circostanza è viva. E Sylvia allora giunge nella mente del poeta attraverso un altro senso, il gusto: il sapore della pesca, lei è il Frutto. È l’autenticità del ricordo che spiazza, sorprende, di cui il tempo che è passato ha riempito l’importanza. Così Ted lascia che questo tempo dia una risposta al dolore, che contempla e ne fa poesia. E se questa poesia giunge da quella vita, allora non può che essere violenta. La Poesia che li ha uniti l’ha divisi, allora chi canta è il sopravvissuto, dice la sua verità, e noi lo vediamo calare la fune nell’abisso in cerca di un brandello di vita.

birthday-lettersTed Hughes è nato nello Yorkshire nel 1930, dall’84 è stato “Poet Laureate”. Dopo l’esordio con The Hawk in the Rain ha pubblicato numerose raccolte di poesia come The River e Tales from Ovid (dalle Metamorfosi di Ovidio). Birthday Letters, opera da cui è tratta questa poesia, è uscita con grande successo nel 1998 per Faber & Faber. Nello stesso anno vinse il W.H. Smith Literature Award e l’Eliot Prize for Poetry l’anno successivo.

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