#4dicembre: perché votare Sì al Referendum Costituzionale

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[Disclaimer: Siamo un blog generalista, un blog culturale. Non abbiamo mai voluto occuparci di politica in senso stretto, per quanto noi della redazione e i nostri collaboratori condividiamo idee e valori che non possono non trasparire da alcune delle cose che scriviamo. Il referendum del 4 dicembre ci coinvolge nel profondo, in quanto cittadini e in quanto persone che, con tutti i limiti del caso, offrono su questo blog uno spazio di crescita e dibattito. Ne parlavamo tra noi, dal vivo, e volevamo farlo anche qui con voi. Così abbiamo chiesto a due nostri amici, sostenitori l’uno del sì, l’altro del no, di argomentare le proprie posizioni. Ne sono risultati due articoli di grande spessore intellettuale (questa la nostra personalissima opinione), che speriamo possano risultarvi interessanti. Perciò a questo articolo, sulle ragioni del sì, seguirà il 30 novembre uno “speculare”, sul perché votare no. Buona lettura!]

di Giovanni Sposito | Dopo i passaggi più recenti di questo lungo ed estenuante percorso di campagna referendaria è forse comprensibile un po’ di scetticismo. A complicare il quadro saranno anche gli effetti della “democrazia del pubblico” descritti da Manin, secondo cui in un contesto di fisiologica metamorfosi il sistema rappresentativo non diverrebbe (o meglio, ridiventerebbe) altro che una faccenda di leader in rapporto diretto e immediato col cittadino-elettore. Ma se da un lato accettiamo i non pochissimi effetti positivi di una tale trasformazione, dall’altro non possiamo non renderci conto dell’inadeguatezza della deriva personalistica difronte alla complessità di una discussione che riguarda le regole del “gioco” istituzionale. Il Partito Democratico pare aver capito l’errore e prova a rimediare, trovandosi però disarmato rispetto ad un meccanismo difficile da disinnescare. È così che tutto si è trasformato in un giudizio definitivo e onnicomprensivo sulle politiche e sugli indirizzi del governo Renzi. Le due tifoserie sembrano aver occupato tutti gli spazi possibili e si finisce come quando durante la tempesta di un litigio non si ricordano nemmeno più le ragioni che si sono contrapposte. Proviamo così a fare un po’ di ordine.

Il testo della proposta di riforma sulla quale siamo chiamati ad esprimerci il prossimo 4 Dicembre riguarda principalmente il superamento del bicameralismo perfetto. La riforma costituzionale, pur risolvendo l’anomalia delle due Camere che svolgono le stesse funzioni, decide di non optare per il monocameralismo in favore dell’istituzione di un Senato delle autonomie, composto in prevalenza da consiglieri regionali e sindaci e privato del rapporto fiduciario con l’esecutivo. Così facendo si rafforza come non mai la partecipazione degli enti periferici alla definizione del quadro generale delle politiche pubbliche statali e comunitarie. E solo così si riuscirà a controbilanciare il necessario ripensamento in senso centralistico del vecchio meccanismo di ripartizione delle competenze. Inoltre, bisogna considerare che nessuna legge elettorale sarebbe in grado di garantire maggioranze omogenee in due Camere diverse. Con il mantenimento dello status quo risulterebbe gravemente compromessa l’aspirazione ad una “democrazia immediata”, che metta i cittadini in condizione di dare legittimazione diretta ad un Governo attraverso l’elezione dei parlamentari. In tempi di grandi coalizioni e astensioni a governi minoritari questa risposta risulta l’unica adeguata a risolvere l’attuale dialettica sistema-antisistema in uno schema che progressivamente ci riporterebbe al naturale confronto tra due proposte di governo, una di centrosinistra e l’altra di centrodestra.

Non era forse questa l’intenzione originaria del giovane e ambizioso progetto democratico? Non è forse questa la promessa tradita della stagione post-tangentopoli che ci lasciamo alle spalle?

referendum-costituzionale-testoE non è forse questo il punto nodale intorno al quale si condensano le critiche più feroci? Quello della legittimazione popolare del potere esecutivo è argomento utilizzato dalla maggior parte delle forze di opposizione per contestare la debolezza dell’attuale esecutivo. Paradossalmente questa riforma risponderebbe in maniera adeguata anche a questo tipo di esigenze.

Mi risulta un po’ strambo il punto di vista di chi sostiene la tesi del combinato disposto, che contiene in sé la richiesta di revisione dell’attuale legge elettorale per evitare i rischi di possibili derive autoritarie o addirittura oligarchiche. Fermo restando che è l’assenza di vincitori e vinti, l’irresponsabilità diffusa di un sistema che non conosce vera competizione, a determinare di fatto un’oligarchia, intesa come indebita e prolungata concentrazione di poteri al vertice, va specificato che una legge elettorale dipende esclusivamente dalla volontà di una maggioranza parlamentare che momentaneamente si raccoglie intorno ad una proposta e ne stabilisce princípi e criteri. Sostenendo questa tesi si fa passare l’idea che lo stato di salute della democrazia in questo paese può dipendere dall’esito di una tornata elettorale.

Abbiamo accennato poco prima al meccanismo di ripartizione. Le novità, che per motivi di spazio evito di elencare, impongono un ulteriore approfondimento in merito al tema della regionalizzazione del Senato: pur rimettendo in discussione il precedente assetto delle competenze legislative contenute nel Titolo V della Costituzione, con l’eliminazione delle competenze concorrenti a favore di un ampliamento di quelle esclusive statali, è risultato tuttavia indispensabile salvaguardare un certo grado di sovrapposizione. Chi lamenta un’eccessiva confusione riguardo ai contenuti dell’art.70 finge di non sapere che in questo caso più dettagli significano minori incertezze e minori rischi di conflitti di attribuzione. Non sempre la brevità è sinonimo di semplicità.

Molti sono i contrappesi immaginati per dare equilibrio ad un assetto che sposterebbe la propria tensione verso il polo della governabilità, a partire dall’abbassamento del quorum per i referendum abrogativi fino ad arrivare all’istituzione di quelli propositivi, dalle nuove e più ampie maggioranze necessarie per l’elezione del Capo dello Stato all’obbligo di discussione delle proposte di legge d’iniziativa popolare, dalla limitazione drastica della possibilità di ricorso alla decretazione d’urgenza fino al parere preventivo della Consulta sulle leggi riguardanti il sistema elettorale.

L’intero progetto di riforma ruota attorno alla avvertita necessità di opporre un possibile modello di democrazia competitiva alla vecchia democrazia consociativa. Proprio per questo sarebbe addirittura più ragionevole l’ipotesi di nuove elezioni con la vittoria del SÌ, piuttosto che quella delle dimissioni dopo la sconfitta. La nuova Carta mette in discussione una certa idea di rappresentanza, che è proprio quella che ha prodotto gli attuali equilibri.

Questo nuovo modello, che predilige con tutta evidenza l’esigenza di governabilità rispetto a quella della rappresentatività, si giustifica attraverso il ricorso a due ragioni principali. La prima riguarda il superamento di un sistema all’epoca tarato sulla base dei criteri della reciproca diffidenza tra partiti e della paura di un ritorno a forme più o meno svelate di autoritarismo. Ai tempi dell’Assemblea Costituente le criticità che interessavano il quadro delle relazioni internazionali bastavano da sole a supportare questo schema. La seconda ragione sembra quasi derivare dalla qualità dei cambiamenti che sono nel frattempo intervenuti. È il tempo della più volte denunciata lentezza del processo evolutivo delle istituzioni comunitarie, della debolezza della politica rispetto alle bulimiche esigenze del mercato e delle forze populiste che sfruttano furbescamente gli eterogenei e inconciliabili segmenti del dissenso. In un contesto del genere, una riforma che produce significativi passi in avanti rispetto a stabilità degli esecutivi e coerenza delle politiche pubbliche mi pare tutt’altro che pericolosa.

Se la discussione fosse esclusivamente di merito, l’esito risulterebbe di sicuro più prevedibile. Questo perché la riforma, in molti punti, risulta la sintesi di decenni dedicati alla discussione sul funzionamento delle nostre istituzioni democratiche. Ma questo non è, anche e soprattutto perché un referendum può divenire lo strumento attraverso il quale manifestare un disagio rispetto agli effetti della grande crisi che stiamo vivendo.

Il 4 Dicembre non potrò che votare SÌ, perché più che mai è opportuno reagire alla crisi manifestando una grande volontà di cambiamento. L’unica meta è il miglioramento dei meccanismi di funzionamento della nostra democrazia parlamentare, per meglio valorizzare il grande patrimonio dei diritti e delle libertà riconosciuto e tutelato dalla nostra Carta costituzionale.

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