Bologna: cosa ci racconta il caso della protesta dei tornelli alla biblioteca universitaria 36

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di Valerio De Rosa | In questa sede è relativo stabilire se le ragioni del Collettivo Universitario Autonomo bolognese siano legittime, né se tali motivazioni legittime siano state o meno tradotte in azioni corrette ed efficaci. Né valutare se e quanto l’installazione di tornelli alla biblioteca Unibo di via Zamboni 36 possa fungere da deterrente verso accadimenti come la ragazza rinvenutavi in lacrime e sotto shock con i pantaloni macchiati di sperma o l’impiego di siringhe all’interno dei bagni della struttura.

Piuttosto, è interessante focalizzare l’attenzione sulle reazioni dell’opinione pubblica, soprattutto di quella direttamente interessata dalla questione.

Dell’increscioso episodio bolognese difatti non colpisce, o meglio, non stupisce più di tanto la violenza repressiva dei celerini né la valenza simbolica dello “scenario di guerra” (i libri, per definizione, sono antitetici ai manganelli), né tantomeno la derubricazione mediatica di quanto accaduto nell’ambito dell’oramai trita e ritrita dicotomia da trenino dei canali allnews “scontri” (o “tensioni”, con un approccio più soft) polizia vs antagonisti”, a cui di solito si aggiunge soltanto l’indicazione geografica del teatro dell’accaduto (dalla Valsusa a Niscemi, in Sicilia, che sia per il diritto allo studio, per quello alla salute ed al lavoro piuttosto che per opporsi all’edificazione dell’ecomostro di turno, secondo una strategia consolidata di comunicazione che rende lo scontro in sé “la notizia”, oscurando o comunque mettendo in secondo piano le ragioni, condivisibili o meno che siano, che sottendono le conflittualità sparse a vario titolo a macchia di leopardo sull’italico suolo).

Colpisce la reazione dei “non militanti”.

Colpiscono le oltre 7500 firme raccolte da una petizione online in cui si invitano studenti e studentesse a prendere apertamente ed in prima persona le distanze dalle azioni del Cua.

Colpisce l’attenzione nel giudizio dell’effetto, piuttosto che della causa.

In questo contesto, il sentimento diffuso di sfiducia generale nei confronti della possibilità concreta di avere voce in capitolo nel cambiare lo status quo, sfocia non più nel tradizionale disimpegno politico bensì in una presa di (in)coscienza stile #notinmyname alla rovescia: dalla dissociazione morale nei confronti dei soprusi perpetuati dai propri rappresentanti istituzionali si passa alla delegittimazione del concetto stesso di protesta in sé, o meglio della metempirica categoria dei “manifestanti”, percepiti come una specie di neocasta di “privilegiati” i quali possono permettersi, in un’accezione drammaticamente sempre più comune, il lusso di protestare piuttosto che rimboccarsi le maniche per migliorare autonomamente, secondo il principio “aiutati, che né Dio né chi per esso lo farà per te“, la propria condizione di vita e gettare le basi per realizzarsi. Qualsiasi altra forma di rivendicazione non solo non attecchisce più empaticamente, ma addirittura viene messa all’indice, dividendo ad esempio nel caso specifico gli studenti in cattivi (quelli che vengono all’Università per fare casino) e buoni (quelli che fanno mille sacrifici per permettersi di studiare e dunque vogliono solo concentrarsi su quello e sulla rimozione di ogni ostacolo frapposto dinanzi a sé nel compimento del proprio percorso accademico).

Il dissenso non è dunque più sanzionato solo dall’autorità ma subisce una sanzione sociale perpetuata proprio da quella classe di riferimento che rivendicazioni come quelle degli universitari autonomi bolognesi si propongono di intercettare, in un ambiente, quello studentesco, in cui sovente nel concetto classico di scontro di classe i ruoli si miscelano fin quasi a capovolgersi, fra figli di un ceto medio-alto che tendono a conservare la loro posizione potenziale di dirigenti del domani (ed anche a lagnarsi che gli venga a monte minata la strada per la scalata sociale) e figli di un ceto medio-basso non disposti a concedersi, in un percorso già alquanto in salita di suo, “distrazioni” quali la rivendicazione del diritto allo studio, di un lavoro adeguatamente salariato… precondizioni a cui chi proviene da un contesto socioeconomico fondato sulla precarietà ha già rinunciato a monte, concentrando dunque tutte le proprie energie sulla massimizzazione dei propri sforzi nei termini declinati dall’imperante ideologia della produttività: in ambito accademico, ricerca spasmodica del miglior risultato possibile in termini di punteggi agli esami e di conseguimento del maggior numero di certificazioni possibili volte ad un accesso quanto più agevolato possibile al mondo del lavoro. Di questo percorso ad ostacoli verso la propria realizzazione, i tornelli rappresentano la manifestazione fenomenica.

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Trattiamo di una generazione, dunque, che si dimostra e ci tiene a volersi dimostrare adeguatamente preparata ad affrontare la subordinazione impiegatizia, una generazione in totale distacco da tutte le precedenti permeata da nessuna forma di ribellione, nessun sussulto, solo la presa d’atto di una resa incondizionata davanti all’esercizio del potere. Semmai, clamorosamente, una generazione al cui interno emerge l’impulso di rivendicare il solo diritto a poter chinare il capo ed a ringraziare le varie entità, fisiche e metafisiche, che ci consentono di accedere a “privilegi” come iscriversi ad un ateneo, per quanto le modalità di accedervi siano sempre più restrittive, percepire un salario, per quanto basso possa essere, finanche votare il vincitore di Sanremo.

Proprio a tal proposito, non è casuale che in concomitanza con le botte da orbi di Bologna abbiamo assistito al contraltare mediatico della vergognosa glorificazione delle gesta dello “Stakanov de noantri”, l’impiegato pubblico presentato da Carlo Conti e Maria De Filippi (mentre in Parlamento si rivedeva il Decreto Madia sulle Pubbliche Amministrazioni) alla stregua di una star, fra un Robbie Williams ed un Keanu Reeves, il cui vanto è aver accumulato oltre 200 giorni di ferie non godute (239, per la precisione). Peccato che nessuno dal palco dell’Ariston abbia sentito l’esigenza di puntualizzare che si trattasse della poco empatica figura di un superdirigente del Comune di Catania che viaggia a 6000 euro al mese in giro fra convegni, seminari e consigli di amministrazione. Insomma, non certo un grigio burocrate incollato giornate intere alla sedia del proprio ufficio!

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Il messaggio veicolato in eurovisione è tutt’altro che subliminale: se le cose non vanno in questo Paese è colpa di chi non lavora e non fa l’amore, di chi si lamenta molto e produce e si sacrifica poco. Il tutto facendo gioco sulla stigmatizzazione di una figura, quella del dipendente pubblico, in cui ancestralmente è difficile immedesimarsi. Una figura la cui eccedenza di diritti acquisiti è percepita come un’indiretta causa dell’assenza di propri da parte delle categorie disagiate.

Il senso di rabbia comune si mutua dunque alla stregua di una sorta di anticastismo piramidale nel quale, senza diaframmi intermedi, si punta il bersaglio su un vertice immateriale (“l’establishment”, “i poteri forti”, figure senza nomi e cognomi né soggettività giuridiche) che, in quanto tale, risulta impossibile da colpire, e su di una base materiale costituita da uomini e donne in carne ed ossa verso i quali ci si sente in competizione, un perverso effetto domino che colpisce lavoratore fisso vs precario, precario vs immigrato, in quella che si traduce come un conflitto interclasse fra diseredati che percepiscono come “casta” tutti gli individui che godono di un diritto o di una possibilità in più. In soldoni, una guerra fra poveri 2.0 in cui il meccanismo della percezione (di sè e del mondo circostante) assume un ruolo chiave. L’atomizzazione di classe è così possibile nella misura in cui, più che a pensare di rinverdire la propria, si tende a voler decolorare l’erba del vicino.

In buona sostanza, tutto ciò spiega come uno degli esecutivi, quello Gentiloni, meno popolari della storia della Repubblica possa permettersi senza colpo ferire il lusso di impiegare tecniche repressive degne del Governo Tambroni, finanche violando la sacralità, accennata nell’introduzione, di un luogo emblematico quale una biblioteca universitaria, sede dello sviluppo e del progresso umano per antonomasia.

La considerazione, a riguardo, che le strutture pubbliche volte alla formazione dell’individuo a 360 gradi (sociale e culturale, quindi umana) abbiano progressivamente mutato la propria ragione sociale nella formazione della figura dell’homo faber, meriterebbe una lunga riflessione a parte. Preme piuttosto osservare quanto al momento fra l’homo novus di marxiana memoria e l’homo homini lupus di Hobbes prevalga quest’ultimo: un individuo in perenne conflitto di sopravvivenza coi propri simili che aspira ad affidare con delega la risoluzione dei propri problemi ad un superuomo Nietzscheano, una coazione a ripetere la proposizione di uno schema che la Storia ancora non è stata in grado di insegnarci a diffidare. Si badi bene, ciò che perplime e spaventa non è il possibile avvento sulla scena politica di un novello Trump anche nel Belpaese, bensì l’humus culturale che ne accompagnerebbe l’ascesa. La madre del 16enne morto suicida perché colto al Liceo con 10 grammi di hashish nell’ambito di un blitz delle Fiamme Gialle che a reti unificate assolve la GdF anzi la ringrazia per il lavoro svolto, sottolineando di aver sollecitato lei stessa l’intervento della forza pubblica, rappresenta una cartina tornasole del mutamento del vento. I tempi, purtroppo, paiono già maturi…

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