Neon Genesis Evangelion: la vita come un cielo azzurro/2

Evangelion-spin-off

I personaggi di Eva

di Federico Papa | Ci siamo lasciati facendo accenno ai riferimenti culturali presenti in Neon Genesis Evangelion. Vari sono quelli alla filosofia occidentale, al cristianesimo, all’ebraismo, alla cabala ebraica (la branca più esoterica e mistica dell’ebraismo) e agli apocrifi dell’Antico Testamento: il dilemma del porcospino, di cui si parla apertamente in uno dei primi episodi, e che è affrontato da Schopenhauer; il complesso di Edipo e la destrudo, di cui parla Freud; la Lancia di Longinus usata dall’Eva 00, che riporta alla lancia con cui, secondo la tradizione cristiana, il centurione romano Longino avrebbe trafitto il costato di Cristo dopo la crocifissione per accertarne la morte; il titolo del sedicesimo episodio della serie, Malattia mortale e poi…, che cita La malattia mortale, un’opera di Kierkegaard; i tre supercomputer della NERV, cioè Melchior, Balthasar e Casper, che richiamano i tre saggi venuti dall’Est, i re Magi, i quali, secondo il Nuovo Testamento, adorarono Gesù dopo un lungo viaggio dalla Persia, per giungere a Gerusalemme; gli stessi Evangelion, la cui abbreviazione, Eva, rimanda alla prima donna, compagna di Adamo, (come nella Bibbia Eva nacque dalla costola di Adamo, così nella serie gli Eva derivano dal primo Angelo, Adam); o anche i nemici della serie, gli Angeli, che in molti casi richiamano quelli biblici o quelli descritti negli apocrifi dell’Antico Testamento, e molti altri riferimenti ancora.

Alle varie battaglie con gli Angeli si inframmezzano i test e le ricerche all’interno della NERV (luogo di complessi dialoghi a tema scientifico), le segrete macchinazioni dei piani alti della stessa NERV, e la vita quotidiana dei piloti, che vivono ognuno in modi diversi il loro essere piloti di Evangelion, e le conseguenze che questo comporta.

A partire da circa metà serie, Eva cambia volto, focalizzandosi molto sull’introspezione psicologica dei vari personaggi (sebbene ce ne fossero stati alcuni lievi accenni anche prima), soprattutto del protagonista Shinji Ikari, lasciando in secondo piano i risvolti “terreni”, fino al culmine degli episodi 25 e 26. Da qui in poi i personaggi, e il contesto in cui agiscono, sembrano diventare un mero pretesto per analizzare i rapporti umani e la psiche umana, rendendo, di fatto, Evangelion un trattato sociologico e psicologico più che un cartone animato volto all’intrattenimento tout court.

Le pretese psicanalitiche della serie furono forse allora una delle più grandi novità per il pubblico giapponese, abituato a vedere degli eroi alla guida dei loro robottoni, come Actarus (UFO robot Goldrake) o Hiroshi Shiba (Jeeg robot d’acciaio), che erano, sì, umani, e a volte presi da dubbi o rimorsi, ma erano comunque eroi e la loro caratterizzazione era volta a enfatizzarne gli stati d’animo, non ad analizzarli.

Eva è un percorso di crescita. La crescita di Shinji Ikari. Una crescita che lo porterà, nel finale, a capire di poter esistere. Tale è il Progetto per il perfezionamento dell’uomo tanto decantato nella serie, e tale è il messaggio di speranza di Hideaki Anno.

Shinji, come d’altronde quasi tutto il cast dei personaggi, non è altro che la rappresentazione dell’uomo moderno, fragile e in balia di se stesso. Tuttavia, Anno ha sviluppato la serie e i personaggi in modo da non darne una singola lettura, cosicché ognuno possa dare l’interpretazione che più ritiene veritiera.

Da molti associato alla figura dell’otaku (appassionati di fumetti, cartoni animati, videogiochi, che vivono nel loro mondo e hanno una scarsa vita sociale), Shinji è un antieroe chiuso in se stesso e nelle sue paure; sebbene quasi tutti personaggi rispecchino ognuno un particolare lato della personalità di Anno, Shinji è in effetti il vero alter-ego dell’autore, il quale, dopo essere uscito dalla depressione e dalla vita di otaku che lo stavano affliggendo, è riuscito a criticare e sublimare se stesso (e, di rimando, chi, come lui, viveva o aveva vissuto quel particolare stile di vita) attraverso un ragazzo di 14 anni, quando di anni ne aveva ben 35.

Evangelion può essere considerato una tragedia, nel senso classico del termine, per via della sua funzione catartica. Anno crea la sua storia guardandola da punti di vista differenti, e cioè i personaggi, nei quali lo spettatore può identificarsi, sentendosi sempre più coinvolto nella “rappresentazione”; vedendo rappresentate sulle scena le sue stesse passioni, chi guarda si sente più “leggero”, si purifica, proprio come se assistesse a una tragedia. Ed è proprio questo che rende la serie unica nel suo genere: chi vive le stesse paure e le stesse ansie dei personaggi sullo schermo non avrà difficoltà a sviluppare con loro un forte legame di empatia. D’altronde, il pubblico al quale Anno si rivolge è soprattutto quello degli otaku che, per emozionarsi ed essere portati a riflettere, dovevano potersi rivedere nei personaggi della serie, e in particolare nel protagonista. Questa funzione di catarsi è svolta in particolare dai due episodi finali.

[Attenzione, da qui in poi contiene spoiler, ndr]

Gli episodi 25 e 26 abbandonano del tutto la parte “terrena” della storia, che ancora proseguiva fino all’episodio 24, e devono o possono immaginarsi come un viaggio nella mente di Shinji. Assurgendo a protagonista d’eccellenza e metro di giudizio del reale, egli realizza di poter esistere, in un finale dall’alta componente emozionale che lascia agli spettatori il seguito della storia, perché da quel momento in poi toccherà a loro scriverla. Animazioni sperimentali e musiche straordinariamente evocative accompagnano flussi di coscienza che potrebbero essere assimilati a un vero trip mentale; eppure, tutto risulta funzionale a indurre lo spettatore alla riflessione su un messaggio sostanzialmente semplice, ma veicolato da elaborazioni esistenziali complesse, che servono soltanto a “guardare” questo messaggio da più punti di vista.

Nel finale dell’ultimo episodio, Shinji si trova da solo in una stanza vuota, seduto su una sedia. Fanno qui la loro comparsa le proiezioni che il protagonista ha dei vari personaggi della serie, i quali cercano di fargli capire che, per quanto la vita sia dolorosa, è inutile scappare da essa, perché fuggendo si sarà comunque infelici. Il protagonista a quel punto si rende conto che vivere per lui è possibile, e la scena si sposta in un cielo azzurro, con tutto il cast dei personaggi che circonda e applaude Shinji, congratulandosi con lui. A questo punto il ragazzo, speranzoso, sorride e ringrazia tutti.

Evangelion sembra essere dunque un inno alla vita, rappresentata dal cielo azzurro. La stanza vuota nella quale si trova Shinji non è altro che la metafora del microcosmo in cui agisce l’otaku, e cioè il suo mondo, chiuso all’esterno e che lo relega alla solitudine e all’infelicità. Ѐ questo che Anno ha vissuto, ed è questo che ha deciso di mostrare, con la speranza che gli spettatori, come Shinji, comprendessero il valore della vita e l’importanza del relazionarsi con le altre persone. Così non fu, dal momento che critiche e minacce di morte all’autore portarono alla realizzazione nel 1997 del film The End of Evangelion, che si pone in alternativa agli episodi 25 e 26 e porta a conclusione la parte “mondana” della serie, lasciata in sospeso dall’episodio 24.

In ogni caso, il finale della serie ha raggiunto vette artistiche insuperate e, per chi scrive, mai è esistito finale più liberatorio di questo. Con esso Anno ci sta dicendo di uscire dal nostro guscio e di non privarci di quel cielo azzurro che è la vita, perché, per quanto imperfetta essa sia, ogni vita è degna di essere vissuta.

eva episodio 25 scena finale

Shinji, attorniato dai personaggi della serie che, nel finale, si congratulano con lui.

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