Le Cime Tempestose di Emily Brontë: la scrittura come mezzo di trasmigrazione

di Valentina Pagano| La letteratura racchiude in sé una forza estremamente affascinante che corrisponde al potere dell’estraniazione. C’è un fil rouge che crea una connessione tra chi fa letteratura e chi legge: la possibilità di creare e vivere in nuovi mondi, realtà parallele che si discostano dalla vita fenomenica.

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Copertina della prima edizione originale del 1847

Mi piace pensare alla scrittura come ad un pezzo di argilla informe, che mediante le mani sapienti dell’artigiano può calarsi in diverse forme, assumendo ogni volta una nuova identità con le sue corrispettive funzioni. Così la letteratura viene modellata dallo scrittore, il quale ha la facoltà di donarle dei connotati e uno scopo: si scrive, infatti, per far conoscere le proprie idee, per raccontare di sé, per sfoggiare determinate capacità retoriche, per creare un varco di evasione.

Chi ha fatto uso della scrittura come zattera a bordo della quale poter solcare il mare dell’immaginazione, osservando da lontano la staticità di un porto che corrisponde alla propria esistenza è di certo la scrittrice Emily Brontë, un pilastro della letteratura inglese dell’Ottocento, nota ai più come l’autrice di Cime Tempestose, un romanzo cult che non può mancare nella biblioteca di chi trae piacere dalla lettura di romanzi dallo stampo tipicamente borghese.

Emily si serve delle sue opere per farsi attraversare da quelle emozioni di cui la sua vita era manchevole, un’esistenza in cui la scrittrice attribuiva alla morte un senso di estrema familiarità; a riguardo Nadia Fusini, una delle più importanti studiose della Brontë, in Charlotte, Emily o della privazione (contributo contenuto nell’opera di più ampio respiro Nomi. Il suono della vita di Blixen, Dickinson, Woolf, Stein, Brontë, Shelley e Yourcenaur, Feltrinelli Editore, Milano 1986) ci dice:

“La morte non minaccia Emily in nulla. C’è sempre stato, a battere il ritmo della giornata, il rintocco delle campane nella casa-parrocchiale che affaccia sul cimitero; si che per Emily si sono confusi i suoni della vita e della morte, i loro tempi”.

Nata nel selvaggio Yorkshire, figlia di un pastore anglicano, educata secondo rigidi dettami, ella fu affetta da una sorta di “pigrizia fatale”, volendo citare ancora le parole della Fusini, che aveva così definito la tendenza della scrittrice a porsi da spectator piuttosto che da agens nei confronti della sua stessa esistenza; una vita che sin dalla tenera età le aveva imposto il contatto con la morte, la quale, precocemente, le aveva strappato via molti affetti a lei cari.

Questi i presupposti che hanno condotto la ragazza, schiva e poco dedita alla vita mondana, a ricercare nei luoghi dell’immaginazione il mezzo per trascendere le zone della brughiera

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Ritratto di Emily Brontë realizzato dal fratello Branwell nel 1833 circa

Cime Tempestose è così identificabile come il romanzo dei forti sentimenti: al suo interno ogni emozione è estremizzata, condotta all’eccesso, sicché, come sul palcoscenico di un noto teatro, la Brontë porta in scena sulle sue pagine bianche una storia di amore e di vendetta, di passione e di rabbia che renderà un lontano miraggio la speranza di un happy ending. La scrittrice ci permette di entrare, in punta di piedi, nella vita esteriore ed interiore di ogni singolo personaggio, imparando a conoscere l’irascibilità di Heatchliff e l’indecisione di Catherine, la fragilità di Hindley e l’ingenuità di Isabella: si finisce, irrimediabilmente, per legarsi nell’intimo a queste figure, le cui vite, intrecciandosi, costituiscono la trama del racconto.

Emily aveva deciso di regalare ai lettori del suo tempo una descrizione nuda e cruda della realtà, abbandonando il ricorso a filtri e mediazioni, descrivendo candidamente ogni sorta di pulsione umana, senza lasciare spazio a fraintendimenti; sicché anche il Male, che si svela tra le righe del libro, appare forse nella sua forma perfetta; ella aveva voluto lasciare ai posteri il racconto di un sentimento che supera le barriere spazio-temporali e che si traduce non tanto nell’incontro tra due entità corporali, quanto in quello tra due anime.

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Fermo immagine di una scena tratta da una miniserie televisiva Rai, andata in onda nel 2004 e ispirata al capolavoro della Brontë – con protagonisti Alessio Boni e Anita Caprioli, rispettivamente nei panni di Heatchliff e Catherine –  che prende il titolo dall’omonimo romanzo.

Se le circostanze avevano condotto l’autrice ad essere protagonista di una vita piatta e monotona, ella si ritrovò ad investire la propria scrittura di un ruolo salvifico: essa era stata la sua oasi personale nel deserto della propria esistenza.

A tal proposito, la mia mente non può far a meno di correre ad un noto topos letterario di origine lucreziana, ripreso in più occasioni da alcuni scrittori del Cinquecento, tra i quali il Tasso: la similitudine che associa la poesia e, in generale, la letteratura, a quei “soavi licor” di cui sono ricoperti gli orli del bicchiere, contenente l’amara medicina, che sarà data all’egro fanciul allo scopo di addolcire, con l’inganno, quel tedioso momento:

“Così a l’egro fanciul porgiamo aspersi / di soavi licor gli orli del vaso: / succhi amari ingannato intanto ei beve / e da l’inganno sua vita riceve”

(Gerusalemme Liberata I, 3, vv. 21-24)

Ci si accorge, infine, di come la visione della scrittura in quanto atto di trasmigrazione in una dimensione più felice e come strumento per trascendere il reale oltrepassando taluni confini, abbia attraversato a mo’ di costante ciascuna epoca letteraria, fissandosi come una certezza nel pensiero collettivo e assumendo le sembianze di un vero e proprio topos letterario, che ritroviamo declinato non solo tra le pieghe dei romanzi brontiani ma anche tra le sudate carte del poeta degli Idilli. Giacomo Leopardi, consapevole di non poter scorgere il piacere infinito nella realtà, si ritrovò a doverlo ricercare nell’immaginazione, fonte di speranza e illusioni.

Nella ricerca del piacere, la poesia fu chiamata a giocare un ruolo importante: evocare, attraverso versi dolci e musicali, paesaggi incantati, momenti di vita felice, scene serene e luminose, percezioni vaghe e indefinite dove l’uomo poteva costruire il proprio rifugio da una realtà terrena fonte di tristezza ed insoddisfazione. Ogni ulteriore parola sarebbe superflua dinanzi agli endecasillabi sciolti che compongono uno dei più bei testi della poetica leopardiana e che racchiudono in sé il sopracitato topos della poesia come luogo di evasione:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo mare

(L’Infinito, pubblicato nel 1819 e raccolto negli Idilli, 1826)

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