Moris aversani: il Vicoletto delle Vergini, una questione di genere?

di Valentina Pagano | Tra i vicoli stretti di quella che è la prima contea normanna fondata in Italia nel 1022, patria del musicista e compositore Domenico Cimarosa, si intrecciano le fila sottili di usi e costumi storici che danno luogo ad una trama tanto intricata da celare in sé profondi questioni moderniste.

Aversa, elevata a città con un decreto del Presidente della Repubblica del 1990, è conosciuta come La patria delle Cento chiese, in virtù delle sue innumerevoli opere architettoniche di proprietà della diocesi, all’interno delle quali un fervente cattolico e un miscredente appassionato d’arte possono condividere lo stesso stupore dinanzi ai capolavori di importanti artisti come Guido da Siena o Pietro da Cortona (solo per citare alcuni nomi).

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Ma questo comune, il secondo più popolato della provincia di Caserta, nasconde tra le pieghe del suo antichissimo centro urbano le lacrime, le speranze, i sogni di uomini e donne a cui la vita ha tolto prima ancora di donare: sono i figli della Rota, bambini abbandonati in una bussola girevole di legno posizionata sull’asse viario principale che corrisponde all’odierna via Roma, e affidati alle cure di balie stipendiate dalla Real Casa dell’Annunziata, complesso aversano nato come centro di assistenza per i più sfortunati.

IMG_20180116_104728Una volta entrati nel microcosmo della Rota degli Esposti, gli orfanelli iniziavano un percorso di consolidamento della propria identità che andava dall’attribuzione di un cognome, spesso frutto della fantasia delle nutrici che potevano prendere ispirazione da un particolare fisico del nascituro, sino ad arrivare all’inquadramento in scuole di avviamento. Ed è da questo punto che prende il via la questione di genere, con una divisione dei maschi dalle femmine che avveniva già in ambito didattico e che avrebbe segnato per sempre la loro disparità: mentre agli uni erano impartite lezioni di natura pratica, volte ad insegnare loro i mestieri all’epoca più richiesti, alle altre spettava il compito di imparare le arti femminili come il ricamo, la cucina e così via. Quest’ultime erano di certo attività istruttive ma effettivamente poco utili per il raggiungimento di un’indipendenza e di un proprio posto nel mondo che non dovesse essere sorretto da una figura maschile. La Rota formava gli uomini e le mogli, ma non le donne.

I maschi restavano nella struttura fino al diciottesimo anno di età, mentre le femmine sino ai ventuno anni. Quando il loro bozzolo si rompeva, esse andavano alla ricerca di un nuovo nido dove trovare protezione, in una società che non accettava le donne lavoratrici o le attuali single. Così il matrimonio costituiva il loro fine ultimo, uno scopo di vita verso il quale L’Annunziata le indirizzava con la loro partecipazione alla pratica del Maritaggio: ogni anno, il 25 di Marzo, nel giorno di Sant’Annunziata, le giovani erano condotte in una viuzza – la quale sfocia su una delle strade principali della città, oggi costeggiata da boutiques e bar – Il Vicoletto delle Vergini[1], così chiamato perché “palcoscenico” di una pratica che assumeva i tratti di una vera e propria rappresentazione teatrale: le Vergini dell’Annunziata, allineate in una fila ordinata, erano “esposte” per la seconda volta nella loro vita ad una grazia umana e non divina ai loro pretendenti, anch’essi in riga; ciascuno portava con sé un fazzoletto bianco ed era pronto a scegliere la propria sposa: quando questo pezzo di stoffa veniva lasciato cadere dinanzi ad una fanciulla, ella era la prescelta.

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E qui la questione di genere assume un carattere quasi paradossale: la vergine non era obbligata a raccogliere il fazzoletto, gesto che corrispondeva all’accettazione della proposta di matrimonio, conservando quindi un minimo spazio di libertà, seppur limitato; ma a causa di una formazione educativa che l’aveva resa una donna oggetto anziché soggetto ella si ritrovava a non poter beneficiare di quella possibilità di scelta e a dover mettere la propria vita nelle mani dell’uomo che aveva posato lo sguardo su di lei. Occhi che non sempre appartenevano a ragazzi dalle sincere intenzioni: dal momento che l’Annunziata provvedeva ad affidare alle sue protette una dote in pecunia o in corredo, spesso le fanciulle si ritrovavano coinvolte in matrimoni con ladri, nullatenenti e profittatori che le riducevano alla servitù o le costringevano alla prostituzione.

L’antica distinzione di genere tra la praticità maschile e la teoricità femminile costituiva uno svantaggio per le donne in virtù della loro esclusione dal mondo delle arti e dei mestieri, il cui esercizio donava un’effettiva autonomia; ciò segnava l’intera esistenza di ragazze che avevano avuto la “sfortuna” di essere nate Claudia, Vincenza, Giovanna, Maria e non Claudio, Vincenzo, Giovanni, Mario.

[1] Per ulteriori approfondimenti sull’argomento, suggerisco di visitare il Museo della Rota degli Esposti, Via Roma 25, 81031, Aversa (CE). È possibile inoltre seguire le attività del Museo attraverso la pagina Facebook all’indirizzo http://www.facebook.com/Museo-della-Rota-degli-Espositi-272471686296367/.

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