Ehi Google, parli italiano?

Google_Assistant_ita

Gli assistenti vocali sono entrati nella vita di tutti i giorni: si occupano dei nostri impegni e delle nostre chiamate, ci leggono le notizie, possono scrivere per noi documenti e messaggi. Quando interrogo il mio Google Assistant ottengo risultati sempre puntuali: «Ehi Google, ricordami di inviare una mail al prof nel pomeriggio», «Ok Google, manda un messaggio WhatsApp a mamma “sto tornando virgola butta la pasta”», «Ehi Google, definisci “esiziale”», «Ok Google, spegni la musica quando arrivo all’università». Quella degli assistenti è la vera svolta “smart” dei nostri dispositivi, molto più delle gesture e delle condivisioni rapide. Secondo una ricerca ben spiegata da AGI, entro il 2021 il 40% degli utenti preferirà utilizzare il proprio assistente vocale, piuttosto che andare in banca, cercare sui siti o utilizzare le app.[2]

La qualità degli assistenti – di cui i più famosi sono Google Assistant (Google), Siri (Apple), Cortana (Microsoft) e Alexa (Amazon) – dipende per lo più dalla tecnologia utilizzata per farli funzionare: IA, machine learning, data mining e altre novità che negli ultimi anni stanno rendendo il mondo dell’elettronica sempre più avvincente, incombente, utile. Assistant è diventato talmente funzionale che spesso passo dalla versione italiana a quella inglese, per vedere le nuove caratteristiche implementate e che saranno aggiunte più avanti nella “lingua del sì”: proprio durante uno di questi switch, mi sono chiesto quale fosse l’italiano degli assistenti vocali.

1467548513_Ok-GoogleGli assistenti, in particolare quello di Google, imparano con l’utilizzo, pertanto non basta tradurli parola per parola come si fa con gli altri programmi: per renderlo in italiano occorre utilizzarlo in italiano quanto il più possibile.Poiché ci sono meno parlanti italofoni che anglofoni, al mondo, allora si spiega perché gli aggiornamenti agli assistenti in italiano avvengono in un secondo momento rispetto a quelli in inglese (o in portoghese/spagnolo). La peculiarità di imparare tramite l’utilizzo comporta l’apprendimento non solo delle norme grammaticali della lingua, ma anche delle varianti parlate (e scritte) di chi poi utilizza questi software. L’esposizione alla massa di comunicanti italofoni, dunque, ha portato gli assistenti a comprendere anche le forme più dialettali dell’italiano. Se dico al mio assistente “voglio mangiare una pésca”, lui capisce comunque che mi sto riferendo al frutto pèsca, non allo sport.

Il professor Tavosanis ha scritto un articolo interessante su questo fenomeno.[1] Secondo l’autore, i sistemi di dettatura esistevano già nel 1997, ma solo oggi sono efficaci al punto da poter essere utilizzati. Nonostante questi software, come detto prima, preferiscano l’inglese, l’italiano resta comunque una lingua privilegiata, fra le prime ad essere “tradotte” (che è un termine improprio, per quanto detto in precedenza): anche se la nostra è solo ventunesima fra le lingue più parlate al mondo,[3] solo sette di quelle che ha davanti hanno un peso economico maggiore (cinese, spagnolo, portoghese, giapponese, tedesco, francese e, ovviamente, l’inglese).[4] Avere un peso economico maggiore significa che più persone sono in grado di comprare prodotti con le tecnologie necessarie per questi programmi e, dunque, di poterne usufruire (e farle migliorare).

Cattura

Tavosanis, a questo punto, cita un interessante studio condotto dall’Università di Pisa, secondo il quale software come il sistema di dettatura integrato di Google Docs — o Dragon NaturallySpeaking — hanno risultati prossimi al 100% nel riconoscimento del parlato; tuttavia questa soglia scende sotto il 50% durante i dialoghi: questo perché neanche noi esseri umani siamo in grado di decifrare al 100% un discorso e ci basiamo sul contesto per afferrarlo (ci torniamo più avanti). Per questo problema, tuttavia, lo stesso Tavosanis – e io con lui – è convinto che nei prossimi anni ci saranno notevoli balzi in avanti, un po’ per le misure drastiche utilizzate da alcune compagnie (Google avrebbe utilizzato le e-mail dei propri utenti per poter insegnare alla propria intelligenza artificiale a parlare come gli umani fanno normalmente), un po’ perché la tecnologia, in questo campo, va a passo spedito (si vedano i nuovi dispositivi smart come Google Home, Amazon Echo e simili).

L’articolo di Tavosanis, comunque, giudica come ancora inefficienti gli assistenti, ma solo nei mesi successivi alla sua pubblicazione è uscito Google Assistant, che è in grado di sostenere una conversazione utilizzando anche il soggetto sottinteso, ricordando il contesto:

Interlocutore: «Chi è Obama?»

Google Assistant: «Il 44° presidente degli Stati Uniti.»

I: «Quanto è alto?»

GA: «1,85 metri.»

I: «E quanti anni ha?»

GA: «56 anni.»

L’italiano degli assistenti vocali, dunque, non solo si attiene alle norme grammaticali, ma esprimerà anche la lingua che viene e verrà usata per dialogare con gli assistenti stessi. Si sovrapporrà, dunque, all’italiano normalizzato e scolastico, un italiano d’uso digitale, che non è solo quello delle nostre chat e delle nostre email, ma anche del nostro modo di chiedere e di parlare.

[1] Mirko Tavosanis, L’italiano degli assistenti vocali, «Treccani Magazine», URL: http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/scritto_e_parlato/Tavosanis.html (ultima consultazione: 23 gennaio 2018)

[2] Redazione, Fra tre anni useremo di più gli assistenti vocali che app e siti web. Una ricerca, «AGI», 2018, 13 gennaio, URL: https://www.agi.it/innovazione/amazon_alexa_siri_echo_capgemini-3367437/news/2018-01-13/ (ultima consultazione: 23 gennaio 2018)

[3] Si veda la tabella 3, la classifica di «Ethnologue»: https://www.ethnologue.com/statistics/size (ultima consultazione: 23 gennaio 2018)

[4] Si vedano queste classifiche su «Wikipedia»: https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_GDP_%28nominal%29 (ultima consultazione: 23 gennaio 2018)

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