Oltre le mura del Monte Cila: Piedimonte Matese tra arte, storia e cultura popolare

di Benedetta De Rosa | A volte non occorre andare lontano per imbattersi in piccoli pezzetti di paradiso. Del resto, il termine stesso deriva dal greco, παράδεισος, e il suo significato rimanda al concetto di “giardino”, parco. Al di là dell’accezione religiosa, bisognerebbe recuperare una connessione quanto più profonda con l’elemento naturale per ricavarne quel senso di serenità paradisiaca che troppo spesso crediamo sia nascosto chissà dove e sotto quale strana e impalpabile forma.

Magari era solo perso ai piedi di un monte qualsiasi di una provincia qualsiasi, lungo le scalinate ripide di una strada periferica, così per far camminare agevolmente gli asini, le pecore o far defluire l’acqua e, negli inverni più rigidi, la neve. La serenità che ho trovato nascosta nell’ospitalità di chi apre casa sua e ti accoglie pur non conoscendoti, offrendo fiero i sapori del proprio orto; dove il tempo appare scandito secondo ritmi più lenti o, forse, soltanto naturali. Nei sorrisi e nel tempo di chi mostra orgoglioso le bellezze della propria terra, consapevole che ad un occhio distratto certi dettagli, minimi ma indispensabili, si perderebbero nel complesso di una vista generale.

In un luogo pieno di storia come Piedimonte Matese, in quella zona della nostra provincia denominata “Alto Casertano”, ho trovato una parvenza di paradiso a portata di mano; ad un’ora da Caserta, verso il massiccio del Matese nell’Appennino Meridionale, Piedimonte costituisce il centro più popoloso di questa zona, l’anello di congiunzione tra pianura e montagna, sosta di scambio da sempre tra l’economia della pianura del Volturno e la montagna del Matese.

Grazie ad un’iniziativa della sezione campana dell’ANA, Associazione Nazionale Archeologi, in collaborazione con l’associazione locale Cuore Sannita, qualche settimana fa ho avuto modo di partecipare ad una passeggiata lungo un tratto delle mura megalitiche presso il monte Cila, visitare il museo civico e, dulcis in fundo, la meravigliosa cappella di San Biagio.

La passeggiata è stata organizzata sulla scia del fine settimana di festeggiamenti in onore di San Marcellino, il santo patrono della cittadina, e ad accoglierci è stato un centro vestito a festa con luminarie e addobbi. In concomitanza con la festa religiosa, il giorno precedente la nostra visita ha avuto luogo anche la sesta edizione della manifestazione Illuminarti, il cui tema annuale era quello della meraviglia. Organizzata dall’associazione Byblos, con il sostegno del comitato festeggiamenti e dei singoli cittadini, durante la sera della manifestazione il centro storico è stato invaso da artisti di strada, stand enogastronomici, mostre pittoriche e fotografiche, complessi musicali dai più svariati generi, con un occhio di attenzione per la tradizione lirica di cui Piedimonte va fiera, avendo dato i natali ai genitori del grande tenore Enrico Caruso.

Questo spirito di festa si percepiva ancora negli occhi delle nostre guide, i volontari dell’associazione Cuore Sannita e dell’associazione museale Am’arte, che senza scopo di lucro rendono possibile la fruibilità delle mura megalitiche e del Museo Civico Raffaele Marocco; cittadini “attivi” che con la caparbia e quell’incoscienza tipica di chi sa di fare la cosa giusta vanno avanti, compiendo piccoli ma significativi passi per quanto riguarda la tutela e la conoscenza delle meraviglie del loro territorio.

Mura megalitiche

Mura megalitiche

Partendo dall’alto, il nostro percorso inizia dal Monte Cila, una delle zone più importanti dell’Appennino meridionale, legato da sempre all’antica cittadina di Allifae, che precedette la città di età romana con un insediamento di epoca sannitica, di cui le cinte megalitiche sono l’espressione più maestosa. Qui, tra i tubi della condotta forzata dell’Enel che fanno da contrasto al contesto naturale, si stagliano tre cinte murarie, mantenutesi in buono stato, in quella che da sempre è stata una posizione strategica, tra la pianura campana ed il versante adriatico.

Si dicono megalitiche le opere murarie realizzate con grandi blocchi di pietra poligonale, per lo più ad incastro, senza l’utilizzo di calce o malta. Di origine antichissima, questa tipologia viene denominata anche ciclopica o pelasgica, secondo quella tradizione leggendaria che attribuisce la loro costruzione ai Ciclopi o popolazioni di Giganti.

Le mura di Piedimonte, seppur realizzate in calcare locale che ne rende difficile una datazione esatta, sono state grossolanamente attribuite al periodo che va tra il IV ed il V secolo a.C. anche grazie al materiale rinvenuto in zona. Terrecotte architettoniche, materiale votivo fittile e bronzeo (uno su tutti la statuetta del celebre corridore del Cila) una lastra di tufo nero recante un’iscrizione osca e gli altri materiali provenienti da quest’area farebbero pensare anche alla presenza di un’area sacra, probabilmente la più importante della zona alifana nel V sec. a.C. Nell’area più alta sorgono strutture costituite da mura di dimensioni ridotte, stradine, vicoli e ambienti che ricondurrebbero alla presenza di un’acropoli; identificata in passato con quello stesso luogo da cui nel 217 a.C. Fabio Massimo, generale romano, avrebbe controllato le mosse di Annibale, accampato nella piana di Alife.

Una vita ricca di storia per queste mura ora in eterna lotta con la vegetazione che ne pregiudica la visibilità e la stabilità stessa ma che, in passato, costituivano un elemento fondamentale per la difesa delle popolazioni italiche – soprattutto dei Sanniti Pentri, tribù che aveva in Bojano la propria capitale – popoli fieri di queste terre che prima di essere definitivamente sconfitti dai Romani durante la terza guerra sannitica (298-290 a.C.) vivevano lungo tali cinte fortificate a cui corrispondevano a valle distribuzioni di nuclei abitativi con settori produttivi; fattorie, abitazioni o capanne sparse, necropoli, collegamenti viari e santuari, a cui erano legate agricoltura e attività artigianali, lasciando al pascolo (attività peculiare della zona fino ai giorni nostri) la maggior parte del territorio.

Lasciandoci il monte alle spalle e proseguendo lungo le scalelle, i caratteristici gradini del XVIII secolo di collegamento tra via Cila e il borgo antico, giungiamo in largo San Domenico, presso cui si erige la costruzione del complesso di san Tommaso d’Aquino, sede dapprima del convento dei frati domenicani e ora del museo civico Raffaele Marrocco (MUCIRAMA). Il museo fu istituito in memoria del suo fondatore e primo direttore nel 1913 con la denominazione Museo Campano Sannita e Museo Alifano, stabilitosi successivamente con una collezione museale definitiva nella sua sede attuale dal 1927. La struttura originaria è composta da una chiesa e dall’edificio del convento, suddiviso in due piani con due chiostri a pianta quadrata: il maggiore e il minore. Continua a leggere

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Contro la definizione di cultura come elevatrice sociale

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Arte: divulga responsabilmente.

Tenendo fuori l’industria culturale dall’argomento che prendo in considerazione (ma solo perché ha meccanismi più complessi), mi sembra di notare che chi fa cultura (o chi semplicemente ne usufruisce) abbia un continuo bisogno di ergerla a purificatrice, facendoci credere, come in una pubblicità per dentifrici, che senza di questa non potremmo tenerci puliti. Il rischio non è rappresentato dalla pubblicità, una volta accettata, perché l’arte resta un prodotto, mentale, ma pur sempre un prodotto. La questione è che una cultura ostentata potrebbe danneggiare seriamente l’immagine della cultura stessa in tutti gli strati della società. Se questo discorso vale per il rapporto insegnante/alunno, di cui tanto si discute il metodo impregnato di tensione e forzatura, vale a mio avviso in qualsiasi contesto relazionale e comunicativo. I compiti a casa e il libro delle vacanze non funzionano, come non è del tutto vero che funzioni il metodo “Capitano, mio capitano!”. Tuttavia, una cultura improntata sull’hype non è la componente più problematica: considerare la vita di un individuo nella misura in cui regola la sua attività culturale può essere un modo semplicistico e fuorviante nell’approccio relazionale della vita quotidiana. La storia maestra ci ha insegnato che come la scrittura dei grandi russi, dell’esperienza di Werther e di Holden non ha mai avuto la pretesa di offrire un libretto di istruzioni universale, la lettura degli stessi non dovrebbe creare aspettative che sfocino nella conquista della verità dello stare al mondo. Detto questo, se da un lato gli esattori della cultura ci dicono quali sono i giusti libri e i giusti film da vedere senza i quali la nostra vita potrebbe perdere il vero senso, è necessario muovere le mie Verrine contro una passività dilagante, che può essere conseguenza diretta di tutto ciò, ma la cui assolutezza non può essere assecondata e legittimata. Tralasciando i consigli sinceri, la curiosità mi sembra ancora l’unico e sano modo di avvicinarsi a qualsiasi tipo di arte, senza che essa sia filtrata da castelli di necessità e dovere.

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