L’amore (per il libro) ai tempi dei big data

google books

Pare che l’epoca in cui ci troviamo sia detta “dei Big Data”, cioè siamo in grado, attraverso la rete e i computer, di raccogliere e analizzare una stratosferica quantità di dati. Questi dati possono rappresentare un sacco di cose: dal like che hai messo al post di “Buongiornissimo” di un cinquantenne, fino ad oltre ventiquattro secoli di produzione letteraria. Avete mai sognato di possedere una biblioteca che contenesse ogni singolo volume mai scritto dai grandi della letteratura mondiale? Be’, negli ultimi anni sono stati digitalizzati, rendendoli accessibili e lavorabili da ogni parte del globo, circa 500 milioni di terabyte [1] di manoscritti, incunaboli, cinquecentine, fino alla bibliografia completa di Fabio Volo. Si tratta di una quantità di dati talmente grande, che per archiviarli tutti servirebbero tanti iMac affiancati, da fare 6 volte e mezzo il giro della Terra lungo l’Equatore.

Internet-Archive

Per fare qualche esempio, compagnie private come la ProQuest e la British Library hanno rilasciato, dietro compenso, milioni di libri, creando dei corpora organizzati cronologicamente: i primi formati da opere scannerizzate, i secondi in formato Kindle. A queste raccolte private, si affiancano quelle con accesso libero e gratuito: vale la pena di ricordare l’Internet Archive (400 autori per 40 lingue), l’italianissima Liber Liber (circa 3500 libri) e l’enorme Google Books, che, con i suoi 5 miliardi di testi della natura più svariata, ha il monopolio della digitalizzazione internazionale. Si tratta di una quantità di materiale enorme (“big data”, appunto), che solo noi umanisti possiamo analizzare, indicizzare, studiare.

liber liber

Un progetto molto affascinante, in questo senso, è quello della biblioteca digitaleDigilibLT”, che raccoglie e distribuisce, sotto licenza Creative Commons, opere del latino tardo in ebook: lo studioso, quindi, in maniera totalmente gratuita, può crearsi la propria biblioteca personale per fare ricerca fra i vari testi e fra frammenti di testo usando software come Calibre o iBook.

La DigilibLT nasce come «un ideale completamento e continuazione della raccolta di testi latini nota come PHI cdrom 5.3. Tale raccolta contiene tutti i testi latini dalle origini fino al I/II sec. d.C.» [2] Si tratta di un progetto che potrà essere molto utile per gli studi umanistici, ed è curato, come la maggior parte dei progetti di Informatica Umanistica, da più università: è in corso presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale, con la partecipazione del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Torino e con l’aiuto di docenti delle università di Salamanca, Durham e di Roma Tor Vergata.

Il testo delle opere è ricostruito attraverso edizioni critiche giudicate valide da un comitato scientifico, inoltre la sua scansione viene revisionata due volte: i libri non sono semplici «file da scaricare, ma vere e proprie edizioni dei testi».[2] Testi che vengono codificati (in TEI/XML), in modo che l’utente finale possa fare una ricerca all’interno del testo o fra vari testi. Vengono quindi resi pubblici con licenza Creative Commons in cinque differenti formati: codice sorgente TEI/XML; “txt” (il classico documento di testo semplice); PDF (per la stampa) e ePub (l’ebook vero e proprio). Questi formati rispecchiano ognuno uno scopo o una preferenza dello studioso: il TEI/XML e il txt per la ricerca, il PDF per coloro i quali preferiscono la lettura a stampa e l’ePub per quelli che non disdegnano la lettura digitale. La licenza aperta di tipo «Creative Commons – Attribuzione – Non Commerciale – Condividi allo stesso modo» rende il testo disponibile a chiunque in maniera gratuita. [3]

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La poesia che non ho scritto #5. Da Ballistics di Billy Collins

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Old Man Eating Alone in a Chinese Restaurant

I am glad I resisted the temptation,
if it was a temptation when I was young,
to write a poem about an old man
eating alone at a corner table in a Chinese restaurant.

I would have gotten it all wrong
thinking: the poor bastard, not a friend in the world
and with only a book for a companion.
He’ll probably pay the bill out of a change purse.

So glad I waited all these decades
to record how hot and sour the hot and sour
soup is here at Chang’s this afternoon
and how cold the Chinese beer in a frosted glass.

And my book –– José Saramago’s Blindness
as it turns out –– is so absorbing that I look up
from its escalating horrors only
when I am stunned by one of his gleaming sentences.

And I should mention the light
that falls through the big windows this time of the day
italicizing everything it touches ––
the plates and teapots, the immaculate tablecloths,

as well as the soft brown hair of the waitress
in the white blouse and short black skirt,
the one who is smiling now as she bears a cup of rice
and shredded beef with garlic to my favorite table in the corner.

Un vecchio mangia da solo al ristorante cinese

Sono lieto di aver resistito alla tentazione,
se tentazione era quando ero giovane,
di scrivere una poesia su un vecchio
che mangiava da solo a un tavolo
in un angolo di un ristorante cinese.

Avrei sbagliato tutto
pensando: quel povero bastardo, senza un amico al mondo
e con solo un libro a tenergli compagnia.
È probabile che pagherà il conto con gli spiccioli del portamonete.

Sono lieto di aver aspettato tutti questi decenni
per annotare come sia calda e acida
questa zuppa calda e acida
qui da Chang questo pomeriggio
e come sia fredda la birra cinese
nel bicchiere ghiacciato.

E il mio libro – Cecità di José Saramago
guarda caso – è così avvincente che alzo lo sguardo
dal suo crescendo di orrori solo
quando sono colpito da una delle sue frasi che ti bloccano.

E dovrei ricordare la luce
che entra dalle grandi vetrate a quest’ora del giorno
e mette in corsivo ogni cosa che tocca:
i piatti, le teiere, le tovaglie immacolate,

così come i morbidi capelli bruni della cameriera
con la camicetta bianca e la gonna corta e nera,
quella che ora sorride mentre porta una tazza di riso
e carne affumicata con aglio al mio tavolo preferito nell’angolo.

(Traduzione di Antonio Di Vilio)

419VMQQ7qSLÈ sempre notevole, invidiabile, lo spirito di Billy Collins di cogliere il reale. Qui lo fa attraverso una poesia sulla scrittura e sul mutare delle visioni del suo oggetto di osservazione, ma anche sull’effetto della scrittura stessa (“Italizing everything it touches” diviene una perfetta metafora). Anche la condizione di solitudine di un vecchio che mangia da solo cambia. Collins avrebbe potuto scrivere una poesia su un miserabile, un poveraccio: invece ha scritto una poesia diversa, perché è entrato dritto nel vivere di quell’uomo seduto all’angolo che aspetta la sua carne affumicata con aglio. Collins, che spesso è stato accostato dalla critica ad azioni come “ammazzare la poesia”, scrive di cose semplici ma non per questo facili, lo fa con genio e humour, favorendo l’accessibilità senza mai rinunciare alla qualità. Questa poesia è tratta da Ballistics (2004), probabilmente non la sua migliore raccolta. Consiglio la lettura di Sailing alone around the room (2001, tradotta in Italia dai tipi di Fazi), per l’approccio al poeta newyorkese che oggi compie 76 anni.

Billy Collins è nato a New York nel 1941. Ha pubblicato 10 raccolte di poesie. Attualmente insegna letteratura inglese al Lehman College (Bronx).

Il DNA dei generi letterari

kindleFra l’autunno del 2008 e il marzo del 2009, una squadra composta dai membri dello Stanford Literary Lab di Franco Moretti e la University of Wisconsin rappresentata da Michael Witmore, condusse un esperimento, denominato “Quantitative Formalism”, dai risvolti molto interessanti. In breve, si chiedeva al PC quale fosse il sotto-genere letterario di un testo per vedere se la macchina fosse in grado di riconoscere qualcosa di tanto complesso. I risultati sono stati pubblicati online. [1]
Un campione di 48 romanzi per 12 generi letterari fu sottoposto al Docuscope, un programma che utilizza la procedura MFW (Most Frequent Words, le “parole più frequenti”). Ogni testo era un classico conclamato della letteratura inglese e del genere di appartenenza. Contro ogni aspettativa, il computer riconobbe e separò correttamente tutti i romanzi secondo la critica letteraria tradizionale. Ma non solo: il come la macchina avesse raggiunto lo stesso risultato dell’uomo stupì i ricercatori, tanto che Sara Allison, una delle ricercatrici, scriverà “Can the program figure out whether it’s gothic novel or a Bildungsroman? The answer is, fundamentally, Yes: but a Yes with so many complications that it is necessary to look at the entire process of our study” (Un programma può fare la differenza fra un racconto gotico e un bildungsroman [il romanzo di formazione, ndt]? La risposta è, fondamentalmente, sì: ma un sì con molte più complicazioni di quelle che sono necessarie guardando all’intero processo del nostro studio). [1]
L’idea di gotico del Docuscope è diversa dall’idea che ne abbiamo noi (humanscope, la chiama Allison): mentre per gli esseri umani è quel genere basato su temi paurosi, con atmosfere ansiogene e spettrali, per il PC è basato sul numero delle occorrenze di he, his, him, had, was, struck the e heard the. Insomma, per il computer, un brano de A Sicilian Romance (1790) della Radcliffe è gotico perché c’è un dato numero e utilizzo di articoli, verbi e pronomi, contro gli elementi astratti che avremmo usato noi, come il terrore, i passaggi sotterranei e gli spettri. Continua a leggere

Una solitudine in equilibrio. I cavalli bianchi di Aldo Palazzeschi

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E passava, passava, meccanico, trionfale, andando verso l’avvenire con esattezza matematica, nella volontaria ignoranza di quello che, ai due lati dei binari, restava dell’uomo, nascosta e sempre trionfante: l’eterna passione dell’eterna colpa.

Émile Zola, Le bête humaine

di Valentina Panarella | Quando nel 1905 il giovane Aldo Palazzeschi pubblica da «editore in proprio»[1], con il titolo I Cavalli bianchi, una raccolta di 25 poesie scandite dalla «ripetizione del piede ternario»[2] e ricche di «temi squisitamente simbolisti»[3], sembra avere un qualche conto in sospeso con il tempo, o meglio ancora, pare nel pieno di una riflessione sul suo scorrere incessante e sul divenire delle cose che da esso dipendono.

Le poesie alternano anziane donne e giovani ragazze a luoghi o oggetti osservati dall’esterno nel loro sussistere privo di riflessione. Si considerino come esempi di tale opposizione La croce e Ara Mara Amara. Nell’una il soggetto, una croce poggiata al cipresso, si abbandona al tocco ossessivo dei passanti e al «segno della croce» che «la gente» fa «con due dita toccando leggero quel legno»[4], nell’altra tre anziane donne stanno immobili, intrattenendosi con dei dadi.

La croce

Laddove le vie fan crocicchio
poggiata a un cipresso è la croce.
Sul nero del legno risplendono
i numeri bianchi.
La gente passando si ferma un istante,
e sol con due dita toccando leggero quel legno
fa il segno di croce.

Ara Mara Amara

In fondo alla china,
fra gli alti cipressi,
è un piccolo prato.
Si stanno in quell’ombra
tre vecchie
giocando coi dadi.
Non alzan la testa un istante,
non cambian di posto un sol giorno.
Sull’erba in ginocchio
si stanno in quell’ombra giocando.

Da notare come, in entrambi i casi, si passi da una visione complessiva dell’ambiente circostante ad un punto preciso di esso, quasi come una telecamera catturasse il paesaggio fino a puntare con la messa a fuoco il soggetto prescelto. Come in Lago Luna Alba Notte[5], dai «Gracili arbusti, ciglia | Di celato bisbiglio…» la penna del poeta guida lo aldo Palazzeschisguardo del lettore verso quell’uomo «solo» che «passa | col suo sgomento muto…», fino alla considerazione sul «tempo, fuggitivo tremito»[6], così nei testi di Palazzeschi Crono vibra lontano dall’iterazione delle azioni quotidiane e dalla soggettività dei personaggi messi in scena. Ciò in quanto, al di là dell’«assenza di ogni sviluppo narrativo»[7], la raccolta giovanile dell’autore risulta affiancata dalla «rarefazione della nozione di tempo»[8] nella prospettiva dei soggetti restii al movimento, ma non in quella del contorno pittorico perennemente in azione. I versi del poeta sono il centro di uno scontro tra io e mondo che si concretizza nell’ossimorica alternanza di cui si è poc’anzi accennato. Continua a leggere

La suprema menzogna

LA SUPREMA MENZOGNA
ovvero
PROLEGOMENI A UN SAGGIO DI TANATOLOGIA LETTERARIA CHE NON SCRIVERÒ MAI

Foto x articolo Antonello

di Antonio Antonello Miele | «E che fine farebbe Dio se l’uomo fosse immortale?»

Non stavamo parlando di filosofia, né di religione, si parlava semplicemente di morale in generale. Niente di impegnativo, quel genere di discorsi che servono per colmare gli imbarazzanti silenzi che si creano inevitabilmente quando qualcuno ti chiede di dare un passaggio in macchina a un conoscente «Visto che sei di strada».

«Eh?», ho capito benissimo ma cerco di prendere tempo, non per dare una risposta definitiva ma almeno per non sembrare un emerito cretino.

«Dicevo: che ce ne faremmo di Dio se non esistesse la morte? Credi che continueremmo a riporre la speranza nell’esistenza di qualcosa di superiore?»

Sono in imbarazzo, come si fa a rispondere a un quesito del genere? Potrei fare una faccia di circostanza, dire una frase generica ed uscirne in maniera non dico pulita, ma almeno dignitosa. Potrei, se non fosse che il mio interlocutore si chiama Alfonso, ed è un frate di robusta formazione gesuitica, passato poi all’ordine benedettino e infine diventato francescano, il che è come iniziare la carriera da astronauta, fare l’ingegnere nucleare e alla fine scoprire che la tua vocazione era di aprire una salumeria in provincia di Campobasso. Le alternative sono due: dire al frate quello che penso e cominciare una diatriba che potrebbe protrarsi per ore e costare a entrambi ettolitri di saliva; mentire a un religioso per non urtarne al sensibilità. Opto per la seconda possibilità.

«Beh, al di là della morte, l’uomo ha comunque bisogno di Dio» dico cercando di essere quanto più convincente possibile. Tuttavia devo avere troppa autostima per pensare di riuscire a mettere nel sacco un gesuita, che alza un sopracciglio e mi dice: «Accosta qui, per favore».

«Guardi padre, parliamone, sa, la questione è complessa, non volevo offenderla».

Frate Alfonso mi guarda fra lo schifato e lo stupito. «Ma che hai capito? Accosta qui, che sono arrivato, vedi?». Mi dice indicandomi le mura del convento. «Comunque non le sai proprio raccontare le balle» aggiunge prima di scendere, stando bene attento a non far uscire dall’abitacolo anche il sommo interrogativo che mi ha lanciato addosso come una zavorra.

Ora ci sono la mia vergogna per la figura con frate Alfonso, un lungo rettilineo e tre semafori che mi separano da casa. Continua a leggere